venerdì 1 maggio 2026

L’equilibrio precario

 

Il 25 aprile ha messo in luce quello che in molti si ostinavano ancora a non volere vedere, soprattutto a sinistra della compagine politica italiana, ovvero la cristallizzazione delle idee progressiste in una serie di dogmi che ad oggi stentano a permanere entro i ranghi del mondo progressista e, aggiungerei, del buon senso.

Sappiamo bene che, quando si arriva al governo della cosa pubblica e si amministra il paese o una parte di esso, sia la destra che la sinistra divengono, gioco forza, democristiane, ma la base, la vera forza motrice della politica, quella diviene sempre più tifo sragionato e sempre meno entità critica e costruttiva. Questo mi fa paura, poiché le masse acritiche sono facilmente governabili e, c’è sempre la possibilità che qualcuno le indirizzi là dove vuole, e spesso, là dove non dovrebbero mai andare. Se poi si considera che per fare la guerra si è sempre in due, allora il gioco è fatto, o meglio, la frittata è fatta! Il ventennio fascista e gli anni di piombo avrebbero per questo dovuto insegnarci qualcosa.

Una volta, la critica maggiore che si faceva alla sinistra era quella di avere la presunzione della ragione e il predominio della cultura, se non altro per essere filiazione di una Resistenza e di partiti che in buona parte hanno steso quel fondamentale documento che è la nostra Costituzione. In parte quest’onere/onore c’è stato, e in effetti la classe intellettuale italiana, se non palesemente schierata a sinistra, anche se poggiata su una scuola pre-gentiliana, non è parsa certo di destra, ma l’impressione è che questo blasone, i progressisti italiani, sembra che lo abbiano gradualmente perso, appiattendosi sotto simboli e nomi, eroi e nemici comuni, perdendo d’occhio la realtà verso la quale andava l’Italia.

Sembra assurdo che, a più di ottant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo, non si sia fatta ancora la pace con noi stessi, andando a scovare, da una parte come dall’altra, i famigerati peli nell’uovo e le pagliuzze negli occhi altrui per portare avanti le proprie tesi, e sempre pur dimenticando i parecchi scheletri nei nostri armadi.

Se, ad una festa di compleanno, grido: “auguri e figli maschi!”, in molti mi guarderebbero storto e a ragion veduta, quindi perché alle celebrazioni del 25 aprile bisogna per forza scendere in piazza con bandiere che non c’azzeccano nulla con quell’evento? Forse perché ogni occasione è buona per ribadire la propria posizione politica far propria una festa che dovrebbe ormai esser condivisa? Certo! Ma è opportuno? Secondo me no!

Scendere in piazza con la bandiera israeliana o con quella palestinese, con quella ucraina o con quella del Donbass e dell’Iran dello scià, non c’entra nulla con gli ideali di unificazione e pacificazione rappresentati dalla festa della Liberazione, perché sono azioni faziose, da un lato lo sono quelle di una destra (ma anche di una certa sinistra) pro Israele e pro Ucraina, per ovvie ragioni di opportunismo geopolitico e, talvolta, di vicinanza culturale; ma, dall’altra parte, perché inneggiare ai palestinesi e al Donbass, ed anacronisticamente schierarsi in favore di una Russia che Unione Sovietica più non è?

Molti sosterranno che lo si fa in favore della liberazione di quei popoli oppressi, ma perché farlo con tanta disparità e senza comunione d’intenti? Tutto questo, soprattutto se si è coscienti di creare il dissidio, se non lo scontro; a chi giova? A chi giova se non a chi vuole tutto ciò, a scapito del sano confronto e della ragione, e in favore di un caos nel quale poter sguazzare?

Sottolineo che Sono fermamente convinto che Israele abbia e, stia ancora attuando in Palestina un genocidio in piena regola, e una vera e propria guerra di invasione. La Russia, allo stesso modo e contro ogni principio del diritto internazionale e umanitario, sta attuando una guerra di invasione in Ucraina. Perché quindi la nostra cara sinistra si divide ancora su queste due questioni? Semplice! Per un principio di numeri e di mera sopravvivenza! Perché la sinistra, in particolar modo quella radicale (quella dalle quale provengo) ha ormai perso ogni contatto reale col mondo, soprattutto quello che avrebbe dovuto essere più prossimo a lei, la sinistra si è talmente imborghesita da rimanere ancorata al tempo di Stalin e del proletariato, anche quando il proletariato non esiste più, e pertanto, smarrendo la sua strada primaria di emancipazione delle masse operaie che ormai tali non sono più. Persegue i suoi dogmi con i paraocchi, vedendo solo quello che ha o le hanno messo davanti, e soprattutto quello che è adducibile al suo nemico perenne, gli Stati Uniti d’America pensando in tal modo di mantenere una sua identità.

D’altro canto, la destra non è che brilli per iniziativa od originalità, basta vedere quel che hanno fatto fino ad oggi, seguendo pedissequamente gli ondivaghi umori di un Trump più guerrafondaio che mai e un Netanyahu che gli fa da cane da presa, lasciando sotto al tappeto, le vecchie problematiche di sempre, ma soprattutto hanno continuato ad esaltare, anche se in maniera soffusa e in maniera speculare ai fantasmi della sinistra, il culto del duce e del ventennio, come panacea di tutti i loro mali, senza per questo considerare che, così come fanno trasversalmente i neoborbonici, leghisti e nostalgici d’ogni risma, in quei regimi sarebbero essi stessi stati vittime dell’assolutismo, privati della libertà d’opinione e d’azione di cui oggi invece godono grazie a ciò che contestano. Quella democrazia imperfetta che si regge sulla sacrosanta dialettica delle parti e, mi duole e mi rassicura allo stesso tempo dirlo, grazie ad un benessere economico comune, quello che, fin quando reggerà, manterrà la pace in questo paese come altrove in occidente.