lunedì 30 marzo 2026

L’elogio della lunghezza

C’era una volta uno che sosteneva che i miei post erano troppo lunghi e me lo scrisse con un commento di dieci righi.

Capita sempre più spesso di essere criticato, non tanto per quel che scrivo, non tanto per la qualità, ma per la quantità di ciò che pubblico e, simili obiezioni, le vedo rivolte anche verso altri che utilizzano il web come luogo di comunicazione; che siano giornalisti, blogger o comuni utenti della rete, il risultato non cambia, si finisce tutti sotto gli strali dell’altrui parsimonia linguistica.

Scrivere è comunicare e, talvolta, farlo non vuol dire solo trasmettere informazioni, pensiero, empatia, ma anche gioire di quest’azione, provare piacere nel creare con la parola. Non fraintendetemi, non pretendo di essere uno scrittore, perché non ho altra velleità se non quella istintiva di diffondere il mio pensiero e far sì che questo si interconnetta con quello altrui, ma permettete che provi un minimo di gioia nel farlo, nel creare concetti con le parole?

Ho però il sospetto che le persone che leggono, soprattutto sui social, cerchino più conferme che interlocuzione, oltre ad avere un tempo di concentrazione pari a quello di un pesce rosso. Credo che la gente, ormai, non ami più leggere, e che non ce la faccia proprio più a reggere un ragionamento che vada oltre al bianco e nero, al caldo e al freddo o al bello e al brutto di un discorso o di un concetto senza sfumature. Penso che non riescano neanche ad apprezzare la logica bellezza di una frase che non sia scontata, forse è anche per questo che il vocabolario, di chi prova a scrivere e a parlare oggi, è sempre più esiguo e pullula di parole miserabilmente usuali.

Quando a parlare è, ad esempio, un politico o chi si accinge a scimmiottarlo, si potrebbe fare a gara ad indovinare le loro parole: contezza, mission, implementazione, volano, stakeholders, etc. Queste sono tra quelle più usate, perché evocano più che descrivere, soprattutto se sono in lingua straniera e dal suono ricercato e accattivante. Io credo invece che le parole siano come le foglie e i fiori di una composizione floreale, le scaglie lucenti di un bellissimo animale che cambiano riflettendo la luce a seconda di come le si guarda, a seconda di come le si legge, non sono loro a dare pienezza al concetto ma la loro articolazione, la loro posizione in una frase, lo arricchiscono e lo rendono immagine, ed è questo difficile gioco a farci divertire quando scriviamo, quello di scegliere la parola giusta, anche quando non ti viene.

Vallo a dire a chi, incapace di leggere un giornale, per non parlare di un libro, ma anche il bugiardino di un farmaco, bolla con saccenza il tuo scrivere perché poco idoneo alle reti sociali. In effetti c’è social e social, ce ne sono alcuni dove a parlare è l’immagine o il video, ma ce ne sono altri che permettono di scrivere molto di più, e se anche questo non bastasse, esistono i link agli articoli o ai blog, ma pare che pure questo sia troppo per lo stanco utente medio, in cerca di onanistiche visioni più che logiche deduzioni.

Per fortuna siamo ancora in un paese libero dove ognuno, così come può criticare l’operato di chi ama leggere e scrivere, e magari pure chi colleziona quegli inutili libri, si potrà anche non farlo, lasciando a noi, miserrimi lettori impenitenti (si spera!) la libertà e il piacere di essere prolissi e perdere minuti, se non ore, sulle pagine, digitali o cartacee di un testo. Noi che non andiamo di fretta e che vogliamo perderci in quel gioco sapiente, e allo stesso tempo semplice, delle parole che, complementare con una giusta e creativa punteggiatura, è il connubio tra l’informare, il comunicare e l’emozionare e perché no, anche dell’emozionarsi. Ma è, sopra ogni cosa, libertà di creare il giusto supporto per i propri concetti.


lunedì 23 marzo 2026

Ancora una volta

 


“Etiamsi omnes ego non”

Ancora una volta mi trovo a scrivere di Angelo Prisco e a perorarne la causa, ancora una volta mi trovo a dover rispondere a chi mi dice: ma tu, che non l’hai mai conosciuto, perché ti ostini ancora a batterti per una causa persa in partenza? Io rispondo, tra le tante ragioni, che se le cause fossero tutte già vinte, sarebbe inutile impegnarsi per farlo, e mi trovo in effetti in contesti ricchi di sfondatori di porte aperte e cavalcatori di tigri, e dove non si abbattono più i muri dell’omertà e non li si prova nemmeno più a scavalcare per vedere cosa ci sia dall’altra parte, tanto meno per pura e semplice curiosità.

La causa di Angelo Prisco, per me, non sarà mai una causa persa, e non lo sarà fin quando esisterà un principio da difendere, fin quando ci sarà la natura da tutelare e un insegnamento da dare o da seguire. Io, soprattutto questi due ultimi fondamenti, li vivo a pieno, come padre ed insegnate, ma anche come chi sa apprendere dal mondo che lo circonda. Io, metto in atto ciò in qui credo, anche a scapito di andarci a rimettere, perché non sono in cerca di visibilità ma di giustizia e perché i soldi vanno e vengono, così come la fortuna è altalenante, ma la dignità, quella che ti contraddistingue dalle istintive bestie, quella non te la da e non te la toglie nessuno, devi guadagnartela e basta, e servirà più a te stesso che agli altri per andare avanti nella vita e per credere in quello che fai, nonostante tutto, nonostante tutti.

Angelo è stato per me un esempio ed io spero di esserlo per gli altri che, migliori di me, porteranno avanti il cammino intrapreso. Angelo è stato tradito dalla sua comunità perché questa, in maniera omertosa, ha coperto le colpe di altri per non mostrare le proprie. Angelo è stato tradito anche da chi oggi si rifiuta di voler vedere in lui un martire della legalità e ne offende ancora la memoria perché il ricordo del suo sacrificio non è remunerativo per chi vive di immagine e di vuoti slogan. Ma Angelo vive, e vivrà ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti finché ne manterremo noi vivo il ricordo.

lunedì 16 marzo 2026

Gli automi

 


Spesso mi sono chiesto, davanti ad un camion che fa manovra, a dei lavori in corso o ad una persona in difficoltà, che senso avesse bussare con tanta veemenza il clacson ed esprimere tanta rabbia per uno sgombero immediato della carreggiata, invece di pazientare ed attendere che i malcapitati svolgessero con tranquillità le loro incombenze. In verità mi chiedo ancora perché lo si faccia, se per frustrazione o per aggressività o per semplice ed autoctona cazzimma.

Se c’è un impedimento al normale fluire del traffico, questo non accede perché il mondo ce l’ha con te, ma perché certe cose accadono, e sono molto più frequenti se vivi in un area densamente popolata come può esserlo il Napoletano quindi, se hai deciso di vivere all’ombra del Vesuvio, fattene una ragione e non strombazzare all’impazzata per sfogare il tuo stato di frustrato e rompere gli attributi a chi già ce l’ha sfracassati per conto suo, anche perché, il tuo tempo non è più prezioso di quello degli altri, fattene una ragione.

La cosa che però più mi dà da pensare è quando le persone, in auto, ma anche a piedi, negli ascensori, negli autobus, in tutti gli altri mezzi pubblici, con o senza telefonino, agiscano meccanicamente come degli automi, o come le mandrie di gnu, quelle che si vedono nei documentari della BBC, che corrono all’impazzata, più per istinto che per ragione; il mondo attorno a loro non sembra esistere, tutti seguono il branco, tutti in gruppo in una sola direzione: l’uscita; il luogo di lavoro; la casa o le fauci dei un coccodrillo.

Tutti compatti come nel film Metropolis di Fritz Lang, come nelle megalopoli giapponesi o statunitensi, e chi se ne frega se c’è chi viene nel senso opposto, chi se ne frega della precedenza, chi se frega del diritto altrui e di tutto il resto, è il numero che conta è quello che comanda, è la massa. L’istinto della massa, quello che ti spinge ad andare avanti perché, nel mucchio selvaggio, non esiste più il libero arbitrio ma su di esso si sovrappone una coscienza di massa che agisce all’unisono, nel pensiero come nell’azione, come in uno stormo di storni, per far fronte al gheppio o allo sparviero ma, se il nemico non c’è, contro chi si difende lo stuolo umano, da se stesso o da cosa?

Gli zombi

 

Non so se v’è già capitato di notarlo, ma la cosa sta diventando sempre più comune. Il fenomeno, degno del migliore dei romanzi distopici, è quello della gente che cammina per strada assorbita completamente dal proprio smartphone, automi completamente distaccati dalla realtà. Ora, già in passato, con le cuffie, c’era, e c’è ancora, chi si aliena dal mondo ma, fin quando nel mondo ci vivi o sei costretto a farlo, soprattutto se non vuoi andare sotto una macchina, devi pur sempre darti una regolata. Questo se non vuoi essere vittima di qualsiasi altro evento che ti piombi addosso senza avvertirlo perché immerso nei casi tuoi. E poi, vuoi mettere che a volte è anche bello sentire il mondo che c’hai attorno?

Mi direte: ma con tutti i pazzi che usano il cellulare in auto e senza il vivavoce, mo il problema è di chi lo usa per strada? Ebbene sì, perché, al netto dell’attenzione di chi sta in auto, sarebbe giusto che anche chi va a piedi ne prestasse, quanto meno per salvaguardare, a torto o a ragione, la propria incolumità. Ma la cosa che più mi preoccupa è che l’imprudente utente telefonico non s’accorge neanche di ciò che fa ed entra in una trance dalla quale, solo il clacson o le invettive del conducente, lo tirano fuori, forse!

La cosa più ironica è però quella che è capitata a me, mentre ero in auto, nel bel mezzo della strada, mi ci trovo una donna che, assorta nel suo dispositivo, si fermava letteralmente al centro della carreggiata; a quel punto, tra lo sbalordito e l’intimorito, proprio come si fa con i sonnambuli, attendo che lei se ne accorga, ma niente! Continua navigare nella rete ma, a un certo punto qualcosa la distrae e si volta verso di me, sgrana gli occhi e, gesticolando, mi da ad intendere, meglio del suo labiale, che io ero di troppo. Tenete presente che non avevo né bussato né emesso parola alcuna nei suoi confronti, in pratica, la colpa era la mia.

Idem con patate, qualche giorno dopo, un tipo parcheggia in doppia fila ed esce dalla sua smart già col telefonino in mano e si piazza anch’egli in mezzo alla strada, io sopraggiungo, lo vedo, prevedo e rallento; lui, ipnotizzato, continua indisturbato attraversando la strada come il corridoio di casa sua mentre va in bagno la mattina. Dopo aver dribblato questo personaggio me ne trovo un altro che, dandomi le spalle, attraversa la strada in simbiosi col suo dispositivo, io rallento, lui si volta, più per caso che per sentore del mio arrivo, e si spaventa. Anche stavolta non avevo scaricato la mia ira funesta sul clacson e non avevo detto nulla, lui invece sbraita e mi manda a quel paese, del resto che stava facendo di strano? Perché lo guardavo strabiliato?. Avrò evidentemente la faccia da fesso ma a volte ho l’impressione che costoro, al sopraggiungere dell’auto, si rendano conto della stupidaggine che stavano commettendo ma, per troppa vergogna, preferiscono prendersela con qualcun altro più che con se stessi, e chi meglio di me, tranquillo e silenzioso automobilista?

Una cosa è certa, il prossimo morto vivente che becco, con buona pace del circondario, lo resuscito io, strombazzandogli dietro il mio quequero segnalatore acustico e, se non bastasse, lo manderò pure a raccogliere margherite, ne guadagneremo entrambi in salute.

domenica 8 marzo 2026

8 marzo 2026

 

“Cosa vuol dir sono una donna ormai ... “

Inutile appellarsi al buon senso e alla ragione, o ancor peggio alla religione, il nostro è un paese misogino, ed hai voglia di parlare di sante, di mamme, di madonne ed eroine; la donna, per una larga fetta degli abitanti di questo paese, rimane tale, ovvero un essere inferiore, un qualcuno, e a questo punto potremmo dire anche, un qualcosa, che deve stare al suo posto, possibilmente il proverbiale focolare, in famiglia, con i figli, a servire gli uomini e il marito.

Quindi perché, secondo costoro, queste dovrebbero fare qualcosa di diverso da quanto sopra indicato? Perché andare in territori pericolosi a fare le giornaliste come ad esempio Cecilia Sala? Che lascino fare ai maschi queste cose! Perché lavorare per le ONG in territori belligeranti come fecero Greta e Vanessa? Perché farsi rapire, arrestare, se non di peggio, quando esistono già gli uomini per affrontare le crisi del pianeta? Per non parlare poi di riscatti e d’altri compromessi che l’agire di queste porrà i nostri politici davanti a situazioni quanto meno imbarazzanti, salvo però l’essere uomini, maschi o marò. Nel migliore dei casi, per le succitate ragazze, ci si troverà davanti ad un paternalismo che lascia trasparire un atteggiamento verso le donne, nei fatti, non tanto distante da quella parte del mondo islamico che additiamo come incivile e retrogrado, ma che di fatto mettiamo in atto quotidianamente nella sfera privata, nelle nostre case e delle nostre menti.

L’impressione forte, ecumenica e trasversale è quella del: “se l’è andata a cercare”. In altre parole, così come una ragazza, secondo purtroppo il senso comune, merita le molestie sessuali se veste abiti succinti o passeggia in orari ritenuti non consoni per una donna in determinati contesti, allora lo stesso varrà per quelle donne che decideranno di fare cose da uomini o che, fino ad oggi, erano appannaggio maschile, grammatica inclusa, con le sue stentate declinazioni ad un femminile prive ancora di valore sociale.

Essere maschi, e questo sembrerà un paradosso in questo contesto, è difficile, al di là degli stereotipi, che pure pesano, il cercare di essere razionali e allo stesso tempo dominare i nostri istinti non è cosa da tutti, ma se bestie non siamo, allora il compromesso con la nostra natura dobbiamo pur trovarlo, e non solo per noi stessi, ma per tutta l’altra metà del cielo che se lo merita e per il mondo intero da cui dipende, perché per loro, le donne di tutti luoghi e di tutti i tempi, non è mai stato facile essere tali, neanche oggi dove tutto pare più facile e scontato. Non lo è perché non riusciamo ancora a gestire ciò che è giusto da ciò che sentiamo, quel che proviamo, l’istinto non è più regolato da una morale, più o meno sana e più o meno condivisa, ma è libero di fare ciò che vuole. Oggi esistono solo le fredde leggi a fare da baluardo ai diritti della persona donna, norme lontane da un atteggiamento sociale che giustifica ancora la mascolinità malata di taluni e l’analfabetismo emozionale di altri, entrambi frutto dei “no” mai espressi e per questo ancor più frustranti quando è una donna a negarsi a te, una che dovrebbe pendere solo dalle tue labbra, non perché l’ami ma perché la possiedi come uomo.

Ecco quindi, nonostante tutto, nonostante una normativa talvolta anche all’avanguardia, nonostante un politicamente corretto che parifica la donna all’uomo, esiste un sostrato culturale spesso, denso, ma neanche tanto profondo, che pensa l’esatto contrario, depersonalizzando la donna, incasellandola, non sempre suo malgrado, in contesti ristretti e delimitati a ciò che tradizione e convenienza comandano; cucina, famiglia e diciamocela tutta, oggetto sessuale; e se la si ama, lo si fa come si ama un cane o un qualsiasi altro animale domestico, e pronti a castigarla nel momento in cui questa trasgredisce le regole e sopprimerla quando non serve più, vedasi femminicidio.

lunedì 23 febbraio 2026

venerdì 20 febbraio 2026

Film luce

 


I notiziari di questi ultimi tempi sembrano immettermi in un film Luce, di quelli che durante il ventennio  decantavano con prosopopea i successi dell’italico ingegno e puntavano il dito contro nemici spesso tanto acerrimi quanto immaginari. Oggi invece, l’enfasi dei risultati olimpici contrasta contro l’improvviso e sospetto aumento dei tentativi di rapimento di bambini, ovviamente da parte di stranieri, i soliti rumeni che fanno tanta assonanza con i rom, così come l’arresto di presunti anarchici che tentano di far deragliare i treni.

Intanto l’odio e la violenza aumentano, in Italia come altrove, grazie a questo nuovo governo della paura, riducendo il paese in fazioni contrapposte che non lasciano spazio al dialogo e dove le rispettive posizioni si radicalizzano sempre più e soprattutto dove le riforme, quelle vere, passano inosservate sotto gli occhi degli italiani distratti. L’unica differenza col passato è che ieri c’era un regime che emanava veline dirette ai giornali e agli altri mezzi di informazione e che dettava i tempi e gli argomenti della cultura imperante e che, a un certo punto, la guerra, c’è stata davvero, e il nemico, a torto o ragione, alla fine è arrivato.

Oggi, la guerra, almeno per noi occidentali è invece meno cruenta ma molto più subdola e la stiamo perdendo con il progressivo smantellamento dei diritti acquisiti, quelli che consideravamo intangibili e, nel mentre, ci distraggono con la creazione di nuovi nemici, interni o esterni che siano, o trasferendola altrove questa guerra, là dove occhio non vede e cuore non duole. Temo inoltre che, stavolta, la vulgata non venga solo dall’interno del nostro paese ma sia imposta da altri, al di fuori di esso, e che i nuovi ministri del terrore non facciano altro che cavalcare quest’onda mista di sdegno e rancore, che inquina le nostre menti, ed esacerba le nostre anime.

Ho la forte impressione, ma è ovviamente più di una sensazione, che tutto ciò si insinui attraverso le reti sociali, grazie alla condivisione di algoritmi ad hoc, foraggiando la logica della condivisione acritica e del solipsismo mediatico. Questa modalità di comunicazione coinvolge direttamente e indirettamente anche la stampa tradizionale, ormai assai dipendente anch’essa dal mondo della rete. C’è una sorta di orwelliano grande fratello che dirige in maniera recondita le nostre scelte, anche quelle più intime, che plagia le coscienze, delineando una visione unica ed autoassolutaria di ciò che si fa, così come accadeva con la banalità del male durante i regimi autocratici, autoritari e assolutisti del nostro tutto sommato recente passato.