domenica 24 ottobre 2010

Rotonda di Boscoreale



Sarebbe opportuno, quando si esprimono giudizi o quando si commentano certi eventi, andare a verificare se quello che si afferma o si suppone corrisponda a verità. Sarebbe, a maggior ragione, opportuno quando questo rientra nei compiti di qualcuno che veste i panni istituzionali, e, ovviamente, anche quando si fa parte del mondo dell’informazione.
Per cui, ieri pomeriggio, ci siamo recati all’ormai famigerata rotonda della Panoramica di Boscoreale, lì dove il popolo del dissenso manifesta ormai da settimane. Lo definiamo popolo non per retorica ma per il semplice fatto che abbiamo potuto riscontrare in quel luogo disgraziato la presenza di tutti.
Giovani e anziani, operai e intellettuali, famiglie intere e persone singole, curiosi e motivati, giornalisti delle più note testate nazionali e tanti free-lance, poliziotti, carabinieri, corpo forestale dello stato e giovani rissosi, in verità ragazzotti sfaccendati e nulla più. Insomma c’era uno spaccato della nostra società di inizio millennio, coinvolta e contrapposta all’unico assente della giornata, la politica.



In effetti i politici, in primo luogo i sindaci, si trovavano in riunione, in prefettura con l’ineffabile Bertolaso ma in genere solo quelli che hanno la coscienza pulita si sono impegnati, non solo con le parole ma anche con i fatti, in questa nefasta situazione.
L’atmosfera, ieri pomeriggio, verso le quattro era alquanto serena, gremita di padri con i figli, cicloturisti, curiosi per l’evento ormai mediatico; ragazze che commentano qualche esotico personaggio o l’avvenenza di qualche giornalista, ma soprattutto si dialoga, si parla molto, anche con le stesse forze dell’ordine, i toni non sono in verità sempre concilianti ma la rabbia è tanta e si cerca di far capire loro le proprie ragioni, si raccontano le proprie storie di malattia e sofferenza, non solo di disagio per i miasmi provenienti dalla discarica, ma quello di uno spaccato di realtà dove si muore per cancro più che in ogni altro luogo d’Italia.



Tutto sommato, se non fosse per il paesaggio da intifada che ci circonda il clima è tranquillo, da fiera paesana. I segni degli scontri sono però dappertutto, gli involucri dei lacrimogeni, mostrine strappate, caschi rotti, i marciapiedi non esistono più, l’asfalto è terra frammista a sassi ed è difficile camminare senza inciampare, e poi spazzatura, tanta, residui della nostra civiltà ovunque.
L’accesso al paese vesuviano è stato un qualcosa che rimarrà a lungo nei nostri ricordi, la colonna degli autocompattatori bruciati, in fila come carcasse di mammut accasciati al suolo, non lascia certo impassibili, evocano le immagini di Londonderry, nella Belfast degli anni “70. Un luogo dove lo stato era visto come un elemento estraneo, lontano, traditore e anche da questo punto di vista, all’ombra del Vesuvio, non si è molto lontani dallo stesso concetto.



Ore 18.30, il vento cambia, la tramontana, ‘o viento ‘e terra come lo si chiama dalle nostre parti ci riporta alla dura realtà, ci fa capire, distratti dalle chiacchiere, il perché siamo lì. La puzza è immonda, indescrivibile per chi non l’abbia provata prima, ci invade poco alla volta, si insinua tra di noi un acre odore di percolato, la gola incomincia a bruciare è necessaria una mascherina.
Col calare della sera e della puzza s’incupiscono gli animi, capannelli di persone si asserragliano davanti al fitto cordone di carabinieri e poliziotti che blocca la via d’accesso alla SARI. Ci sono alcune persone, che abbiamo identificato come graduati delle forze dell’ordine, che dialogano con i presenti, si cerca sempre di far capire, come accade da giorni, le proprie ragioni, ma i poliziotti consigliano soprattutto di isolare i facinorosi, quelli che allo scoccare della mezzanotte tagliano i fili della luce e innescano la miccia della guerriglia. Uno dei graduati incomincia a dire che la colpa non è di chi sta lì ma degli “sciacalli” della stampa e questo scatena le rimostranze di noi giornalisti presenti che invitiamo tutti a non generalizzare per non cadere nello stesso errore di cui sono vittime più o meno tutti in questo paese.



Si ritorna alla calma, ormai il fetore ce lo sentiamo addosso, tra i vestiti, e in questo ci sentiamo ancora più vicini alle popolazioni di Terzigno e Boscoreale che subiscono in prima persona le conseguenze della putrefazione del cosiddetto umido, che non dovrebbe trovarsi in quel luogo e, più di tutti, patiscono tutto quello che c’è e non si vede e che stanzia nelle viscere della discarica.
Cala una forte umidità e il freddo si fa sentire, sono già sei ore che ci troviamo qui; opportunisticamente appaiono i primi rivenditori di generi alimentari, per lo più birre e patatine ma anche qualche panino, c’è chi sostiene che a breve distanza ci sia anche un “panzarottaro”!



Si accendono almeno un paio di estemporanei e consolatori falò, che rinfrancano i più freddolosi e fanno più gruppo. Qui si assembrano anche alcuni giovani che ci intrattengono con belle canzoni della più antica tradizione partenopea. Girando per la piazza, emblematicamente rappresentata dall’olivo al centro della rotatoria, scegliamo di soffermarci davanti a un fuoco acceso da alcune donne, in verità è la stanchezza che ci ha consigliato di sederci sul vicino muretto, ma è anche il momento opportuno per scambiare quattro chiacchiere davanti ad un elemento conciliante più che mai.



“Fanne vedè pe’ televisio’ sulamente chello ca bbonno lloro”
“Ajer ‘a ssera c’hanno regnuto e mazzate!”
“Anche e femmene e sittant’anne!”
“Mia figlia tene ‘o cancro ma sta pure essa acà!”
Questi erano alcuni commenti delle donne anziane, ma c’erano anche giovani mamme, ragazze con i fidanzati, anche delle famiglie, dall’apparenza e dall’accento, slave che partecipavano attivamente e manifestavano per un qualcosa che ormai sentivano anch’esse proprio.
La calma piatta viene sconvolta verso le dieci, quando c’è il cambio di turno al posto di blocco. È qui che la rabbia s’acuisce, non c’è nessun atto violento ma le offese non mancano, prevale la derisione con applausi e fischi verso chi, per poco più di 1000 euro al mese si frappone tra loro e la salvaguardia dei loro diritti di cittadini. È un passaggio senza fine di auto della polizia, cellulari dei carabinieri, fuoristrada della forestale, è un inveire continuo: “e che munnezza!”.
Passano a piedi coloro che sostituiranno i colleghi che da poco hanno lasciato la posizione, a tartaruga, con gli scudi alti, in posizione di difesa, quasi come se s’aspettassero che qualcosa o qualcuno li colpisse da un momento all’altro, ma niente, fuorché lo sberleffo: “e che sfilata e moda!”.



Ritorna la stasi, anche perché incominciano ad arrivare le prime notizie da Napoli ma qualcuno teme che siano solo voci infondate per lasciare libero il passaggio a nuovi scarichi di immondizia. Il comunicato ufficiale arriva verso le undici quando Gigino Casciello, il portavoce di uno dei comitati di protesta, comunica quanto deciso in prefettura. La Vitiello sarà “congelata” a tempo indeterminato, e la SARI accoglierà solo i rifiuti dei 18 comuni della zona rossa, a patto che si interrompa ogni tipo di manifestazione.
La risposta al pur effettivo risultato ottenuto non è di giubilo e lo stesso Casciello, appoggiato dall’unanimità dei presenti, invita a non lasciare il presidio e seguire nella lotta fin quando non sarà scongiurata e in maniera definitiva la possibilità di utilizzare come discarica la cava Vitiello.
È il termine a tempo indeterminato che non convince i cittadini, scottati da non poche false promesse e tantissimi voltafaccia da parte della politica. Si teme che tra le righe dell’accordo possa inoltre esserci qualche inghippo di troppo. Ecco perché si vogliono risposte chiare e definitive.



Si attendono i sindaci, che giungono solo verso la mezza, sono solo tre, quelli di Boscoreale, molto contestato, Boscotrecase prontamente dileguatosi e quello di Trecase, manca il convitato di pietra, il sindaco amico di Berlusconi, il sindaco di Terzigno Auricchio, e come avrebbe potuto esserci, vista cotanta amicizia e atteggiamenti a dir poco equivoci rispetto alla vicenda delle discariche?
I comitati ribadiscono, se pure con alcuni distinguo, la lotta, mentre nel frattempo all’una e un quarto del mattino ricomincia la battaglia, che si risolve stavolta molto prima del previsto, con il solito sfascio, e cinque arresti.
Ormai è tardi, si torna a casa attraverso un paesaggio spettrale, l’autunnale nebbiolina si confonde col fumo appiccato alla spazzatura, facciamo lo slalom tra gli sbarramenti, fatti di immondizia e di cassonetti ribaltati, fino a San Giuseppe, dove guadagniamo la 268 per tornare a casa.
Domani è un altro giorno, di lotta.




Le foto (esclusa quella della bozza dell'accordo, fonte internet) sono di Ciro Teodonno, si prega di menzionare l'autore qualora le si utilizassero

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