lunedì 23 maggio 2011

VESUVIUS DOLENS



Del come langue il turismo locale e lo stato d’abbandono del nostro più grande monumento paesaggistico.
Da un paio di mesi è ricominciata la stagione turistica e torme di visitatori partecipano al Gran Tour napoletano. In rispettosa contemplazione si recano tutti al Gran Cono e come tanti pellegrini ottemperano alla loro funzione sacrificale sull’altare della notorietà di quel luogo. Tra indicibili peripezie, come smarrite pecorelle, vagano sul bordo del Cratere, offrendo il loro tributo alla bellezza ma anche al moribondo turismo locale.
Ordunque, ho deciso di farmi turista anch’io e ho seguito quel girone dantesco che al Vesuvio lo conduce con stenti e patimenti. Ho voluto vedere quello che i suoi occhi vedono e provare quello che la sua dignità sopporta.
Una buona fetta del flusso turistico è straniero e monta al Vulcano in bus per la strada provinciale del Vesuvio, quella che parte da Ercolano o da Torre del Greco. È attiva, a partire dal mese di marzo, anche la Busvia che, da Boscoreale, conduce un flusso più limitato di visitatori attraverso l’antica e scoscesa strada Matrone.
La Provinciale è purtroppo un primo compendio di oscenità, che allegramente accolgono chi ci viene a far visita: strutture abusive, grezzi, ristoranti scalcinati, alberghi a ore e ruderi dall’età e dallo stile indefiniti. Micro discariche, tante micro discariche e parlo solo di quelle che si vedono dalla strada, quelle che vedono i turisti dai loro bus.
La strada, completata nel 1955, mettendo definitivamente fine alle velleità su rotaia e su fune, è piena di anse, utili per transitare in presenza di un bus. Questi spazi e in un certo qual modo l’ispirazione del luogo, fanno sì che, col calar del sole, ai turisti si sostituiscano le coppiette che, nell’usanza tutta nostrana di consumare in pubblico il frutto del loro amore, lasciano le bucce tutt’intorno e anche questo lo vedono i turisti.
Come vedono anche le condizioni in cui versano le sculture di Creator Vesevo, deturpate dalle propedeutiche attività di chi l’auto, per far l’amore, non ce l’ha ancora, e così via con lo spray! E che vuo’ fa? Chilli so’ guagliune!
Salendo, dopo il bivio della “Siesta”, dopo un tornante, ci si affaccia sulla discarica dell’Ammendola-Formisano che accoglie le anime prave d’oltreoceano e d’oltralpe con la macchia color verde acido del suo nuovo strato di PVC.
Si sale, si sale ancora, finché non s’arriva a Quota 1000, là dove concretizzano la ragione del loro viaggio, tra bancarelle di chincaglierie di dubbia provenienza e veridicità. Anche qui il pattume non manca e molti di essi non lesinano la loro collaborazione nel rimpinguarlo. Salgono, pagano l’obolo e ritornano, più storditi che altro, verso il mezzo, senza gettare lo sguardo al nascosto rifugio Imbò, da poco ristrutturato e subito vandalizzato.
Sulla via di casa c’è giusto il tempo di una sosta pranzo, presso uno di quei pochi (per fortuna!) ristoranti presenti lungo la strada. Il ristoro farebbe invidia al peggiore dei Mcdonald’s, nella loro accezione più negativa s’intende ma non certo per il prezzo, più da Excelsior! Vino della peggiore qualità, cibo precotto o nel migliore dei casi cucinato da qualche cuoco egiziano o ucraino, che, con tutto il rispetto per la loro tradizione, non rendono certo onore a quella tradizione culinaria che da fuori vengono a cercare nel Bel Paese.
Le cose non cambiano per coloro che osano avventurarsi da soli, senza usufruire dei pacchetti preconfezionati dei tour operator. La segnaletica, quando c’è, è fuorviante e forse anche in questo c’è consapevolezza, quella magari di condurre gli ignari sprovveduti a sé, e se è possibile fargli spendere qualcosa là dove non si sognerebbero nemmeno di transitare. Spesso ho trovato persone che cercavano un’inesistente via d’accesso carrozzabile per il Vesuvio sulla Panoramica Fellapane di San Sebastiano. Oppure, ho notato, sulla provinciale del Vesuvio, al bivio per là dove una volta partiva la funicolare, dei cartelli turistici che indicavano il sito della seggiovia e il sentiero del trenino a cremagliera. Il problema è che i malcapitati troveranno lì soltanto un triste baretto e la sua saccente proprietaria. Sì perché di funicolare e seggiovia nemmeno l’ombra e ora men che mai. Entrambe, sono state dismesse definitivamente con l’apertura della strada e tutti i nuovi progetti giacciono in un limbo oscuro. Il trenino che arrivava lì, pur essendo lo stesso vagone elettrico che partiva dalla Cook, andava spinto dalla cremagliera solo quattrocento metri più a valle, in coincidenza dell’attuale, omonimo e ufficiale sentiero dell’Ente Parco (il n°8). I più attenti potranno poi notare che i cartelli, come prassi commerciale vuole, rechino la piccola e quasi invisibile parolina “ex” davanti ai caratteri cubitali dei luoghi presunti.

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