Il saluto è dell’angelo, così mi dicevano i miei nonni e così anche mio padre. Io non sono credente, ma questa frase mi è rimasta impressa sin da quando ero bambino e ne faccio ancora oggi tesoro, oggi che sono vecchio e sono più vicino a miei avi. Per loro quel detto sanciva, con i crismi della sacralità, un gesto rituale ma che ne determinava un’importanza sociale; il rispetto per chi lo meritava, verso un anziano ad esempio oppure verso una personalità, ma anche un rispetto reverenziale verso il potere, in tutte le sue forme. Per me, uomo dei miei tempi, ha tutto un altro significato, un segno di eguaglianza.
Nella mia breve ma intensa carriera di montanaro ho avuto la
fortuna di visitare molti paesi di montagna, spesso sperduti su altipiani
desolati e lontani dal mondo, ma una cosa accomunava questi luoghi al di fuori
dello spazio e del tempo, ed era il saluto che ricevevo ad ogni incontro con
gli abitanti del posto. Questo saluto non era formale ma gioviale, aperto, pieno,
in attesa di una grata risposta, magari foriera di un prosieguo di battute e di
rimandi ad un improbabile ma auspicato arrivederci. Questi saluti erano
contagiosi perché mi spronavano, in Italia come all’estero, a condividerli,
nella speranza, mai vana, di un ricambio, quanto meno rispettoso, se non
affettuoso di quel gratificante contatto umano che può darti un buongiorno, una
buonasera, un salve e un arrivederci.
Di ritorno, alle mie latitudini, ho spesso trovato un
atteggiamento inverso da quello montano, restio al saluto, se non attendista,
volto magari a una reciprocità, indotta dal mio di saluto e non dal loro. La
diffidenza la fa da padrona, anche in un contesto proverbialmente aperto e
solare come si presume sia quello partenopeo. Sembra quasi che il saluto sia,
così come un grazie o uno scusa, una forma di debolezza, di mediocrità
acquisita dal salutare per primo; oppure una svogliatezza nel voler condividere
con qualcuno l’appartenenza allo stesso genere umano.
Sarà forse che lassù in montagna gli incontri siano pochi e
che la solitudine di quegli uomini e di quelle donne che, per scelta o per
costrizione, vivono i pro e i contro dell’isolamento, li induca maggiormente al
saluto e che quest’attitudine acquisti un valore diverso da quello cittadino,
ma di fatto il saluto diviene un bene prezioso per la rarità del suo riscontro.
Ne deduco quindi che in un contesto urbano il valore possa essere diverso,
minore senz’altro, e sostituito da altro, da altri valori, che non siano quelli
della fratellanza e della condivisione ma altri, forse più legati
all’opportunità e all’opportunismo e non a un sentimento che una volta si
considerava universale.
E così, come per tante cose nella mia vita, non mi rassegno
ancora all’appiattimento e continuo a salutare, anche chi poi scopro di aver
confuso con qualcun altro, ma ne gioisco lo stesso, soprattutto quando poi si
ride del mio errore e sostengo: vabbè e
che fa, ora ci conosciamo, io so’ Ciro e mi fa piacere fare la tua conoscenza,
e poi, il saluto è dell’angelo!
