mercoledì 15 luglio 2026

Chi tace acconsente

 

A volte mi chiedo a cosa serva scrivere sui social, soprattutto quando lo faccio attraverso i miei umili mezzi di utente medio della rete. Me lo chiedo ormai da anni, così come lo facevo da blogger e come lo faccio ancora adesso come giornalista e sono arrivato alla conclusione che valga, sopra ogni cosa, l’andante del chi tace acconsente.

Oggi che la chiacchiera da bar si è definitivamente trasferita alle reti sociali dove, malgrado in molti lo neghino, tutti vanno a sbirciare e a lanciare pietre, è lì che il furor di popolo imperversa, è lì che ormai la politica o chi per lei, batte il ferro finché è caldo. Nelle reti sociali passa la nuova propaganda perché è un mezzo trasversale che raggiunge tutti, ed è lì che tutti coloro che, nel bene come nel male, vogliano lanciare un messaggio, vanno, postano e talvolta scappano, nascondendo la manina.

Ecco perché, quando, ben sostenuta dalla vetusta televisione generalista, l’onda di odio razziale imperversa sulla home di facebook o, ancor peggio su Instagram, qualcosa andrebbe pur detta.

Il vettore migliore del razzismo latente non può essere che quello calcistico, un contesto, soprattutto in Italia, che continua a smuovere coscienze pur rimanendo ancorato al passato, quanto meno di una cinquantina d’anni rispetto all’attualità. Una bolla spazio-temporale dove tutto o quasi viene concesso, dove la donna è sempre un oggetto sessuale (vedasi l’ostentata grazia delle conduttrici televisive), dove non esiste omosessualità e dove la morale, continua ad essere quella del più forte e, soprattutto, quella di colui che ha più soldi.

L’immagine, perché di questo si tratta, quella che vorrei mettere in evidenza, non è nuova ed è quella della nazionale francese, più volte oggetto dell’italico scherno. Sarà che ultimamente siamo un po’ scarsini a livello di pallone e che al mondiale non ci andiamo almeno da dodici lunghi anni, e che spesso riserviamo ai cugini d’oltralpe un trattamento tutt’altro che di riguardo ma, indicando la partita dei quarti di finale dei mondiali di calcio, quella giocata tra Francia e Marocco, come un derby tra squadre africane, non si rasenta il razziamo; lo si è già travalicato.

Se una squadra di un qualsiasi sport fosse composta solo da atleti di carnagione chiara nessuno andrebbe a sindacarne l’etnia (sì etnia! Perché il concetto di razza non esiste più in ambito scientifico da un bel po’), potrebbero infatti essere tutti italiani, spagnoli, inglesi, francesi e così via o magari mescolati fra loro ma, se a prevalere è la somatica di colore, allora scatta il razzismo, scatta il distinguo, il luogo comune e la discriminazione e, concedetemelo, anche il livore di chi non partecipa alle competizioni. Sì, perché, in quel caso, nonostante in certi paesi dal passato coloniale molte etnie siano parte integrante della loro società, il colore scuro delle pelle fa ancora specie, crea ancora disagio e sospetto e dà il via libera al festival del luogo comune!

Quei ragazzotti strapagati non sono più uomini come noi, non appartengono alla loro nazione ma diventano neri, africani, insomma diversi da noi, principalmente se non giocano per noi, come se non respirassero la nostra stessa aria. Questo accade anche dal punto di vista degli stereotipi, appioppando loro super poteri sessuali o pretendendo che la loro fisiologia sia più propensa allo sport rispetto a noi normali uomini dalla carnagione chiara (vedi l’accostamento alla bestialità più che all’umanità), così definendoli portati per la musica, come se le scienze fossero appannaggio nostro di bianchi e così via.

Non parliamo poi della religione, automaticamente diventano tutti musulmani e ovviamente fondamentalisti e potenzialmente terroristi, soprattutto se escono al di fuori di quella zona franca del calcio professionistico. Accade forse come nell’antica Roma, quando nell’arena degli anfiteatri combattevano gladiatori di diverse nazionalità ed etnie, ogni spettatore parteggiava per l’uno o per l’altro, per il trace, il gallo o il numida ma, al di fuori degli stadi, erano e sono feccia, ingombro, fastidio o pericolo.

Bisogna quindi dirlo, una volta per tutte, se hai l’amico africano, o ti sei fatto la foto a Zanzibar con il bimbo di colore, questo non fa di te una persona migliore se poi accomuni loro al male assoluto, se sostieni che a delinquere siano più loro rispetto a noi e riversandogli tutti i suddetti luoghi comuni. Le generalizzazioni fanno male sempre a tutti, ovviamente a chi le subisce ma anche a chi le reitera poiché, cercando il capro espiatorio per i tuoi mali e le tue frustrazioni poi va a finire che dimentichi di essere razzista.

Per approfondire

Professione civile

 

Per molti di noi la scuola non si chiude agli inizi di giugno ma dura tutto l’anno e forse tutta la vita, perché abbiamo la nostra professione nel sangue.

Non sono ancora andato in ferie, e mancano ancora alcuni adempimenti scolastici prima di farlo ma, nonostante il caldo tremendo di quest’estate e le sterili e pilotate polemiche che accompagnano questo periodo di pausa estiva, già mi mancano i miei studenti. Qualche collega penserà che ‘a capa mia nun è bona ma, la mia professione, non è né un ripiego né un secondo lavoro sicuro, e neanche una missione, è la mia prima e unica scelta lavorativa.

Io amo il mio mestiere, è una delle mie passioni e se c’è qualcosa che mi innervosisce non è il lavoro in aula ma la burocrazia che mi distoglie da quello che potrei meglio fare con i miei studenti, e tutta una serie di azioni di governi passati e presenti che rendono il nostro lavoro sempre più difficile e meno efficace a causa delle loro scartoffie e dei loro alibi per giustificare riforme di un mondo che conoscono poco o niente; né loro, né coloro che gliele scrivono, troppo impegnati nel far carriera e poco propensi, pertanto, nello stare in classe.

Ecco perché, neanche prese le ferie, ho deciso di partecipare attivamente a un campo scuola perché avevo il bisogno di stare assieme ai giovani e vivere un’esperienza didattica diversa, un’esperienza di Protezione Civile, di vita vissuta, di comunione di intenti e di condivisione delle emozioni.

I ragazzi, se sai aprirti a loro, se sai ascoltarli, possono darti tanto e non solo con l’abbraccio d’addio a fine campo, ma quando ti ascoltano con fiducia e rispetto, quando condividono con te le loro paure e i loro dispiaceri per essere aiutati ad esorcizzarli, ma anche quando ti fanno incavolare per il loro disordine e per il loro non seguire le poche ma basilari regole del vivere in comune, perché loro possono sbagliare, anzi devono farlo per crescere, noi adulti, no!

Che dire quindi, il nostro compito è quello di fare i grandi, che spesso è un ruolo ingrato ma è quello che ci spetta fare, spesso per colmare anche l’assenza di atre figure incapaci di ascoltare i ragazzi. L’esperienza di quest’estate è quella di insegnare loro il rispetto delle regole ma anche l’amore per la natura che li circonda e che spesso non conoscono. Fornire loro le basi generali per divenire futuri cittadini consapevoli e di imparare a collaborare tra loro. Il nostro compito è quello di piantare semi che forse un giorno fioriranno, così come altri hanno fatto con noi.

Grazie a Primaurora, l’associazione di Protezione Civile a cui appartengo, ho avuto la possibilità di misurarmi in questa nuova esperienza e grazie a tutti i ragazzi ho trovato nuove motivazioni e nuove visioni per affacciarmi ancora una volta sul mondo, e stavolta attraverso i loro occhi. L’età avanza e le energie di una volta scarseggiano, seguirli e farmi seguire non è stata cosa facile, le loro distrazioni sono tante, la pressione sociale pure; i luoghi comuni, l’apatia, la scarsa dimestichezza di molti verso il contesto naturale sono ostacoli notevoli ma, sopra ogni cosa, la dipendenza dai loro smartphone sembra insormontabile. Il telefonino è ormai una nuova coperta di Linus, un imprescindibile strumento per le relazioni sociali, un appiglio del loro io a ciò che li circonda, un aggancio ad un mondo che stentano ad affrontare se non attraverso la rete.

Che posso dirvi, io e gli altri miei compagni d’avventura c’abbiamo provato a farglielo capire che esiste un mondo oltre gli schermi dei loro cellulari e, per fortuna, le estemporanee partite di calcio, hanno arginato la dipendenza mediatica e poi fare una battaglia di gavettoni nell’arsura di questo torrido luglio 2026 non ha avuto prezzo neanche per me, ragazzo del ’67.

lunedì 6 luglio 2026

Svuotacantine e svuotacoscienze


Durante le mie vigilanze di guardia giurata del WWF ne vedo di tutti i colori, e spesso devo ricredermi della cosiddetta società civile che predica bene e razzola male, nascondendo sotto il tappeto lo scarto delle loro attività e della propria coscienza.

La stessa politica, quella che amministra il territorio, quella che strombazza ai quattro venti le sue iniziative, dimentica facilmente di controllare ciò che aveva intrapreso, passando rapidamente ad altri bandi e ad altre chimere.

Questa logica al ribasso è trasversale, nel senso che, così come il cittadino si affida superficialmente allo svuotacantine di turno, per smaltire in economia i suoi rifiuti, allo stesso modo, gli organi competenti si affidano a ditte che smaltiscono in maniera approssimativa, se non illegale, i propri di rifiuti. Capita quindi che, le Lave Novelle di Ercolano, luogo da sempre martoriato dall’uomo, prima con le cave di pietra lavica e poi con il loro riempimento di rifiuti d’ogni genere e pericolosità, queste permangano un luogo di sversamento, scarico e rogo dei rifiuti. Che questi sia la ditta a nero, o l’imprenditore che vuole risparmiare, i rifiuti vanno tutti là, a via Filaro, a via Castelluccio, a via Focone e in tutte le omonime diramazioni di quel luogo maledetto.

Il problema è che lì sopra, nel caso specifico in via Filaro, ci trovi ancora i “big bag” della raccolta differenziata fatta dal Comune di Ercolano nell’ottobre del 2018 ma non solo, l’ultima scoperta, tra il tanto rifiuto domestico e industriale ivi presente, è stato quella di rinvenire la cartellonistica FESR della Comunità Montana del Taburno.

E sì! L’ironia della situazione è quella che dal globale si passa con disinvoltura al locale ma in senso degenerativo, si legge infatti sul cartello: “Interventi di riduzione del livello di esposizione ai rischi connessi al clima attraverso il miglioramento della resilienza nel territorio della Comunità Montana del Taburno”. Tante belle ed abusate parole; la lotta al riscaldamento globale, l’abusato concetto di resilienza ma, in pratica, trattasi di soldi stanziati dalla UE per la nobile causa ambientale in quella zona ricadente in buona parte in un’area protetta e rifiuti lasciati in un Parco Nazionale.

Cosa sarà mai accaduto per far sì che soldi dell’Unione Europea e mediati dalla Regione, per tutelare l’ambiente, alla fine sono stati usati per inquinare l’ambiente stesso? Sarà stata la logica dei subappalti, arrivati fino alla base di questo processo, demandando il compito di smaltire i rifiuti della Comunità Montana del Taburno sul Vesuvio? Quale aberrazione può permettere tutto questo, quale concetto distorto dell’amministrazione del territorio può affidarsi a qualcuno che, così come un privato, si affida in pratica a uno svuotacantine qualsiasi?











L’educazione sentimentale

 

Quand’ero bambino giocavo solo alla guerra, con armi giocattolo e soldatini. I ruoli maschio/femmina erano graniticamente definiti, così come i giochi che, in alternativa erano i trenini elettrici e le automobiline e tutto il necessario per una futura brava mamma e massaia, per le bambine.

Da grande non ho fatto il servizio militare e sono sostanzialmente un pacifista e ho comunque messo su famiglia. I miei coetanei, in genere, sono uomini e donne emancipati e al passo con i tempi e sono stati, volenti o nolenti, i fautori di una società in buona parte demilitarizzata e liberale, soprattutto rispetto al passato.

Mi chiedo quindi, che male potrebbero fare le presunte teorie gender ai bambini di oggi? In realtà non credo che nemmeno esistano o che siano frutto di visioni distorte della realtà e che comunque non si impartiscano a scuola. Credo che siano più paventate che altro o frutto di situazioni decontestualizzate ma, la sessualità non è di certo un’attitudine indotta ma è una naturale inclinazione dell’essere.

Al netto di chi vede ancora come uno stigma sociale o una disgrazia l’essere diverso dalla massa, oggi stiamo ancora a parlare di educazione sessuale ed educazione ai sentimenti, mostrando ancora una volta, il grande tabù della nostra società e, consentitemelo, la grande ipocrisia di questa. Infatti, in un mondo che vende sesso in tutte le salse e svende il corpo femminile come un prodotto qualsiasi, c’è ancora chi prova, nel migliore dei casi, pudore nei confronti di un tema così importante come l’educazione sessuale! Relegando ad estrusi processi burocratici e al permesso delle famiglie la coerente attività didattica degli insegnanti.

Ricordo, al liceo, il compianto Prof Luigi Storino,  all’epoca professore di religione. E non potrò mai dimenticare la scena di un genitore che, ad alta voce, gli consigliava: “ma tu faje ‘o prufessore ‘e religione e fa chello, nun mettere ‘nmiezo chesti cose!” Gigino, come lo chiamavamo, era stato reo di aver affrontato le tematiche proibite dell’amore e del sesso, in un epoca nella quale c’era ancora chi, prete come lui, andava nelle classi a proiettare truculenti filmati sull’aborto e le sue conseguenze, erano gli anni ottanta.

Se oggi quindi, agli occhi di qualcuno ci fosse in atto un’invasione LGBTQIA+, questo accade semplicemente perché c’è maggior apertura al dialogo e si ha meno timore e minore pressione sociale nel vivere liberamente la propria sessualità; non esistono quindi complotti, tranne nella mente di chi ne ha bisogno perché non sa guardarsi dentro. Non c’entra nulla l’educazione, sia essa familiare, sia essa scolastica, alla natura non si comanda, così come alle sue pulsioni.

giovedì 18 giugno 2026

Un euro a piacere

 


Siamo talmente abituati all’illegalità da considerare lecite, se non addirittura legali, alcune pratiche, vuoi per quell’inutile rassegnazione che ci contraddistingue, vuoi per quell’accondiscendente, autoassolutoria o complice compiacenza che pure ci rappresenta.

Ed ecco che la monnezza per strada diviene molesta solo se sta vicino casa nostra, ma risulta essere un tutt’uno con lo scenario urbano quando si tratta dei raccordi delle superstrade o la si ammira negli ambiti delle periferie. Lo stesso vale per quel che riguarda il codice della strada, questo, alle nostre latitudini, segue, nel migliore dei casi, la libera interpretazione dell’utenza, gli usi e costumi locali e la legge del più forte, il tutto, spesso, tollerato dalle stesse forze dell’ordine, inclini più alla tranquillità che al controllo.

Uno dei casi più emblematici è quello dei parcheggiatori abusivi, veri e propri estorsori mascherati da pubblici ufficiali intenti nella gestione dello spazio pubblico. In effetti, cosa più unica che rara, i posteggiatori napoletani indossano spesso gilet gialli o arancioni fluorescenti, quelli che abbiamo anche noi nelle nostre auto, tali da renderli visibili, come se stessero svolgendo un lavoro come un altro. In pratica, questi simpatici signori, talvolta dall’aria bonaria e con quell’espressione tacita che esprime un ecumenico “tutte quante amma campà”, oppure con la faccia da galeotto che esprime invece più minaccia che pietistica simpatia, pretenderanno il loro dovuto e questo sotto gli occhi di tutti.

Nell’un caso come nell’altro trattasi, quanto meno, di estorsione poiché la tariffa, che va dall’obolo a piacere a veri e propri tariffari che talvolta superano i 5 euro, è impositiva e il rischio di ripercussioni è reale. Ovviamente, oltre al reato di estorsione, potremmo riscontrare altre infrazioni, tra l’illecito e il penale, come l’intralcio per la pubblica viabilità, appropriazione indebita di luogo pubblico o privato e così via, fino al danneggiamento di cose e violenza personale.

E invece no! Il tutto è tollerato, viene considerato un male minore, se non addirittura necessario, vista l’assenza delle forze dell’ordine, soprattutto in certe ore del giorno e della notte. Si dimentica però che l’illegalità, non porta automaticamente a una forma di legalità ma, al contrario, porta altra illegalità e spesso con conseguenze che vanno per eccesso e non per difetto. In tal caso, poi, le polizie intervengono, o sono costrette ad farlo, ma a cose fatte e soprattutto quando la frittata e fatta, e con buona pace del prevenire che è meglio del curare.

lunedì 15 giugno 2026

Non c’è più la livella


 Un hater viene vessato da altri hater per aver diffuso odio on-line e, per tale ragione, probabilmente, costui si suicida, per la lapidazione mediatica subita. Alla sua morte, altri odiatori più o meno seriali, continuano a vessarlo per quello che aveva incautamente scritto.

Altro che livella mio caro Totò!

Questi manco da morto ti fanno stare in pace. E, per tale ragione, forse per il dolore, muore anche la madre del poverello.

Questi, del resto, non aveva fisicamente fatto male a nessuno, se non a se stesso, e non aveva fatto altro, così come fan tutti, di sparare sentenze senza rendersi conto delle conseguenze.

Siamo tutti coinvolti in questa spirale di livore, rancore e violenza verbale che ci vede tutti attori più o meno consapevoli di un male che invece addossiamo ad altri, rei semplicemente di averla detta o scritta più grossa o esser stati i primi o i meno fortunati nell’aver scagliato la prima pietra.

Padri e figli

 


"It's not time to make a change
Just relax, take it easy
You're still young, that's your fault
There's so much you have to know …”

Un giorno, scendendo da una montagna, mi imbatto in una bancarella che vendeva formaggi locali, era una mamma con i suoi due figli, un bimbo e una bimba un po’ più grande che disegnavano e coloravano sassi mentre la madre attendeva i clienti. Già vedere quei bambini trascorrere il tempo senza annoiarsi e senza litigare, era una scena di per se singolare ma, soprattutto, non pascevano beatamente alienati dietro un telefonino o alcun dispositivo tecnologico come invece spesso mi accade di vedere.

Rimasi attratto, se non ammirato da quella scena, ormai rara al giorno d’oggi e mi accorsi che anche il bambino mi guardava, paffuto e dagli occhioni scuri, e mi guardava con un sorriso misto tra stupore e ammirazione, quell’espressione tenera e accattivante che solo i bambini sanno offrire perché, il loro stupore è in genere puro, vero e per questo assai prezioso.

Mi chiedevo il perché quel bambino mi guardasse in quel modo e mi resi conto che era probabilmente attratto dalla mia divisa di titolato CAI, che indossavo quel giorno solo io, perché ero accompagnatore ufficiale di un’escursione. Capii che quel bambino vedeva in me qualcosa che lo attraeva, che stimolava il suo immaginario, forse quella giacchetta sembrava quella vista in un cartone animato o in un film, chissà, ma quella espressione mi è rimasta impressa per sempre anche nel mio immaginario di adulto vecchio e sconsolato.

Non so se quel bambino mi colpisse così tanto perché assomigliasse a mio figlio da piccolo, la cui infanzia è stata un importante banco di prova per la mia paternità, nella quale ho commesso tanti errori ma nella quale sono stato comunque sempre presente fin quando non è riuscito ad affrontare il mondo con le sue proprie forze. Forse entrambi mi ricordavano me da piccolo e quella visione del mondo che ho dovuto per forza di cose accantonare. Forse era per me una gratificazione quell’ammirazione, l’essere comunque di riferimento per qualcuno, un qualcuno così importante come può esserlo solo un bambino. Non so, forse anche questo ma ho capito, da genitore, così come da insegnante, quanto grande sia la responsabilità nei confronti dei bambini e dei ragazzi, e quanto sia importante la nostra coerenza ai loro occhi.

La coerenza è fondamentale, perché di errori ne abbiamo fatti e ne faremo tanti ancora, come uomini, come genitori, come docenti e così via ma, essere coerenti col messaggio che inviamo verso i giovani è fondamentale; le nostre parole devono corrispondere alle nostre azioni, non dobbiamo tradire le loro aspettative perché loro pendono dalle nostre labbra, seguono ogni nostro passo, ci imitano e ci amano, o quanto meno ci rispettano per quel che siamo, ma soprattutto per quel che facciamo, e pertanto, non possiamo e non dobbiamo tradirli, questo è il compito fondamentale di un adulto; la responsabilità di lasciare dopo di noi adulti frustrati o irresponsabili è tremenda e devastante.