L’ennesimo fatto di cronaca, l’ennesimo femminicidio e
l’ennesimo appello alla scuola.
Sembra inverosimile che la scuola possa risolvere tutti i
problemi della nostra società eppure pare proprio questo l’atteggiamento della
politica e della società che vi si accoda. La scuola sembra esser diventata il
capro espiatorio per la risoluzione di tutte le aberrazioni del mondo, la
panacea per tutti i mali, come se tutto nascesse e morisse lì, tra i banchi di
scuola. Certo, la cultura, l’analisi delle problematiche, la crescita
intellettuale, civica e sociale dei giovani è lì che in buona parte si realizza
ma ho la forte impressione che questa stia diventando una sorta di scialuppa di
salvataggio nella quale riversiamo tutte le nostre paure senza depositarvi mai
le nostre di responsabilità.
La scuola italiana da anni fa didattica ambientale, da anni
cerca di avviare gli studenti verso il mondo del lavoro, da anni affronta le
tematiche del bullismo e del cyberbullismo, da anni fa educazione sentimentale
e di conseguenza prova a portare avanti anche discorsi relativi alla
sessualità, scontrandosi col suo tabù e lottando contro l’immane
fraintendimento che la società stessa manifesta attraverso tutti gli strumenti
di comunicazione di massa, internet inclusa.
Da sempre la scuola nel suo corpo docenti, e non solo,
dialoga con i giovani e lo fa tra notevoli difficoltà, lo fa camminando su un
campo minato, là dove, gestire famiglie sempre più esigenti ma poco inclini al
dialogo, è diventato più che un’opportunità, un rischio; un contesto dove i
giovani, sempre più restii al confronto e immersi in un mondo sempre più
distaccato dalla realtà, parlano spesso una lingua diversa dalla nostra; e
infine tartassati da una burocrazia schiacciante, opprimente, che vanifica ogni
iniziativa legata al fine stesso della scuola, ovvero la didattica e neanche ad
un sano e auspicabile buon senso che spesso risolverebbe molte delle
problematiche più immediate. Di certo questo buon senso non è quantificabile,
non è un regola scritta ed è basato sull’esperienza professionale del docente
ed alla sua sensibilità umana, ma rendiamoci conto di cosa, o meglio, di chi
stiamo parlando, rendiamoci conto che l’oggetto e il soggetto in questione è
l’essere umano, un bambino che s’affaccia sul mondo o un giovane nella fase più
critica della sua formazione, un adolescente, quindi, come poter applicare su
di lui regole matematiche e ancor meno ridurre la sua esistenza a semplici
restrizioni burocratiche?
Infine aggiungo che, le risoluzioni prese dall’alto, quelle
del ministero, si riducono quasi sempre sovrapposizioni burocratiche ad altra
burocrazia di per se già stratifica da precedenti provvedimenti, adempimenti da
svolgere, documenti da redigere, tempi da rispettare, distogliendo i docenti
dal loro reale lavoro, trasformandolo in uno sterile riempimento di carte,
utile solo a giustificare l’azione governativa nei confronti del problema più
scottante in quel momento, per dare solo l’impressione di aver fatto qualcosa e
che quel qualcosa soddisfi chi non ha voglia di vedere, pensare ed agire.