mercoledì 16 settembre 2026

Jus Scholae

 


Il velo si toglie, il ritocchino no!

Oggi ho visto una bambina che attraversava la strada, tornava da scuola. Questa bambina attendeva presso le strisce pedonali per attraversare.

Mi fermo, come è d’obbligo fare, e le permetto di passare con tranquillità dall’altra parte della strada. Nel mentre lo fa non posso non notare che quella bambina porta un velo, una sorta di foulard nero che le copre i capelli e lascia trasparire il suo credo religioso e molto probabilmente le sue origini nordafricane.

La guardavo nella sua grazia infantile e mi domandavo il perché un velo potesse suscitare tanto scalpore tra gli italiani, così come in genere accade tra gli occidentali.

Sono più di vent’anni che insegno, sono più di vent’anni che ho incontrato sulla mia strada, tra scuola media e scuola superiore, centinaia di ragazzi, e tra questi tanti erano di confessione e nazionalità diversa, non ci sono mai stati problemi tra di loro e, se ce n’erano, erano le classiche scaramucce tra giovani, senza che entrasse mai di mezzo la religione o lo stato di provenienza. Tra gli adulti no, anche tra qualche collega ho riscontrato un più o meno velato razzismo, di quello che culmina sempre con “devono attenersi alle nostre regole”; “Devono comportarsi come gli italiani”, senza verificare se quei ragazzi fossero o meno italiani o se, il loro grado di italianità fosse maggiore o minore di quello di un calciatore oriundo o di una qualsiasi famiglia del bosco.

Oggi se si va in una scuola primaria si potranno vedere bambine che vanno a scuola truccate, senza che questo scimmiottare gli adulti susciti scandalo alcuno, così, come alle superiori, non è ormai raro vedere le ragazze col classico ritocchino, vedi un filler alle labbra qua e un “canotto” là, per poi arrivare a veri e propri interventi chirurgici tali da cambiarne letteralmente i connotati. Ma, agli occhi degli italiani, o di una buona parte di essi, il problema è il velo islamico e non la chirurgia plastica tra adolescenti e giovani donne.

Ora mi si potrà dire che il velo, in tutte le sue declinazioni, sia una sorta di costrizione, un’imposizione della ristretta cerchia sociale dei musulmani d’Italia, ma cos’è allora il ritocchino più o meno grande sul corpo dei giovani? È libertà personale? È una scelta di fare ciò che si vuole del proprio corpo o anch’essa un’imposizione sociale?

Si tenga presente che la chirurgia plastica può essere cancellata solo con altra chirurgia, così come gli estesi tatuaggi che ricoprono i corpi di centinaia di migliaia di italiani di ogni età e ambito sociale, mentre il velo no, il velo non necessita di chirurgia per essere tolto ma di libertà di scelta. Una giovane musulmana, vivendo nel nostro contesto culturale, soprattutto se questo non è coercitivo come sta incominciando ad accadere in alcuni contesti, non è detto che non possa cambiare attitudine, ammesso che questa possa e debba essere considerata per forza negativa. In un contesto laico, quella ragazza, avrebbe libera scelta e questo a prescindere dal suo nucleo familiare e dalla sua cultura di appartenenza, perché è nella scuola pubblica italiana che si formerà, un contesto che, con tutti i suoi difetti è ancora libero ed eterogeno e garantito dai principi costituzionali.

Temo molto di più per una quindicenne che si fa il ritocchino, magari incoraggiata o accompagnata dalla madre, questa ragazza, saprà accettare il passare degli anni? Saprà accettarsi? Temo che il vero problema della donna italiana, oltre a quello di essere vista ancora come un oggetto sessuale, come una proprietà privata, questa non possa invecchiare, non possa avere il diritto di invecchiare con dignità ed essere considerata persona in quanto tale.

martedì 1 settembre 2026

Il saluto

 

Il saluto è dell’angelo, così mi dicevano i miei nonni e così anche mio padre. Io non sono credente, ma questa frase mi è rimasta impressa sin da quando ero bambino e ne faccio ancora oggi tesoro, oggi che sono vecchio e sono più vicino a miei avi. Per loro quel detto sanciva, con i crismi della sacralità, un gesto rituale ma che ne determinava un’importanza sociale; il rispetto per chi lo meritava, verso un anziano ad esempio oppure verso una personalità, ma anche un rispetto reverenziale verso il potere, in tutte le sue forme. Per me, uomo dei miei tempi, ha tutto un altro significato, un segno di eguaglianza.

Nella mia breve ma intensa carriera di montanaro ho avuto la fortuna di visitare molti paesi di montagna, spesso sperduti su altipiani desolati e lontani dal mondo, ma una cosa accomunava questi luoghi al di fuori dello spazio e del tempo, ed era il saluto che ricevevo ad ogni incontro con gli abitanti del posto. Questo saluto non era formale ma gioviale, aperto, pieno, in attesa di una grata risposta, magari foriera di un prosieguo di battute e di rimandi ad un improbabile ma auspicato arrivederci. Questi saluti erano contagiosi perché mi spronavano, in Italia come all’estero, a condividerli, nella speranza, mai vana, di un ricambio, quanto meno rispettoso, se non affettuoso di quel gratificante contatto umano che può darti un buongiorno, una buonasera, un salve e un arrivederci.

Di ritorno, alle mie latitudini, ho spesso trovato un atteggiamento inverso da quello montano, restio al saluto, se non attendista, volto magari a una reciprocità, indotta dal mio di saluto e non dal loro. La diffidenza la fa da padrona, anche in un contesto proverbialmente aperto e solare come si presume sia quello partenopeo. Sembra quasi che il saluto sia, così come un grazie o uno scusa, una forma di debolezza, di mediocrità acquisita dal salutare per primo; oppure una svogliatezza nel voler condividere con qualcuno l’appartenenza allo stesso genere umano.

Sarà forse che lassù in montagna gli incontri siano pochi e che la solitudine di quegli uomini e di quelle donne che, per scelta o per costrizione, vivono i pro e i contro dell’isolamento, li induca maggiormente al saluto e che quest’attitudine acquisti un valore diverso da quello cittadino, ma di fatto il saluto diviene un bene prezioso per la rarità del suo riscontro. Ne deduco quindi che in un contesto urbano il valore possa essere diverso, minore senz’altro, e sostituito da altro, da altri valori, che non siano quelli della fratellanza e della condivisione ma altri, forse più legati all’opportunità e all’opportunismo e non a un sentimento che una volta si considerava universale.

E così, come per tante cose nella mia vita, non mi rassegno ancora all’appiattimento e continuo a salutare, anche chi poi scopro di aver confuso con qualcun altro, ma ne gioisco lo stesso, soprattutto quando poi si ride del mio errore e sostengo: vabbè e che fa, ora ci conosciamo, io so’ Ciro e mi fa piacere fare la tua conoscenza, e poi, il saluto è dell’angelo!

domenica 30 agosto 2026

Dacci oggi il nostro calcio quotidiano

 

Calciatori che giurano amore eterno a una città e a una squadra, la stessa che lasceranno poi, per un’altra città e un’altra squadra. Quella che li pagherà di più e alla quale pure dichiareranno amore eterno.

Allenatori osannati dai tifosi che, per la stessa ragione, il denaro, andranno ad allenare le squadre antagoniste delle società che allenavano prima e che, anche loro amavano in maniera incondizionata. Ma è risaputo che pecunia non olet!

Tifosi che accetteranno gli allenatori più odiati, in cambio di una vittoria e di un piazzamento in classifica e che trasformeranno in nuovi eroi con la vittoria di una coppa o di un campionato.

Tifosi che bloccheranno città, che attaccheranno le forze dell’ordine, sempre in minoranza, contrariamente alle manifestazioni politiche; e tifosi che invaderanno le carreggiate delle autostrade, che incendieranno le auto altrui, che picchieranno, accoltelleranno fino anche ad uccidere; ma, è risaputo che, gli autori di tutto ciò, sono sempre i soliti quattro imbecilli, le solite mele marce, quelle che però nessuno riesce mai ad acchiappare e che si riproducono come conigli.

Giornalisti che ricamano pagine quotidiane sul nulla e che conteranno più di un collega d’inchiesta, solo perché alimenteranno miti ai quali nessuno potrà e dovrà mai sottrarsi per non essere emarginato dalla vita di questo paese; perché si sa, che è meglio non toccarli certi argomenti, è meglio parlare di calcio.

Politici che cavalcheranno l’onda emotiva di un goal per capitalizzarla al momento opportuno in una manciata di voti; e anche la chiesa stessa benedirà tutto questo, con uno scampanio a risultato ottenuto o con un ilare e ruffiano richiamo durante un’omelia.

I comunisti poi, quelli che idolatreranno la massima espressione del più becero capitalismo in ragione di un luogo comune o di un sentimento ancestrale, dove vogliamo metterli? A  questo punto però, vaglielo a dire tu a chi aveva il nonno repubblichino o a chi pestava gli oppositori del fascismo, i cui epigoni continuano a fare il saluto romano per uso e affetto familiare! Una concetto, è incoerente a prescindere e non a sentimento.

Chi oserebbe mai contestare tutto ciò, solo un folle, solo un pazzo potrà mettersi contro una religione.

 


Ho la netta impressione che la società occidentale, si sia sempre più appiattita sotto una piattaforma di benessere che ci accomuna più o meno tutti quanti e dove le necessita, anche quelle culturali, siano ormai le stesse e che non esista più una reale differenza tra progressisti e conservatori.

Ho l’impressione che destra e sinistra si siano appiattite verso posizioni sempre più simili, oramai, nella pratica, progressisti e conservatori hanno valori sempre più comuni e borghesi, tutti tesi nella strenua difesa del proprio benessere, in maniera più o meno consapevole, a scapito di altri contesti sociali e geopolitici. Le differenze sono ormai minime e solo formali, come possono essere quelle tra due compagini calcistiche, relegando le varie problematiche della nostra società a meri slogan e rituali che tendono solo rafforzare l’immagine di questi senza però intaccare la realtà. Funziona così con la questione ambientale, con la sanità, l’istruzione e così via.

La destra è tutto sommato coerente, le paure dell’uomo continuano ad essere le stesse e, sebbene mascherata da una finta modernità i suoi baluardi continuano ad essere la patria, la religione e tutti gli altri dogmi destrorsi, e rimane sostanzialmente la stessa.

La sinistra invece, oggi, è purtroppo un concetto oscuro che si plasma su ogni ostacolo che incontra, la sinistra, il comunismo, il socialismo quelli puri, quelli che volevano cambiare il mondo, non esistono più, perché coloro che li professavano avevano fame, fame di tutto, ma soprattutto fame di emancipazione.

Oggi invece siamo solo obesi di benessere e tifosi di un qualcosa che nemmeno conosciamo perché non abbiamo mai lottato per nulla nella nostra vita mediocre e provinciale.

I sataniños

 


Capita sempre più spesso nei luoghi pubblici di sentire le urla strazianti di bambini che, a squarciagola, pretendono le attenzioni dei propri genitori. A volte le urla sono così acute e persistenti, accompagnate da singulti e apnee terrificanti che ci vien da credere che questi bambini stiano proprio male.

I malcapitati genitori, spesso in preda al panico, cercano dapprima di assumere un atteggiamento di indifferenza ma poi, logorati dalle insistenze del pargolo e imbarazzati per l'insano spettacolo, iniziano una sorta di contrattazione con l’infante. Questi però, ben conscio di avere il coltello dalla parte del manico rialza la posta in gioco e, al minimo tentennamento del genitore, parte al contrattacco con un acuto degno di Yma Sumac.

I poveretti, che siano padre o madre, cedono ancora una volta ed ecco che salta fuori l'anelato oggetto del desiderio, il telefonino che, come un tecnologico metadone, d'improvviso spegne il fuoco delle infantili sofferenze e immette il bambino in uno stato di catatonica immersione tra le immagini di quel piccolo schermo. La pace è fatta, per lo meno fin quando il padre o la madre del bambino non lo porteranno a mangiare, guai a distoglierlo dal monitor, guai a farglielo mettere da parte giusto il tempo di nutrirlo, l'inferno è a pochi passi, il baratro è vicino e l'assatanato bambino è pronto col suo ricatto ultrasonico. Ecco quindi che il telefonino rimarrà lì sul tavolo e gli occhi del piccolo fisseranno lo smartphone e nel mentre mangerà, senza neanche capire cosa sta inghiottendo, aprirà la bocca per istinto, come fanno gli uccellini nel nido ma i suoi occhi non anelano il genitore che gli porta il nutrimento direttamente alla bocca ma le accattivanti immagini della rete.

Questi bimbi sembrano proprio indemoniati e necessitano di nuovi esorcisti, qualcuno che li metta in riga, magari assieme ai loro genitori, quelli che hanno pensato di ritagliarsi cinque minuti di pausa dallo stress domestico per una sigaretta o per una scrollata sul loro cellulare, nel mentre il bambino veniva ipnotizzato dal suo. Dove siete nonni, zii, cumpare e cummare!? Fatevi sotto e salvate le giovani generazioni regalando loro palloni e biciclette, libri e fumetti e, magari, ‘nu pare ‘e buffe!

sabato 1 agosto 2026

Non siamo noi razzisti, sono loro che sono migranti


 Il nostro governo si bea delle disavventure altrui, dimenticando, volutamente, le nostre disgrazie interne. Italia e Spagna, le due faccia di una stessa medaglia.

Nelle ultime ventiquattro ore sono sbarcati a Ceuta, piccola enclave spagnola in Africa, confinante col Marocco, oltre 50 mila migranti (purtroppo nei vari sbarchi, ci sono stati almeno 34 morti accertati). Inutile dire che si tratta di un vero disastro umanitario, una sorta di invasione di difficile gestione, anche per la tempistica che lascia parecchi dubbi sulla gestione da parte delle autorità locali e di quelle marocchine. È comunque molto probabile che la decisione del primo ministro Sánchez della concessione della cittadinanzaspagnola ai migranti arrivati prima del 2026, possa aver influito sulle aspettative di migliaia di disperati di poter entrare nel territorio spagnolo e di conseguenza in quello europeo, attirandosi in tal modo le critiche di alcuni paesi comunitari, Italia in primis.

Ad ogni modo, in questi casi, i numeri ci vengono spesso in aiuto, soprattutto per mettere ordine tra le emozioni del momento. Innanzitutto, il governo Meloni, dal momento del suo insediamento (ottobre 2022), ha registrato un numero complessivo di migranti che supera abbondantemente i 300.000 (fonte Cruscotto Statistico del Ministero dell’Interno) mentre il governo Sánchez ne ha contati circa 370 mila ma dal 2018, anno del suo insediamento alla Moncloa.

Da questi dati scaturiscono alcune riflessioni. La prima è che l’Italia, cosa risaputa ovunque tranne che lungo lo Stivale, non è l’unico paese a combattere il problema dell’immigrazione clandestina. La seconda riflessione è quella che, due politiche diverse, una restrittiva e punitiva come quella italiana e l’altra più aperta e permissiva, portano tutto sommato allo stesso risultato. A ciò va aggiunto che così come il governo Meloni (ma anche quelli precedenti) additavano gli scafisti come problema principale dei flussi migratori, così oggi Sánchez parla di colpa delle mafie per la crisi di Ceuta.

Risulta invece evidente che, a prescindere dalle decisioni del governo spagnolo e quelle scaturite da una sentenza della Corte Suprema Spagnola e i CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) del governo italiano, il flusso dei migranti non si ferma e non può essere fermato quando a spingere quelle migliaia di uomini, donne, adulti e bambini non è solo la fame, la guerra o le persecuzioni ma il sacrosanto desiderio di una vita migliore, anche dal punto di vista economico; niente più e niente di meno di ciò che fanno i nostri giovani e ciò che fa l’uomo da migliaia di anni, prima ancora della nascita dei confini, degli stati e di ogni altra discriminante che ancora oggi persiste.

Il timore di noi occidentali, indotto o intrinseco nella nostra cultura può essere riassunto nel concetto che lo straniero, il migrante possa apportare cambiamenti nel nostro stile di vita, un problema in più tra i tanti, forse troppi, da considerare, quindi il nostro è un atto egoistico mascherato da pragmatismo.

Certo trovarsi migliaia di persone all’improvviso non è una situazione facile da gestire, in Spagna come altrove, ma chiudere l’argomento con delinquenza, droga, stupro e portali a casa tua è ancora più facile.

lunedì 20 luglio 2026

L’imbuto

Una metafora tutta italiana.

Vi sarà sicuramente capitato, in autostrada, di veder sfrecciare alla vostra destra, auto private in corsia d’emergenza, per poi confluire liberamente in una delle altre corsie senza la minima ammenda e senza il minimo pudore oppure, ai caselli autostradali e nei restringimenti di carreggiata, vedere autovetture immettersi nella vostra corsia senza rispettare la coda. Il risultato di questi atteggiamenti è quasi sempre quello dell’ingorgo poiché nell’imbuto che si è creato, molte macchine confluiscono tutte assieme in un’unica corsia a danno di chi rispetta le regole.

Ecco, l’ingorgo in questione si forma perché, invece di confluirvi lentamente e con continuità, così come fa l’acqua attraversando l’attrezzo, questo invece si intasa e tracima quando il liquido è troppo. Allo stesso modo accade quando le tante auto non possono defluire con tranquillità a causa di coloro che ritengono che il loro tempo sia più prezioso di quello altrui.

Qualcosa di simile accade nelle file agli sportelli degli uffici postali e, anche lì, non c’è ticket che regga, la tentazione è troppo forte per non approfittare della distrazione di chi ti sta davanti. Annamaria Ortese, delineò perfettamente l’attitudine di una certa napoletanità, in uno degli episodi del suo celeberrimo “Il mare non bagna Napoli”. L’istinto di fottere il prossimo, scaturito atavicamente da secoli di stenti, impossibilitati nel ricondurre il nostro status ad una più comune normalità e la narcisistica ma anche masochistica attitudine alla precarietà ci induce ad approfittare delle situazioni, anche quando non è il caso di farlo o, quanto meno, non c’è una necessità vera e propria per giustificare tali atteggiamenti prevaricanti.

Ho sempre pensato che Napoli fosse la punta dell’iceberg Italia, la città dove vengono racchiusi pregi e difetti dell’italianità ma, questa metafora incomincia ad essere più un deleterio retaggio del passato che una vanto da decantare. Mi rendo conto che spesso si faccia di necessità virtù ma, l’arte di arrangiarsi è spesso sinonimo di incapacità di adeguarsi ad una sana normalità e, talvolta, un alibi per non muoversi di un passo verso la legalità.

Dalla metafora alla realtà il passo è breve, infatti, così come c’è chi accorcia le distanze a scapito degli altri, così c’è chi non contribuisce al fabbisogno dello stato senza pagare le tasse. E proprio come coloro che percorrono impuniti la corsia di emergenza, anche quegli altri la fanno quasi sempre franca. I primi, campioni dell’individualismo stradale vengono, per quieto vivere o per prepotente imposizione, lasciati passare; i secondi, per solidarietà o complicità vengono invece tollerati e condonati. Chi supera le code, dopo tra l’altro aver rallentato il regolare flusso di traffico o intralciato la corsia per i mezzi di soccorso, è allo stesso livello di chi non è in regola con l’erario perché rallenta il naturale sviluppo del paese, dalle infrastrutture ai servizi, gli stessi che magari, loro stessi ne usufruisconono e ne lamentano l’inefficienza.

Per la serie, chiagneno, fottono, e vonno ave’ pure ragione