sabato 30 maggio 2026

Riflessioni e suggerimenti in materia di ambiente ed economi sommersa

 


L'economia sommersa oltre a creare contesti poco sicuri per gli stessi lavoratori, causando innumerevoli incidenti, spesso mai conteggiati nelle indagini nazionali, proprio per l’opacità del contesto in cui accadono, implica un mancato gettito all’erario, creando tra l’altro una grande disparità sociale e violando le più elementari regole sulla concorrenza ma, non ultimo fattore, danneggia gravemente l'ambiente poiché elude le normative e i controlli specifici.

L'impiego di tecnologie obsolete, lo smaltimento illegale di rifiuti, l'edilizia abusiva e il traffico illecito di materiali inquinanti causano un'elevata dispersione di sostanze tossiche nell’ambiente e con tutte le conseguenze del caso. Per arginare il fenomeno sono necessari incentivi alla legalità, controlli più severi ed una seria educazione alla sostenibilità, ma soprattutto una visione meno miope su un contesto che ci vede tutti coinvolti, come diretti interessati o come semplici utenti o acquirenti.

Effetti sull'Ambiente: l'illegalità di questa economia sommersa con attività industriali e artigianali parzialmente o completamente sconosciute all’anagrafe tributaria, genera conseguenze negative che incidono fortemente sugli ecosistemi, ma anche direttamente sull’uomo, e queste evidenziabili in diverse pratiche:

smaltimento illegale dei rifiuti: lo smaltimento abusivo di rifiuti speciali e tossici (spesso gestito dalle ecomafie ma pratica assai comune anche tra le piccole ditte o i loro intermediari) contamina i suoli e le falde acquifere, con conseguente dispersione di microplastiche e sostanze chimiche nocive, ma cagiona anche l’inquinamento dell’aria con il loro abbruciamento.

Spesso, per questo grave problema, si è giustamente puntato il dito sulle suddette ecomafie, quelle che per decenni hanno riempito vaste zone, a nord e a sud dello stivale, di rifiuti speciali e pericolosi ma, esaurito un terreno se ne trova un altro, là dove i riflettori non sono ancora puntati, mentre ad oggi, quelle stesse aree, spesso identificate come Terra dei fuochi, sono ancora oggetto continuo degli sversamenti illeciti di una miriade di aziende ed altre attività fantasma che smaltiscono in tal modo il residuo delle loro attività.

Tecnologie obsolete e non a norma: le attività sommerse utilizzano spesso macchinari vecchi, ad alto impatto ecologico e con notevole dispendio energetico, sprovvisti di filtri ed altre tecnologie capaci di abbattere le emissioni tossiche, determinando contaminazioni di particolato (PM10 e PM2.5) e gas serra nettamente superiori ai limiti consentiti per legge e altre situazioni nocive per l’ambiente.

Edilizia abusiva: l'abusivismo edilizio deturpa il territorio, devasta gli habitat naturali, aumenta il rischio idrogeologico e impermeabilizza il suolo. A ciò va aggiunto, come residuo di queste attività, il notevole afflusso di rifiuti speciali, come guaine d’asfalto ed eternit, soprattutto nei contesti più prossimi, sovente, campagne e zone boschive facilmente raggiungibili da una carrabile.

Agricoltura e allevamento non regolamentati: l'uso di pesticidi non tracciati e lo sversamento incontrollato di reflui zootecnici provocano l'eutrofizzazione dei corsi d'acqua e la perdita di biodiversità.

 

Possibili Soluzioni

Il contrasto al degrado ambientale causato dal sommerso richiede un approccio integrato, volto a unire le logiche della legalità con quelle della transizione ecologica.

Digitalizzazione e tracciabilità: l'adozione definitiva di sistemi di pagamento digitali e di fatturazione elettronica riduce gli spazi per il nero. A livello di filiera, l'impiego di registri digitali garantisce la tracciabilità dei materiali e dei rifiuti, rendendo più difficoltoso lo smaltimento illecito.

Semplificazione amministrativa e incentivi fiscali: tassazione agevolata e procedure burocratiche semplificate incoraggiano le micro-imprese a emergere e ad adottare pratiche di economia circolare, rendendo economicamente vantaggioso operare nella legalità.

Rafforzamento dei controlli e sanzioni: L'uso di tecnologie satellitari, droni ed altre tecnologie permetterebbero un monitoraggio più capillare del territorio, consentendo di individuare discariche abusive, cantieri illegali, emissioni e scarichi non autorizzati. Ma tutto ciò potrebbe non bastare là dove il sommerso è statutario se non addirittura vitale per l’economia di intere aree. Questo poiché, ciò che va realmente infranto è il tacito accordo che in certe zone coesiste tra lo stato periferico e gli opifici in nero. In effetti, il contrasto a questa pratica, persistente in ampie zone del Paese, implicherebbe il sovvertimento di un intero contesto socio-economico che si regge sull’evasione fiscale e con tutte le conseguenze sopraelencate. Spesso i contesti di sversamento, di scarico dei rifiuti e dei roghi tossici, non sono contesti sconosciuti ma zone franche di smaltimento di quel rifiuto che, legalmente smaltito, inficerebbe sul costo finale del prodotto. Risulta ovvio che il paradosso di questo circolo vizioso, è quello di un adeguamento globale del mercato, calmierato collettivamente grazie a tale pratica elusiva e inquinante.

Educazione e consapevolezza: Promuovere una cultura della sostenibilità e della legalità non è, e non sarà, un compito esclusivo delle scuole, dove del resto è un principio attuato già da tempo. Una maggiore coscienza civica, indotta con coerenza dalle amministrazioni, può spingere i consumatori a boicottare il mercato nero e a richiedere certificazioni di garanzia sull'origine dei prodotti. Dimostrando che il risparmio personale nell’usufruire di prodotti e servizi a nero, comporta in maniera indiretta maggiori esborsi per loro stessi a causa di un mancato gettito per le spese e gli investimenti per lo stato sociale e le infrastrutture necessarie per una vita civile.

venerdì 1 maggio 2026

L’equilibrio precario

 

Il 25 aprile ha messo in luce quello che in molti si ostinavano ancora a non volere vedere, soprattutto a sinistra della compagine politica italiana, ovvero la cristallizzazione delle idee progressiste in una serie di dogmi che ad oggi stentano a permanere entro i ranghi del mondo progressista e, aggiungerei, del buon senso.

Sappiamo bene che, quando si arriva al governo della cosa pubblica e si amministra il paese o una parte di esso, sia la destra che la sinistra divengono, gioco forza, democristiane, ma la base, la vera forza motrice della politica, quella diviene sempre più tifo sragionato e sempre meno entità critica e costruttiva. Questo mi fa paura, poiché le masse acritiche sono facilmente governabili e, c’è sempre la possibilità che qualcuno le indirizzi là dove vuole, e spesso, là dove non dovrebbero mai andare. Se poi si considera che per fare la guerra si è sempre in due, allora il gioco è fatto, o meglio, la frittata è fatta! Il ventennio fascista e gli anni di piombo avrebbero per questo dovuto insegnarci qualcosa.

Una volta, la critica maggiore che si faceva alla sinistra era quella di avere la presunzione della ragione e il predominio della cultura, se non altro per essere filiazione di una Resistenza e di partiti che in buona parte hanno steso quel fondamentale documento che è la nostra Costituzione. In parte quest’onere/onore c’è stato, e in effetti la classe intellettuale italiana, se non palesemente schierata a sinistra, anche se poggiata su una scuola pre-gentiliana, non è parsa certo di destra, ma l’impressione è che questo blasone, i progressisti italiani, sembra che lo abbiano gradualmente perso, appiattendosi sotto simboli e nomi, eroi e nemici comuni, perdendo d’occhio la realtà verso la quale andava l’Italia.

Sembra assurdo che, a più di ottant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo, non si sia fatta ancora la pace con noi stessi, andando a scovare, da una parte come dall’altra, i famigerati peli nell’uovo e le pagliuzze negli occhi altrui per portare avanti le proprie tesi, e sempre pur dimenticando i parecchi scheletri nei nostri armadi.

Se, ad una festa di compleanno, grido: “auguri e figli maschi!”, in molti mi guarderebbero storto e a ragion veduta, quindi perché alle celebrazioni del 25 aprile bisogna per forza scendere in piazza con bandiere che non c’azzeccano nulla con quell’evento? Forse perché ogni occasione è buona per ribadire la propria posizione politica far propria una festa che dovrebbe ormai esser condivisa? Certo! Ma è opportuno? Secondo me no!

Scendere in piazza con la bandiera israeliana o con quella palestinese, con quella ucraina o con quella del Donbass e dell’Iran dello scià, non c’entra nulla con gli ideali di unificazione e pacificazione rappresentati dalla festa della Liberazione, perché sono azioni faziose, da un lato lo sono quelle di una destra (ma anche di una certa sinistra) pro Israele e pro Ucraina, per ovvie ragioni di opportunismo geopolitico e, talvolta, di vicinanza culturale; ma, dall’altra parte, perché inneggiare ai palestinesi e al Donbass, ed anacronisticamente schierarsi in favore di una Russia che Unione Sovietica più non è?

Molti sosterranno che lo si fa in favore della liberazione di quei popoli oppressi, ma perché farlo con tanta disparità e senza comunione d’intenti? Tutto questo, soprattutto se si è coscienti di creare il dissidio, se non lo scontro; a chi giova? A chi giova se non a chi vuole tutto ciò, a scapito del sano confronto e della ragione, e in favore di un caos nel quale poter sguazzare?

Sottolineo che Sono fermamente convinto che Israele abbia e, stia ancora attuando in Palestina un genocidio in piena regola, e una vera e propria guerra di invasione. La Russia, allo stesso modo e contro ogni principio del diritto internazionale e umanitario, sta attuando una guerra di invasione in Ucraina. Perché quindi la nostra cara sinistra si divide ancora su queste due questioni? Semplice! Per un principio di numeri e di mera sopravvivenza! Perché la sinistra, in particolar modo quella radicale (quella dalle quale provengo) ha ormai perso ogni contatto reale col mondo, soprattutto quello che avrebbe dovuto essere più prossimo a lei, la sinistra si è talmente imborghesita da rimanere ancorata al tempo di Stalin e del proletariato, anche quando il proletariato non esiste più, e pertanto, smarrendo la sua strada primaria di emancipazione delle masse operaie che ormai tali non sono più. Persegue i suoi dogmi con i paraocchi, vedendo solo quello che ha o le hanno messo davanti, e soprattutto quello che è adducibile al suo nemico perenne, gli Stati Uniti d’America pensando in tal modo di mantenere una sua identità.

D’altro canto, la destra non è che brilli per iniziativa od originalità, basta vedere quel che hanno fatto fino ad oggi, seguendo pedissequamente gli ondivaghi umori di un Trump più guerrafondaio che mai e un Netanyahu che gli fa da cane da presa, lasciando sotto al tappeto, le vecchie problematiche di sempre, ma soprattutto hanno continuato ad esaltare, anche se in maniera soffusa e in maniera speculare ai fantasmi della sinistra, il culto del duce e del ventennio, come panacea di tutti i loro mali, senza per questo considerare che, così come fanno trasversalmente i neoborbonici, leghisti e nostalgici d’ogni risma, in quei regimi sarebbero essi stessi stati vittime dell’assolutismo, privati della libertà d’opinione e d’azione di cui oggi invece godono grazie a ciò che contestano. Quella democrazia imperfetta che si regge sulla sacrosanta dialettica delle parti e, mi duole e mi rassicura allo stesso tempo dirlo, grazie ad un benessere economico comune, quello che, fin quando reggerà, manterrà la pace in questo paese come altrove in occidente.

lunedì 13 aprile 2026

Il Sabato dei Fuochi

 

Cronaca emotiva ed emozionale del Sabato dei Fuochi

Quest’anno sono tornato a vedere l’alba sul Ciglio, sono riuscito, dopo un anno di sofferenze, non solo fisiche, a salire sul punto più alto del Monte Somma, Punta Nasone. Lì ho trovato ancora tanto, ho ritrovato gli amici di sempre e quelli di un giorno solo, ho però ritrovato la fratellanza del Ciglio là dove tutti sono una cosa sola e l’unica regola è quel principio universale che è l’amore materno, che sia quello della vergine Maria, una mater matuta pagana o Madre Terra, poco conta perché così come le mamme amano indistintamente i propri figli così, atei, cristiani, cattolici, pagani e qualunquisti ci sentiamo tutti fratelli sul Ciglio in virtù di questo principio.

Salire sull’antica caldera per celebrare questa ricorrenza non è cosa facile, e non lo è stato neanche con un bagaglio e un tragitto ridotto, ma l’entusiasmo fa miracoli, anche per chi non crede. Vedere il sorgere del sole in montagna è sempre bello ma farlo di fronte al Vesuvio creatore non è una semplice emozione ma è vita, è aria da respirare, è nutrimento dell’anima e, se non credi neanche in questo, è benessere per la psiche. Il Ciglio fa bene, e se pensate che sia il vino a far star meglio, dico allora, viva il vino! Se questo porta pace e serenità, e pazienza se poi a valle diventiamo tutti arrabbiati, sopra, c’è sempre una mamma e dei fratelli che c’aspettano.

Sul Ciglio regna la pace, una pace, certo dionisiaca, ma che unisce tutti. E magari questo spirito raggiungesse il mondo intero! Un mondo cieco e sordo davanti all’unico vero anelito dell’uomo, la sua ricerca della felicità. Ma il mondo borghese e provincialotto che sta a valle, quello che storce il naso davanti ai riti primaverili e alle devozioni mariane per qualche schiamazzo o qualche botto in più. Sono coloro che  amano i facili giudizi, utili per coprire le tristi realtà come quelle di una natura violata, non certo a causa di una tradizione ancestrale, ma frutto di un’economia cinica e spietata e di chi si limita a vedere il dito e non la luna. Un mondo appiattito nelle sue realtà private, sì cieco e sordo ma non muto nello sputare sentenze verso chi realmente vive il territorio e per questo lo ama e lo difende. Puntare il dito sugli errori altrui è facile, dialogare molto meno, perché il dialogo presuppone una posizione di parità, coerenza e autorevolezza, non autorità senza conoscenza e dignità.

domenica 12 aprile 2026