FAIRBANKS-142
il mio pantano
lunedì 23 febbraio 2026
venerdì 20 febbraio 2026
Film luce
I notiziari di questi ultimi tempi sembrano immettermi in un film Luce, di quelli che durante il ventennio decantavano con prosopopea i successi dell’italico ingegno e puntavano il dito contro nemici spesso tanto acerrimi quanto immaginari. Oggi invece, l’enfasi dei risultati olimpici contrasta contro l’improvviso e sospetto aumento dei tentativi di rapimento di bambini, ovviamente da parte di stranieri, i soliti rumeni che fanno tanta assonanza con i rom, così come l’arresto di presunti anarchici che tentano di far deragliare i treni.
Intanto l’odio e la violenza aumentano, in Italia come
altrove, grazie a questo nuovo governo della paura, riducendo il paese in
fazioni contrapposte che non lasciano spazio al dialogo e dove le rispettive
posizioni si radicalizzano sempre più e soprattutto dove le riforme, quelle
vere, passano inosservate sotto gli occhi degli italiani distratti. L’unica
differenza col passato è che ieri c’era un regime che emanava veline dirette ai
giornali e agli altri mezzi di informazione e che dettava i tempi e gli
argomenti della cultura imperante e che, a un certo punto, la guerra, c’è stata
davvero, e il nemico, a torto o ragione, alla fine è arrivato.
Oggi, la guerra, almeno per noi occidentali è invece meno
cruenta ma molto più subdola e la stiamo perdendo con il progressivo
smantellamento dei diritti acquisiti, quelli che consideravamo intangibili e, nel
mentre, ci distraggono con la creazione di nuovi nemici, interni o esterni che
siano, o trasferendola altrove questa guerra, là dove occhio non vede e cuore
non duole. Temo inoltre che, stavolta, la vulgata non venga solo dall’interno
del nostro paese ma sia imposta da altri, al di fuori di esso, e che i nuovi
ministri del terrore non facciano altro che cavalcare quest’onda mista di sdegno
e rancore, che inquina le nostre menti, ed esacerba le nostre anime.
Ho la forte impressione, ma è ovviamente più di una
sensazione, che tutto ciò si insinui attraverso le reti sociali, grazie alla
condivisione di algoritmi ad hoc, foraggiando la logica della condivisione acritica
e del solipsismo mediatico. Questa modalità di comunicazione coinvolge
direttamente e indirettamente anche la stampa tradizionale, ormai assai
dipendente anch’essa dal mondo della rete. C’è una sorta di orwelliano grande
fratello che dirige in maniera recondita le nostre scelte, anche quelle più
intime, che plagia le coscienze, delineando una visione unica ed
autoassolutaria di ciò che si fa, così come accadeva con la banalità del male durante
i regimi autocratici, autoritari e assolutisti del nostro tutto sommato recente
passato.
lunedì 2 febbraio 2026
L'ordine delle forze
Gli ultimi eventi
della cronaca italiana e internazionale, afferenti alle forze di polizia, ma
soprattutto l’opportunismo politico che ha diviso in fazioni contrapposte
l’opinione pubblica, necessitano di un momento di riflessione, quanto meno sul
concetto di lavoro.
Io rispetto le forze dell’ordine, così come rispetto
chiunque svolga con dedizione il proprio mestiere; e non enfatizzo più del
dovuto il loro ruolo perché, se servitori dello stato sono loro, allora lo sono
anche tutti gli altri che svolgono, con funzione pubblica o meno, con coerenza
ed onestà, il proprio lavoro perché, fattore di non poco conto, di lavoro si
tratta, e non di eroismo o volontariato.
Che dire a questo punto degli stessi volontari? Che dire di
coloro che, nell’anonimato più assoluto, e con scarsissime tutele, svolgono
gratuitamente opere e lavori complementari a quelli delle Forze dell’Ordine e
di altri apparati dello stato? Perché non si usa anche per loro la stessa
enfasi?
Un poliziotto, un Carabiniere, un Finanziere ma anche il
Vigile del Fuoco e così via svolgono un mestiere come altri dove, ad un
servizio corrisponde una transazione economica e che, se svolto bene, funge
comunque da esempio, monito e tutela per la globalità della società civile,
così come accade per molti altri mestieri e pubblici uffici.
L’eroismo, la demagogia e la propaganda lasciamoli al
passato perché hanno già fatto fin troppi danni; relegare un gruppo ristretto
di pubblici ufficiali in uno spazio privilegiato può essere pericoloso, la
storia e l’attualità ce lo insegnano.
#poliziedistato #rispettopertutti #pubbliciufficiali
#tuttiilavorisonouguali
(Immagine creata con l'IA)
venerdì 30 gennaio 2026
Ciucci, presuntuosi e connessi
Le famiglie, oggi, pretendono che i loro figli vadano avanti nella loro carriera scolastica grazie ad eventuali doti innate e non attraverso l'impegno nello studio. I libri spesso non vengono neanche contemplati nell'investimento per il loro futuro. Ma neanche il computer, che ignorano quasi del tutto.
Solo lo smartphone viene considerato e strapagato dai questi
genitori, non coscienti del fatto che la memoria ha una sua importanza, così
come la ricerca di fonti esatte e referenziate; contrariamente dall’hic et nunc
della connessione in rete che se manca non si va più avanti, il loro mondo si
blocca e rimangono incapaci di fare qualsiasi altra operazione. Il telefonino
diviene così la baby-sitter da bambini, mezzo di informazione e studio nel
corso della loro crescita ed alibi nella loro età adulta.
Senza libri ed altri documenti da spulciare è come se un
meccanico aprisse un’officina senza attrezzi o solo con un cacciavite per
intraprendere la sua attività oppure sarebbe come andare in montagna solo con
il GPS del cellulare e accorgersi che la batteria è scarica o che non c'è
ricezione del segnale e, di conseguenza, perdersi perché non si ha la capacità
di orientarsi.
La cultura, quella che dovrebbe appunto darti le coordinate
per le tue scelte, oggi passa solo per la rete e non attraverso lo studio, la
ricerca e il confronto. La strada più facile per l’analfabetismo funzionale e
la carriera di ciucci e presuntuosi.
#smartphone #culturadigitale #natividigitali
Immagine creata con l'IA
giovedì 29 gennaio 2026
Il sacchetto selvaggio, ovvero la SS 268 e le altre
Quante volte vi sarà capitato di constatare l’immondizia lungo le nostre strade; immagino tante, tante da averci fatto ormai l’abitudine o rassegnarsi a un dato di fatto che solo gli ipocriti negano, ovvero la subcultura e l’inciviltà che regna alle nostre latitudini.
Certo è che l’incivile è colui che lancia il sacchetto di
immondizia per strada e lo fa per le ragioni più disparate, e che non trovano
nessun fondamento legale e nessuna giustificazione morale, ma lo è, a mio
modestissimo parere, anche chi dovrebbe agire contro questo malcostume e non lo
fa o non provvede in tempi rapidi, o non si impegna per niente nel reprimere
questo schifo.
È chiaro che spesso si tratta, non solo del sacchetto
selvaggio, ma anche di veri e propri scarichi industriali, spesso pericolosi,
che rimpinguano il sopra e sotto delle nostre strade, da quelle vicinali a
quelle statali, senza distinzione e senza rispetto alcuno. Le corsie, le
piazzole, i cavalcavia, sono ad uso e consumo di chiunque voglia scaricare,
sversare e bruciare rifiuti. Le misure adottate sono spesso degli inutili
palliativi, dove si spendono ingenti somme senza risolvere il problema.
Un esempio eclatante è la circonvallazione esterna a Cercola, in provincia di Napoli, che si
collega con la SP1, strada piena di
rifiuti dove, nel suo tratto provinciale, si è prima installato un sistema di
videosorveglianza ma poi, quando si è capito che questo, funzionante o meno che
fosse, non costituiva deterrenza alcuna per l’ingombro dei rifiuti nelle sue
piazzole, queste sono state chiuse con dei newjersey di cemento. Morale della
favola? I sacchetti li hanno comunque buttati all’interno dei grossi blocchi di
cemento e gli automobilisti hanno perso definitivamente l’uso di quelle utili e
necessarie piazzole. Sovviene a questo punto anche il sospetto di un atto
illegale da parte degli stessi enti competenti.
Senza dilungarci ancora una volta sulla teoria dei vetri rotti, quella che imporrebbe, se non altro per
opportunità di cassa, alle autorità competenti, di intervenire più spesso nel
ripulire lo scempio con maggiore solerzia e non con costosi interventi una
tantum, segnaliamo un altro caso emblematico, ovvero quello della SS 268, la Statale del Vesuvio. La strada è un luogo di scarico continuo di
rifiuti d’ogni genere, i fornici dei cavalcavia sono spesso ostruiti dai
rifiuti, ai quali poi viene dato fuoco, minandone la struttura col calore
intenso delle fiamme. Ma a chi compete la pulizia di questi contesti?
Il dato di fatto è che la competenza della pulizia delle
strade, delle piazzole di sosta e delle corsie di accelerazione e decelerazione
sulle strade statali spetta all'ente proprietario della strada che, per le
strade statali è generalmente l’ANAS
(Azienda Nazionale Autonoma delle
Strade), in base all'articolo 14 del
Codice della Strada, che obbliga i proprietari a garantire gestione e pulizia
delle strade e delle loro pertinenze per la sicurezza stradale.
Chi è invece responsabile della pulizia delle strade
provinciali? La responsabilità della pulizia, manutenzione e gestione delle
strade provinciali spetta solitamente alla Provincia
(o alla Città Metropolitana) in
quanto ente proprietario della strada, sempre secondo il Codice della Strada.
Tuttavia, se la strada attraversa un centro abitato con più di 10.000 abitanti,
la competenza può passare al Comune.
Ad ogni modo, le Città Metropolitane, le Province e i
Comuni, stanno quasi sempre a guardare e, spesso e volentieri, non agiscono a
causa della mancanza di fondi, soprattutto per smaltire i rifiuti speciali e
pericolosi ma, anche quando si tratta del semplice e variopinto sacchetto, che
non è solo brutto a vedersi ma anche pericoloso per l’ingombro della
carreggiata, incomincia il rimpallo delle responsabilità tra i vari enti e il
sacchetto rimane là e diviene parte del paesaggio, fin quando le intemperie o
gli animali ne faranno scempio, o quando, qualche malaugurato automobilista vi
finirà sopra.
Ma i sacchetti non vengono da Marte, non ce l’ha portati un
oscuro nemico, né tanto meno nascono dal nulla perché, anche se, come più volte
abbiamo scritto, è uso comune stabilire che la colpa sia sempre di qualcun
altro, a lanciarlo, con posa olimpica e sdegno sovrano, siamo sempre noi, noi o
chi per noi.
lunedì 26 gennaio 2026
Il bambino
“E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te”
I bambini dovrebbero fare i bambini e nulla più! I bambini
non dovrebbero trasformarsi in fenomeni da baraccone per divertire noi adulti,
esposti ad imitare i grandi o a fare cose che neanche questi sanno fare. I
Bambini sono quelli che ridono e piangono per una semplice emozione, non sono
quelli da Guinness dei primati o dei talent show, quelli, la loro infanzia,
forse l’hanno già persa, venduta alla morbosa ed effimera curiosità di un
pubblico pagante, se non peggio ancora ad un morboso e patologico piacere. Non
devono essere esposti agli umori degli adulti, non devono essere usati come ammiccanti
oggetti di pubblico ludibrio, devono essere lasciati liberi di cercare e
trovare se stessi, noi dobbiamo essere solo le loro guide e non i loro
ammaestratori.
I bambini devono crescere, sognare, devono poter sbagliare, ma
non devono correre dietro l’immagine precoce di una società che vuole solo
nuovi acquirenti. La fanciullezza è un bene prezioso, è la base della nostra crescita
ed è fatta di scoperte, di giochi inventati, di fantasia e non di copioni o immagini
preconfezionate e vendute da altri; i sogni sono il nostro bene più prezioso,
soprattutto quelli ad occhi aperti, perché ci aiutano ad apprezzare quello che
abbiamo intorno a noi ed aprono la strada a ciò che abbiamo dentro di noi.
Facciamo sì che la loro mente spazi attraverso il mondo e non in quello limitato
e delineato dall’algoritmo di uno smartphone,
diamogli il vento, diamogli la pioggia con le sue pozzanghere e terra da
calpestare e con cui sporcarsi, alberi su cui arrampicarsi, palloni dietro cui
correre e panorami davanti i quali rimanere estasiati a bocca aperta, diamogli
la vita e non una baby-sitter
digitale.
Non reprimiamo quindi il bambino che c’abbiamo dentro, lasciamolo
che ci accompagni lungo la strada della vita e che ci aiuti ad emozionarci e
intravvedere, attraverso il nostro pragmatismo di adulti smaliziati, il vero
senso della nostra esistenza.
lunedì 5 gennaio 2026
Porco Natale!
Il Natale apre una bolla spazio temporale dove tutti, chi più e chi meno, entrano in uno stato di rincoglionimento totale.
C’è chi, con l’alibi della festività, regredisce
all’infanzia, plagiato dall’aura disneyana della festa e che, gioco forza, ti
riporta al mondo edulcorato dell’infanzia. C’è poi chi, complice la visione
hollywoodiana che ormai hanno acquisito queste celebrazioni, si immedesima
nelle storie gettandosi in un vortice di eccessi, che vanno dalle feste in
discoteca ai bagordi culinari, fino all’estremo dei fuochi d’artificio e dei
botti di fine anno che, dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto
per quel che riguarda la salute pubblica, toccano l’acme dell’assurdità.
Già in precedenza abbiamo discorso sul dove stia andando a finire il nostro Natale,
una assai presunta celebrazione cristiana e ormai assai più presunta festività
cattolica, ma la nascita di Gesù Bambino è diventata, a livello globale, un
qualcosa che ha realmente poco a che vedere con la liturgia e ancor meno con la
morale cattolica. Le festività sono diventate il momento dell’eccesso, un
contesto dove tutto è permesso e dove quasi tutto è tollerato, tanto da
divenire il suo opposto e da cagionare momenti di forte conflitto sociale ma,
visto il riunirsi dei parenti, spesso anche di tipo familiare, scatenando
momenti di forte dissidio tenuti a bada e assopiti durante tutto l’anno.
La vendetta di Gesù
Bambino
Da docente attendo le vacanze natalizie per riposare un po’
od occuparmi di cose che normalmente tralascio ma spesso, quei quindici giorni,
me li faccio a letto con l’influenza, quella che mi becco al tradizionale
colloquio con i genitori, prima della pausa natalizia. Nonostante il vaccino
che faccio sempre, anche se in forma lieve, me la becco quasi tutti gli anni e
chissà che non sia il fio da pagare per essere tanto miscredente. Ad ogni modo,
credo che tanti giorni di festa siano anche troppi per noi docenti, così come
per i ragazzi che tornano storditi più che mai e disabituati alla routine scolastica; preferirei infatti una
più omogenea redistribuzione di questi giorni, per evitar di concentrare tutto
il lavoro e tutte le feste in unici periodi con ovvie ricadute nel profitto e
con un sovraccarico di lavoro per chi deve valutare. Del resto ciò accade anche
in altri ambiti lavorativi che sospendono la loro attività o vanno a scarto
ridotto, durante queste festività creando disagi molto simili a quelli del
Ferragosto.
I mercanti nel tempio
Che il Natale, e tutte le feste ad esso annesse, siano la
celebrazione del consumismo, è cosa ormai nota e conclamata ma, il fatto stesso
che sia così scontato, fa ancora più paura e lo fa nella misura in cui, ormai,
tutte le celebrazioni, sacre o meno che siano, confluiscono in un qualcosa di
economico e che, il solo fatto che queste seguitino ad esistere e a resistere al
passare dei tempi, delle mode e della morale, non sia altro che la conseguenza
della ragione economica che accompagna questi eventi. E chissà che le stesse
esagerazioni a strafare e a spendere di più, non sia invocata proprio da chi
spera di lucrare su questi momenti di follia che capitano durante l’anno solare
e che hanno il loro culmine proprio nelle festività natalizie.
Natale tutto l’anno
Ecco perché, molti stentano ad abbandonare un Natale che
vorrebbero durasse tutto l’anno. Gli esercenti, i commercianti, vorrebbero che
le persone spendessero così come si fa per i doni sotto l’albero ma soprattutto,
i comuni mortali, quelli che rimangono, nonostante gli eccessi natalizi, con
l’amaro in bocca di un qualcosa che sa di irrealizzato. Per i nostri antenati il
Natale era un rito di passaggio importante, quello che transitava dalle tenebre
alla luce, il solstizio, un momento per esorcizzare le paure ancestrali e le
incognite di una vita grama, un momento per fermarsi e ragionare sulla nostra
essenza di uomini. Oggi invece lo viviamo invece come una frenesia degli
acquisti e delle spese per rendere una festa perfetta e che, visti i
presupposti mai lo sarà. Allora tu rincorri un valore che non è il tuo ma di
qualcun altro, è un valore indotto e che non soddisferà il tuo desiderio di
intimità familiare e di quell’amore fraterno che si vorrebbe celebrare, e neanche
un qualcosa da cercare in te stesso e nella tua spiritualità; e non saranno di
certo le luminarie fuori al balcone fino a Pasqua a renderti ciò che ti hanno
tolto.
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