lunedì 13 agosto 2012
PIÙ STRADE E PIÙ SPIAGGE LIBERE PER TUTTI


Viaggiare fa bene oltre ad esser bello perché permette non solo di distrarsi dalla routine quotidiana ma anche di apprendere, nel contempo, cose nuove. Se poi si ha la possibilità di viaggiare all’estero ancora meglio! Si potranno in tal modo vedere le differenze tra il nostro paese e quello che si visita, o magari dare un occhiata all’Italia da fuori, per scoprirne pregi e difetti.
Cosa scontata direte ma la moda dei viaggi preconfezionati, un “tutto incluso” all’insegna di un’esclusiva italianità, non permette in genere grandi raffronti, per cui c’è bisogno d’affidarsi al tanto bistrattato turismo fai da te, che malgrado le pubblicitarie detrazioni, permette sul serio di entrare nel reale spirito del viaggio e della nazione che si visita.
Chi vi scrive ha spesso l’opportunità di viaggiare all’estero per ragioni professionali ma allo stesso tempo, conoscendo taluni luoghi d’oltralpe, li predilige anche durante il periodo vacanziero. Quest’anno, visitando la Spagna in auto, abbiamo potuto costatare alcune caratteristiche salienti che contrastano sensibilmente con l’attuale panorama italiano.

In tempo di crisi è risaputo che la cosa più importante è quella di smuovere l’economia, far sì che la gente spenda, investa, insomma che faccia girare il denaro. Quale miglior maniera se non quella di spostarsi per la Penisola e scoprire le italiche bellezze?
Lo scontato proponimento è sulla bocca di ognuno di noi ma all’atto pratico c’è ormai chi preferisce, come il sottoscritto, e non solo per ragioni culturali, di andare all’estero, dove spesso a conti fatti conviene pure.
Ma tornando alla penisola iberica, la prima cosa che colpisce chi vi viaggia in auto è che le autostrade in quel paese sono suddivise in due categorie ovvero in autopistas e autovías, dove le prime sono a pedaggio e le seconde, la maggioranza, sono gratuite. Non pensiate minimamente che le gratuite autovías siano paragonabili alle nostre superstrade, perché il raffronto della rete viaria spagnola non ha nulla a che vedere con quella italiana, neanche se scendiamo a livello delle vie nazionali, a nord come a sud della terra del sole.
Cosa c’entra tutto ciò col discorso precedentemente fatto? C’entra e come, perché proprio nella logica dello spostamento e quindi della necessaria messa in moto dell’economia in crisi, il pedaggio delle autostrade incomincia ad essere uno dei primi grandi ostacoli alla libera e produttiva circolazione nel nostro paese, dove, come al solito chi ci guadagna è chi ottiene in concessione dallo stato la nostra rete viaria ottenendo notevoli utili a scapito dei soliti fessi che altro non possono fare che pagare.
Sempre in tema di viaggio su strada e sempre confrontando Spagna e Italia, la botta finale arriva con i prezzi del carburante. Qui da noi i prezzi hanno raggiunto cifre esorbitanti; ad oggi, la media del costo di un litro di benzina ha raggiunto 1,866 euro, mentre ci si assesta a una media di 1,757 euro al litro per il gasolio. Si noti, che qui da noi, il margine della componente fiscale è quello che più incide sul totale del prezzo del carburante e pari 59,31%, lasciando al 33,48% il prezzo effettivo della materia prima, più un 7,21% di margine lordo ovvero l’aumento del prezzo dl carburante per i suoi vari passaggi fino alla pompa del benzinaio. Resta evidente che la componente fiscale composta di accise, imposta regionale e IVA resta la zavorra maggiore per un paese di per sé povero di materie prime e bisognoso di smuoversi dalla stagnazione. E la Spagna? In media 33 centesimi in meno (fonte Sole24ore)! Per la precisione la media porta a 1,478€ per la benzina e 1,388€ per il gasolio. Salvo isole felici e porti franche come Andorra e Gibilterra, dove benzina e diesel scendono soavemente verso 1,200€ al litro. Anche in Spagna come è risaputo le cose non vanno propriamente bene e i prezzi dei carburanti così come quelli delle poche strade a pedaggio presenti sul territorio stanno aumentando, ma a maggior ragione tutto ciò corrisponde per noi dello Stivale un’annosa zavorra che penalizza non poco un’economia basata anche sull’esportazione e ci pone fanalino di coda per questi prezzi, almeno nell’Unione Europea.
Infine mi direte - e va bene, ma non si può mica rinunciare alla vacanza, e una volta giunti ai desiati lidi, finalmente godremo del meritato riposo, lì, almeno per una quindicina di giorni, dimenticheremo prezzi, tasse e rincari. - E invece no! Perché in barba alle liberalizzazioni troveremo ancora chi, nel terzo millennio, pratica il feudalesimo degli stabilimenti balneari.
Ebbene sì, chiunque ne abbia frequentato uno avrà contrattato con loro e a peso d’oro il suo posto al sole; sempre con le stesse facce, quelle dei gestori. Col passare degli anni, avrà potuto apprezzarne il ricambio generazionale di padre in giglio o da nonno a nipote e così via. Ma non erano gli odiati notai ad attuare queste pratiche? I mal sopportati medici, quelli che hanno sempre figli che ne seguono nepotisticamente le orme? E invece no! Esistono anche loro, i signori-padroni dei lidi e aggiungiamo dei litorali d’Italia. Sì perché, benché tutte le nostre spiagge siano demaniali, cioè dello stato, quindi nostre, c’è l’abitudine tutta italica di darle in gestione ai privati e sulle nostre strette e affollate coste sfido chiunque a trovare un tratto di spiaggia libera degna di non essere chiamata immondezzaio o formicaio. In altre parole le concessioni sono un monopolio, perché ti obbligano ad usufruire dei loro servizi.
La situazione attuale è la seguente, mentre prima la questione temporale era fumosa e non ben definita, da un po’ di tempo a questa parte l’Europa c’impone un riordino della materia. Il governo Berlusconi, l’ultimo, da governo liberista (o sedicente tale) qual era aveva pensato di porre un limite a tutto ciò e diligentemente portava la concessione a una novantina d’anni, sancendo sulla carta il feudo di ogni concessionario. E gli altri? Quelli che non s’aggiudicavano il risicato pezzo di costa? E s’attaccavano al tram, pardonne al pattino! Erano liberisti mica santi!
Rientrati nuovamente in Europa col governo Monti si è cercato di dare una risposta definitiva alla disciplina delle concessioni demaniali marittime ed ecco che, col decreto, evitando ulteriori procedure d’infrazione della Commissione Europea, si è deciso di concedere, mettendolo a gara, l’usufrutto del pezzo di costa ma per soli quattro anni, adeguandosi finalmente al diritto europeo.

Apriti cielo! Le rappresentanze sindacali di categoria hanno minacciato una serrata degli ombrelloni, salvo metterla in pratica per poche ore e solo di venerdì, “un atto dimostrativo” si dirà.
Che si era un paese corporativista lo si sapeva già ma quando è troppo è troppo! Soprattutto quando si vuole liberalizzare le altrui attività e mantenere i propri privilegi.
Anche in questo caso il raffronto con la Spagna è d’obbligo, e dire che di chilometri di costa ce ne sono anche lì, tanto da potersi permettere un uso più italico delle stesse e invece, contrariamente a noi, là, la spiaggia è libera per definizione, ma non solo! Tutte quelle suppellettili, come spogliatoi, bagni, scese a mare, piattaforme per disabili, docce, docce per i piedi, pulizia della spiaggia, servizi di vigilanza, servizio di soccorso e non sappiamo quante altri servizi ancora, sono a carico dello stato. Solo l’affitto di ombrelloni e sdraio e la ristorazione è affidata ai privati, i famosi chiringuitos per intenderci, il tutto previa gara per l’assegnazione, senza clausole di rinnovo automatico né di prelazione o preferenza come i nostri feudali imprenditori invece vorrebbero.
(immagini: fonte internet)
mercoledì 8 agosto 2012
CHI È IL VERO EROE?
Una riflessione sul mondo dello sport e dove sta andando.Maledetto quel paese che ha bisogni d’eroi diceva saggiamente Berthold Brecht. Gli eroi cadono giù e lo fanno rapidamente, così cantava invece Suzanne Vega, in una canzoncina dei primi anni novanta. Il riferimento non può che essere rivolto agli acclamati eroi olimpici di quest’ultima Olimpiade.
Sarà anche vero che ai tempi della Grecia classica, gli atleti venivano pressoché venerati dalle folle acclamanti, ma speravamo, da parte dei nuovi bardi del giornalismo sportivo e non solo, una più parca esaltazione delle nostre rappresentanze a Londra, ma, per la serie: chesto s’adda fa pe’ campà sorvoliamo sull’enfasi massmediatica di questo caldo e magro mese d’agosto e cerchiamo di capire se i nostri tatuati emissari meritino davvero cotanto esaltante titolo.
È chiaro come la pensiamo, come abbiamo già scritto altrove(http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=7380), centellineremmo il più possibile il termine eroe, in maniera da non inflazionarlo eccessivamente, un po’ come accade oggi con tante altre parole, così come la parola umiltà, tanto usata dai nostri calciatori, o la serenità dei nostri politici indagati o il mozzafiato di molti dei nostri colleghi a corto di sinonimie. Ma al di là del suo uso estetico, anzi oseremmo dire cinematografico, ne preferiremmo uno po’ più pieno e meno enfatico. Sì perché se si vuole parlare di eroe bisognerebbe inquadrare l’atleta olimpico come uno che, non diciamo che a Londra ci fosse andato a spese proprie e strisciando per terra, ma quasi.
La maggior parte degli atleti invece, appartiene al nostro esercito, quindi persone che, oltre a percepire uno stipendio, dovrebbero svolgere la loro attività preparatoria nella più completa calma, e in un contesto che li arruola praticamente solo per quello, per dar lustro all’arma che rappresentano.

Ricordate Alberto Tomba? Colui che tanto vanto portò allo sci nazionale? Salvo uscirne poi con magre figure per la Benemerita e che ne fece ben volentieri a meno a fine carriera sportiva. L’arma dei carabinieri sembra ora volersi disfare anche di un altro ex-eroe, Alex Schwazer, oro olimpico di Pechino 2008. Uno che sembrava tutto marcia, amore e merendine ma risultato positivo a un controllo antidoping. È tutta colpa mia ammette l’atleta in lacrime, e lo dice e lo ridice, e tutti i mezzi di comunicazione gli amplificano il meaculpa, tanto che ieri mattina, al GR3 delle 8.45, un sedicente psicologo lo definiva addirittura folle! Ma quando mai s’è visto e sentito che uno strizzacervelli definisse una patologia della capoccia follia o pazzia? Non aveva un termine scientifico più appropriato? E quand’è che l’ha visitato? Questo a meno che non ci si voglia nascondere, col vituperio e con la damnatio memoriae, dietro il famigerato dito, che stavolta ha l’esotico nome dell’altoatesino e ci si dimentichi in tal modo delle pressioni che spesso ricadono sugli atleti e dei bocconi amari e dopanti che devono mandar giù e non sempre per scelta propria. Questo non è certo eroismo ma ha tutta la nostra umana pietas.
A proposito dei nostri cinematografici eroi (quanto male ha fatto Hollywood alla coscienza degli italiani!), ma non eravamo in tempo di ristrettezze economiche? Non dovevamo tutti stringere la cinghia per il benessere della Nazione? E dove sono finiti tutti i ricercatori di falle nel pubblico erario e i cacciatori di fannulloni, e i bounty killer dello sperpero del pubblico denaro? In un epoca dove si parla ancora di raccolta di firme per il referendum contro gli esorbitanti stipendi dei nostri politici (oggi si saprà se la raccolta firme avrà avuto successo), nessuno si scandalizza davanti alle esose spese in onore di Olimpia.
Infatti la trasferta a Londra costa tre milioni e duecentocinquantamila euro! Il solo affitto di “Casa Italia”, i cinque piani del Queen Elisabeth II Conference Center ammonta a un milione e quattrocentonovantottomila euro! E fosse solo questo! Ci sono i premi per le medaglie! Nell’ordine andranno 140.000 € all’oro, 75.000 all’argento e 50.000 al bronzo. Il tutto distribuito singolarmente ad ogni componente anche nel caso di vittoria di squadra.
Mi si dirà che chi vince da lustro al nostro paese, da un’immagine migliore dell’Italia nel mondo, così come le necessarie spese per alloggio e rappresentanza in terra d’Albione. Ma c’è da chiedersi, al di fuori di quest’enfasi televisiva da bar dello sport, ma non sarebbero più utili tutti quei soldi a gratificare chi penosamente fa ancora ricerca e studia in questo paese e non ha ancora deciso di espatriare? Non sarebbe meglio utilizzare quei premi per altre finalità, senz’altro più elevate e ben più utili a questo sciagurato paese o tutto deve esistere in funzione dello sport e dell’oblio di massa? E inoltre, dov’è finito lo spirito olimpico, non era la gloria che s’andava cercando nelle competizioni a cinque cerchi?Molti dei presunti eroi sono già degli stipendiati, spesso sponsorizzati e come s’è visto qualcuno tornerà anche lautamente premiato e non solo dai circa 600 euro della medaglia d’oro ma anche dagli ulteriori sponsor che ricadranno sull’aurea immagine di eroe! E tutto sommato, in altri tempi, questa situazione ci sarebbe andata anche bene ma ora perché chiedere tanti sacrifici a chi non ha avuto fortune e velleità sportive?
Del resto, come sosteneva Tremonti, se di cultura non si campa, a noi comuni mortali nemmeno lo sport riempie il piatto, a meno che non ci si convinca del contrario con un opportuna propaganda.
Ci si chiederà allora perché accade tutto questo e perché si dia tanta importanza allo sport. Potrebbe valere su tutti il classico panem et circenses, che in buona parte ci sta ancora tutto, ma c’è di più, c’è il fatto che lo sport muove denaro.
Gli stessi e ormai non più candidi giochi olimpici esistono e vanno avanti per il giro di soldi che muovono, ricordate le olimpiadi del centenario, che andarono nel ’96 ad Atlanta, la patria della Coca-Cola? Lasciando la più meritevole Atene a bocca asciutta!
Da noi c’è anche la vicinanza dell’ambivalente calcio alla politica, che è ormai cosa nota, c’è chi vota il presidente della squadra del cuore per le vittorie conseguite mentre questi strizza l’occhio al mondo del pallone e ne guadagna gli utili vendendo i diritti alle TV e così via. I giornalisti sportivi più titolati muovono opinioni come se trattassero argomenti di rilevanza nazionale e la gente sentenzia e s’azzuffa scimmiottando il loro verbo, in un caos culturale dove non s’intende più qual è il serio e qual è il faceto.
Come sostenere tutto ciò? Con la retorica dell’eroe! È risaputo, una volta cristallizzata, tale immagine è come quella della Madonna, non si tocca, niente più critica, niente più dubbi, l’eroe è intangibile come la verginità di Maria. Finché non ne spunterà un altro a sostituirlo.
Chi è il vero eroe allora?

Noi! Noi onesti cittadini che continuiamo a pagare le tasse, noi che pur percependo un magro compenso lo dichiariamo tutto, senza evadere all’estero come ha fatto Valentino Rossi e tanti altri ancora con residenza a Montecarlo e che godono ancora delle simpatie e dei crediti degli addetti ai lavori.
Viva noi dunque! Anche davanti al televisore e con la birretta fredda in mano, ma con la consapevolezza che quel che vediamo è solo un gioco, anzi i Giochi.
(foto: fonte internet)
martedì 7 agosto 2012
“De Luca lancerà uno sguardo casalingo al panorama come per assicurarsi che tutto è apposto, il Vesuvio è là, viola-polveroso sulla cima, più giù il caldo caduto come una cortina di tulle confondendo i colori in una tinta unica grigiazzurra con leggere sbavature d’un rosa pastello, un gruppo case o un paese, lontano, sulla linea della costa. – D’estate la domenica è un giorno impossibile, dirà, gridando più forte la domenica.”Raffaele La Capria - Ferito a morte
“Sulla strada solito viavai di bagnanti, torrente affluito dall’interno del continente napoletano, s’ingrossa la domenica e straripa dal marciapiede. Ragazzini scalzi di tutte le misure, neri allegri e denutriti, e le loro occhiate, bianco degli occhi come spicchi d’aglio. Ne vedi uno, un momento, e allo stesso posto ne trovi due, tre: partenogenesi partenopea. Sfiorati dal passaggio snervante delle motorette, dagli autobus coi grappoli umani sul predellino, dalle macchine, sotto il sole di luglio – un sole!...”[…]
“Si affaccia dal parapetto: sale il vocio feroce, si sgolano impastati di sabbia fino al mento, epilettici nell’acqua bassa davanti alla luce purissima sconvolgente del mare. Quel fastidioso senso di promiscuità ogni volta, anche poco fa, nell’autobus. Una specie di vertigine che ti attira verso quel ribollire di corpi di facce segnate dall’usura del vicolo. Basterebbe un solo sguardo di simpatia, dato o ricevuto, una semplice occhiata di riconoscimento, un nulla, per sentirsi fagocitato dal magma umano come un albero dalla lava, distrutto, l’appartenenza a se stesso perduta, risucchiato dalla prevalente unità psicologica, sopraffatto e partecipe di colpe storiche.”
[…]
“Adoratori di Faccigialluta e faccia tosta, vili e servili sognano ancora farina feste e forche, un re lazzarone, i guasti i pasti e i fasti del quarantaquattro, campano ancora per scommessa, nascosti al Padreterno nel gomitolo del vicolo: ultimi detriti dello sfasciume.
Col capogiro distoglie lo sguardo dalla piccola Cina formicolante sulla spiaggia sotto i suoi occhi. Oltre l’ultima fila di cabine protesa nel mare come una barriera all’invadenza di quei bagnanti, in uno specchio d’acqua più tranquillo, la mole cadente e fastosa del Palazzo Medina domina la baia.
Lì il vocio della spiaggia arriverà attutito dalla vastità incombente del giorno, uguale al ronzio dell’insetto tra i gerani, a quello dell’aeroplano passato altissimo nel cielo lasciando una sottili scia di fumo.”
Raffaele La Capria - Ferito a morte (foto: fonte internet)
“- Mi corresse, a me, e il bello è che aveva pure ragione, un tram-vie-re. Senti gli ho detto, ma tu sai pure la rivoluzione francese? Un tramviere, avete capito? E chi te le dice ‘ste cose? Avvoca’: se la stava leggendo. Due o tre pagine ogni sera, due o tre pagine prima di coricarsi. La rivoluzione francese, un tramviere. Con tanti giornali a fumetti che ci stanno, mentre noi la sera ce ne veniamo al Circolo a fare un ramino, quelli che fanno? Si leggono la rivoluzione francese. Avvoca’, va a ruba, questi di vogliono imparare come-si-fa, perciò se la leggono, la vogliono fare pure loro la rivoluzione, tale e quale, e se il re non se ne andava pei fatti suoi, pure a lui appendevano al gancio come a quell’altro, poi mi direte se avevo ragione.Guarda preoccupato il mare o il futuro, tamburella con le dita il bracciolo della sedia a sdraio.”
[…]
“Facondi e iracondi, già arringati dal Duce, preferiscono ancora e sempre i gigioni e la genia dei geni. Il Lussurioso Immaginifico li fe’ sognare d’Oltremare, crispini e libici inneggiarono alla guerra lirica, e poi fascisti a quella lampo. Nello scatolone di sabbia cacammo sangue due volte e nella neve più volte lo sputammo, sempre in onore dei probiviri ossessionati dalla tranquillità della rendita. Moderatori di ideologie, galantuomini, degne persone e belle figure: riserva di saggezza. Da qui comincia lo sfasciume. Dunque sai chi sono, e dunque non è proprio il caso…”6 AGOSTO 1945
Un vecchio dottore giapponese scampato alla bomba atomicaDi Tomokazu Kosuga
Il primo agosto 1944, un anno prima del bombardamento, il Dottor Hida fu assegnato all’ospedale militare di Hiroshima come medico. Ha assistito all’impatto della bomba a meno di sei chilometri dall’epicentro, e da allora ha visto tutto quello che un medico specializzato nel trattamento delle vittime della bomba può vedere con i suoi occhi. Il Dott. Hida conosce bene gli effetti della bomba—non solo dalla prospettiva di chi era lì, ma anche dalla prospettiva di un medico militare specializzato. Non vi sorprenderà dunque che nel tempo quasi 6.000 pazienti affetti da disturbi legati alle radiazioni si siano rivolti a lui per una consulenza.
Cosa è successo allora quel giorno a Hiroshima? VICE ha parlato con il Dott. Hida, che di quell’esperienza ricorda ogni dettaglio.
VICE: Come riuscì a sfuggire all’impatto diretto della bomba, anche se si trovava a Hiroshima?
Dr. Hida: La notte prima del 6 agosto stavo dormendo sul mio futon, quando qualcuno all’improvviso mi svegliò. Era un vecchio che veniva dal villaggio di Hesaka, a qualche miglio da Hiroshima. La sua nipotina aveva una disfunzione della valvola cardiaca e spesso aveva degli attacchi, per cui mi recavo regolarmente al villaggio a darle un’occhiata. Quella notte ne aveva avuto un altro, allora montai sulla bici del vecchio, e mi feci portare sul posto. Mi allontanai da Hiroshima giusto in tempo per sfuggire all’impatto diretto. Sono stato esposto alle radiazioni, ma da una distanza di circa cinque chilometri e mezzo dall’epicentro.
Ma lei vide il momento in cui la bomba colpì la città?
Sì. Credo di essere tra i pochi che lo videro con i propri occhi e poi ebbero la possibilità di scrivere la propria esperienza, perché la maggior parte degli abitanti di Hiroshima è rimasta uccisa nell’istante stesso in cui ha visto quel fulmine di luce accecante. Ti spiego come andò. Passai la notte in casa del vecchio a tenere d’occhio la bambina. La mattina dopo decisi di darle un sedativo prima di andare via, perché se si svegliava piangendo rischiava di avere un altro attacco. Presi una piccola siringa dalla tasca, e la sollevai davanti a me, premendo in modo da far uscire un po’ di liquido. In quel momento vidi un aereo che sorvolava Hiroshima, proprio di fronte a me.
Doveva essere Enola Gay. Ci racconti quello che vide quando la bomba colpì Hiroshima.
La prima cosa che vidi fu la luce. Era così intensa che sono rimasto accecato per un attimo. In quello stesso momento sono stato travolto da un calore molto forte. La bomba aveva rilasciato un’onda termica di 4.000 gradi nel momento in cui aveva colpito il suolo. Io entrai nel panico, mi coprii gli occhi, e rimasi accucciato per terra. Non si sentiva nulla, lo stormire degli alberi si era fermato. Sentii qualcosa muoversi, allora guardai prudentemente fuori dalla finestra, nella direzione da cui era venuta la luce. Il cielo era azzurro, e non c’erano nuvole, ma c’era un anello rosso di fuoco su nel cielo, sopra la città! Nel mezzo dell’anello c’era una grossa palla bianca che continuava a crescere come la nuvola di una tempesta—era perfettamente rotonda. Diventava sempre più grande, finché non raggiunse l’anello, e allora esplose tutto, formando un’unica grande palla di fuoco. Era come vedere nascere un nuovo sole. Da piccolo avevo visto l’eruzione del vulcano Asama da vicino, ma questo era molto più forte. Le nuvole erano bianche, ma brillavano come arcobaleni mentre si sollevavano nel cielo. Era davvero bello. Lo chiamano ‘fungo atomico’, ma in realtà è come una colonna di fuoco: la parte inferiore della colonna è in fiamme e la parte superiore è la palla di fuoco, che si tramuta in una nuvola mentre continua a salire nel cielo. Poi, da sotto la colonna di fuoco, cominciarono a diffondersi orizzontalmente delle nuvole nere come pece, fin sopra le montagne che circondavano Hiroshima. Erano nuvole di sabbia e polvere che venivano spinte su dalla pressione generata dall’impatto. Venivano verso di noi come una marea. Noi eravamo su una collina, accanto a noi c’era una rupe, ma la nuvola di polvere ci fu subito sopra. Prima che me ne rendessi conto la casa del vecchio fu inghiottita e schiacciata dall’onda. Fortunatamente il tetto di paglia fece da cuscino, e salvò me e la bambina. Allora mi resi conto che era successo qualcosa di terribile, e corsi all’ospedale di Hiroshima con la bicicletta del vecchio.
Incontrai la prima vittima a metà strada. Questa cosa nera venne fuori da dietro un angolo di strada, barcollando maldestramente. Non avevo idea di cosa fosse. Ho rallentato e mi sono avvicinato lentamente, e gradualmente mi sono accorto che era una persona. Cercai di guardarlo in faccia, ma non ce l’aveva. C’erano solo delle grosse palle al posto degli occhi, un buco aperto in corrispondenza del naso, e le labbra erano così gonfie che occupavano metà della faccia. Era una cosa mostruosa. E aveva questa cosa nera che sembrava una manica strappata, e così all’inizio pensai che indossasse degli stracci. Mi chiedevo come tutto questo fosse possibile, quando l’uomo cominciò a venire verso di me. La mia prima reazione fu di arretrare. Ma quella cosa inciampò sulla mia bici e cadde a terra. Essendo un dottore, mi precipitai verso di lui e cercai di sentirgli il polso. Ma tutta la pelle del braccio si era staccata, non sapevo da dove prenderlo. Mi accorsi che la persona non aveva addosso degli stracci, ma era completamente nuda. Quelli che avevo creduto stracci non erano altro che la pelle viva che si era staccata dal corpo e penzolava ancora. Anche la pelle della schiena era bruciata e si staccava, e c’erano decine di piccole schegge di vetro che la punteggiavano. Diede un paio di sussulti, e poi giacque del tutto immobile. Era morto.
È un’immagine davvero scioccante. Si imbattè in altre scene traumatiche?
Sì. In qualche modo riuscii a raggiungere l’ospedale ma c’era un grosso incendio, e non potei ad entrare. Mi misi a pensare al da farsi, e infine decisi che, visto che ero un dottore, e che ero ancora vivo, la cosa migliore da fare era tornare al villaggio. Hesaka era il villaggio più vicino a Hiroshima, per cui tutti gli sfollati sarebbero stati portati lì, e magari sarei riuscito a medicare qualcuno. Ci misi altre tre ore pedalando lungo il fiume, ma alla fine arrivai alla scuola elementare del villaggio. Diedi un’occhiata al cortile. Era pieno di corpi carbonizzati al suolo, come se qualcuno li avesse sparsi. Ci saranno state mille persone. Alla scuola trovai altri tre dottori dell’esercito, e ci mettemmo a pensare a un piano di azione. Ma le vittime erano tutte ustionate in maniera gravissima, e in condizioni critiche. Non c’era molto da fare. Quello che facemmo quella notte fu solo separare i morti dai vivi che giacevano al suolo, e cominciare a portare via i corpi. Mentre mi davo da fare, tutti gli hibakusha mi fissavano. Facevo del mio meglio per evitare di guardarli negli occhi. Ma poi incrociai lo sguardo di un uomo, e mi sentii obbligato ad andare a sentire come stava. Mentre mi avvicinavo lui mi fissava con gli occhi sgranati, uno sguardo orrendo. Le persone che stavano morendo lì non avevano neanche un’idea di cosa fosse successo, e per questo tutti avevano occhi come quelli degli animali. Hai mai visto gli occhi di un maiale quando viene sgozzato? Spaventoso, no? Questa persona mi guardava in quel modo. Me li sogno ancora oggi quegli occhi. Ogni anno, verso il 6 agosto, sogno quegli occhi, tutte le notti. Non voglio vederli mai più, ma loro continuano a comparire. Tanta è stata l’impressione che mi hanno fatto.
Quando ha cominciato a occuparsi degli hibakusha sopravvisuti?
Il terzo giorno dopo la bomba cominciammo ad occuparci di quelli che sembravano avere una possibilità di sopravvivere. Fu lì che scoprimmo gli effetti delle radiazioni. Per prima cosa, alle vittime viene la febbre, più di 40. Era così alta che i termometri si rompevano. Poi, avvicinandoci ai loro volti, notammo che avevano un alito spaventosamente fetido. Era impossibile avvicinarsi. Credo che in termini medici quell’odore sia una combinazione della necrosi e della decomposizione. Se gli esaminavamo la bocca, vedevamo che era completamente nera. I globuli bianchi nei loro corpi erano stati neutralizzati, e per questo i batteri nelle bocche si erano moltiplicati velocemente. E visto che non c’era nulla che le proteggesse, cominciavano a marcire molto prima che in normali casi di infezione, o di formazione di pus. Sentivamo l’odore, un odore che solo quelli che hanno visto le conseguenze della bomba conoscono. Poi cominciammo a riscontrare delle pustole viola sulla pelle non ustionata. In termini medici questo fenomeno si definisce ‘purpura’ e si forma di solito prima che un paziente affetto da una malattia come la leucemia muoia. I pazienti perdevano tutti i capelli, come se gli avessero spazzato la testa con una scopa. Le radiazioni di solito colpiscono le cellule sane, per cui le radici dei capelli sono le prime a morire. I sintomi terminali sono il vomito di sangue, e altre emorragie dagli occhi, dal naso, dall’ano, dai genitali. Le vittime resistono poche ore prima di morire. All’epoca eravamo tutti terrorizzati, perché nessuno sapeva cosa poteva aver causato tutto questo.
Ha detto che anche lei fu esposto alle radiazioni. Ne ha avvertito i sintomi in seguito?
Il sintomo più forte che ho sperimentato è stato un precoce invecchiamento delle ossa. La mia colonna vertebrale è in condizioni penose. Ho avuto problemi alla parte bassa della schiena dopo essere stato esposto alle radiazioni, e ho dovuto subire numerosi interventi chirurgici. Nei momenti peggiori mi sono ritrovato a strisciare a terra per il dolore. Comunque, l’invecchiamento sembra essersi fermato quando ho compiuto 80 anni, e ho cominciato una terapia basata sul camminare su e giù nell’acqua di una piscina. Nell’ultima Giornata della Memoria della Bomba Atomica ho passeggiato per Hiroshima e Nagasaki con il mio bastone. La paura più grossa per tutti gli hibakusha è quella, un giorno o l’altro, di sviluppare il cancro. Non possiamo pianificare le vite come gli altri. Quando ci iscriviamo all’università, quando ci sposiamo, quando abbiamo figli, dobbiamo sempre fare i conti con questa paura. Ci hanno derubato dei nostri diritti di esseri umani. Non è stato violato solo il nostro diritto a vivere come esseri umani, siamo anche stati costretti a vivere con la consapevolezza che un giorno avremmo sviluppato una malattia come risultato diretto dell’esposizione alla bomba. Ma non sappiamo esattamente quando succederà, e fino ad allora vivremo nella paura. Anche se facessimo causa al nostro Paese e ricevessimo dei soldi, non cambierebbe nulla. Qualsiasi somma di denaro non potra mai darmi indietro tutti questi anni di sofferenze.