lunedì 12 settembre 2011

Montevergine



‘A JUTA A MONTEVERGINE
Ritorniamo sulle orme dei paranzari. Stavolta ci cimentiamo nell’ascensione del Partenio, in devozione a un’altra Mamma Schiavona, la Madonna di Montevergine.
L’intenzione è quella di sempre, quella di riscoprire le nostre radici ma anche le antiche vie di pellegrinaggio, quelle che spesso, per il mutevole corso degli eventi, passano da fenomeno di massa a sbiadito ricordo, se non addirittura all’oblio più completo.
La passione per il camminare e il rispetto per la spiritualità, che tutto sommato è presente in ognuno di noi, mi ha permesso ancora una volta di entrare facilmente in sintonia con chi condivide le vicissitudini di un pellegrinaggio che se non è un cammino di fede lo è senz’altro di conoscenza e d’amicizia.



Mi sono spesso chiesto se la devozione di Montevergine esistesse ancora e se avesse ancora i fasti di un tempo, dove erano proverbiali lo sfoggio e la platealità dei carri e degli abiti migliori; o perlomeno se avesse il seguito che tutt’oggi si riscontra ai piedi del Somma o se addirittura fosse paragonabile a quella di Pompei. L’unica cosa da fare per capire era quella di farsi pellegrino e andare alla Juta a Montevergine!
La mia ascensione non ha avuto il solidale appoggio logistico ricevuto a Somma per il Sabato dei fuochi, ne è mancato il tempo, ma tutto sommato si è fatto lo stesso amicizia, come accade sempre quando si segue una strada comune e questo a prescindere le motivazioni con le quali ognuno intraprende questo tipo di itinerario.



La sveglia, ancora una volta è da levataccia, 4.00 del mattino, per partire da casa alle 5.00, alla volta di Ospedaletto d’Alpinolo, dove, secondo programma, partirà la processione alla volta del Partenio, alle 5.30, orario che ovviamente, nella più partenopea delle prassi non sarà rispettato da nessuno, me compreso. Parcheggiata l’auto in Piazza Demanio, sotto la fontana del tritone, fatta una sosta “tecnica” al bar di Luciano omone gentile, si parte seguendo le indicazioni dei primi devoti festaioli che incontro.



La strada si inerpica nel buio e ben presto lascia il tranquillo centro abitato di Ospedaletto e diviene un sentiero, lastricato di bianco calcare. Dopo un primo disappunto di solitudine incontro i primi gruppi, con i quali s’incomincia a socializzare presso la cosiddetta Seggia da Maronna, dove tutti hanno misurato il loro fondoschiena nell’incavo della roccia, che leggenda vuole abbia accolto il riposo e le fattezze della Vergine, più probabilmente dovuto al fluire delle acque nei tempi passati; poco prima si erano intravisti i ruderi della Cappella degli Scalzati, dove anticamente, gli audaci pellegrini si liberavano delle scarpe e proseguivano a piedi nudi fino alla vetta.



Il sodalizio avviene con un gruppo di Chiusano, che era partito la sera prima e aveva ormai percorso già una quarantina di chilometri prima d’incontrarmi. L’evidente stanchezza è mascherata dagli uomini del gruppo che con battute e scherzi d’ogni tipo, distraggono i più stanchi della comitiva, in attesa dell’ascesa finale. In questo contesto vengo tirato dentro anch’io, che capendo, sto al gioco e decido di rallentare il passo e accompagnarmi a loro. La salita diventa più irta ma col sorgere del sole si dipana un panorama meraviglioso, di quelli che, senza timore d’aggettivazione, ti fanno sentire altrove, in un luogo più bello, migliore. Dalle nuvole basse spuntano le nostre verdi colline e più in là, il paesaggio è incoronato dal Terminio, dal Faito e fluttuante nell’aria, come non mai sorretto dalle nuvole, il mio Vesuvio.



Per un momento passa la fatica ma è meglio ripartire anche perché c’è chi incomincia a soffrire per la stanchezza; due ragazzi che aprono il gruppo attaccano la salita al suono di un mp3 del loro telefonino, è la Montemaranese e i due caporaballo, a passo di danza, ci guidano con sincrono movimento verso la vetta.



Il sentiero incrocia più volte la strada carrozzabile e le prime auto di devoti. Dopo un’ora circa dalla mia partenza, s’intravvede il campanile dell’Abazia. Il rintocco delle campane della prima messa del giorno ci accoglie, siamo tra i primi ad arrivare, in realtà non molti, neanche una cinquantina, compreso un gruppo di fricchettoni che ha dormito lì tutta la notte (e lo farà anche per buona parte della mattinata) sotto i porticati del cortile interno ed esterno della struttura monastica.



Il gruppo di devoti si disfà, ognuno intento alle sue necessità corporali e spirituali, mentre io, mi ritrovo estatico (per la fatica!) a girovagare per gli ambienti della chiesa e, all’improvviso, mi ritrovo nella navata laterale, mi accorgo che c’è la messa, mi metto un po’ in disparte, dietro l’ultima fila dei banchi, mi sento estraneo ma sereno e ammiro la grande pala dorata della Mamma Schiavona.



Uscendo dalla porta principale vengo accolto dal canto a fronna ‘e limone e dal suono della tammorra, il tempo di volgere lo sguardo alla mia sinistra e in controluce l’immagine pagana di figure danzanti al ritmo incessante delle percussioni mi avvolge. Un che di antico e naturale e bello come le voci che provengono dalla Scala Santa, quelle di un gruppo di devote che intonano, con la scansione dei gradoni, una litania che sa d’arcaico e solenne.



Poco prima nell’entrare nell’edificio sacro avevo notato un ragazzo, dagli abiti che definirei alternativi e dai piedi scalzi che montava quelle scale in ginocchio e soffermandosi con la fronte su ognuno di quei duri pezzi di calcare, pregava intimamente, un’immagine così pura da bastare, per il suo carico emotivo e colmare le ragioni della mia ascensione e della mia ricerca dell’autentico. Quell’autentico che scoprirò poi in quegli hippies partenopei dai piedi scalzi, proprio come i fedeli di un tempo, quelle anime affamate di risposte e di emozioni, immerse nel loro panteismo da ventunesimo secolo, mescolati a volti d’altri tempi; Marie caravaggesche, uomini deformi usciti dai quadri di Velazquez e Ribera, abati Giordaneschi, busti virili d’età repubblicana ma anche suonatori ambulanti, fuoriusciti da un mosaico pompeiano e un uomo azzurro di Picasso.



Verso le 10.00 decido di ritornare a valle, ebbro di tanta emozione e lo rifaccio per la strada dell’andata. Solo una coppia di fidanzatini sfida il caldo incipiente di quest’estate settembrina e sale verso Montevergine, nessuno più incontrerò sul mio cammino.



In uno degli ultimi tornanti vengo attratto da una musica, è il canto tipico d’invocazione alla Madonna, s’accende una speranza. “Una processione! … Ma con questo sole?” E in effetti è una Panda bardata a festa, con altoparlanti e l’effigie della Vergine sul tetto e i volant bianchi che svolazzano. Una fila interminabile di moto e motorini la segue, una con il suono di una sirena guidata da un ragazzone obeso; stordito seguo le macchie scure che rapidamente mi passano davanti, smuovendo la ferma aria di quella soleggiata mattinata, una coppia di centauri si ferma, il ragazzo, a mo’ di sfottò, mi rivolge la parola: “addò ce ne jammo camminanno cumpà?” Li guardo con serena intensità e poi mi volto, seguo il mio cammino verso casa e penso quanto distanti eravamo in quel momento.











La mia riconoscenza a tutti coloro, giovani e vecchi, consapevoli e non, che portano avanti le tradizioni della nostra terra. A tutti coloro che non temono di mostrare la propria fede, a tutti quelli che vorrebbero qualcosa di più vero.

1 commento:

  1. Grazie. Grazie di averci portato li in cima insieme a te.

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