A volte mi chiedo a cosa serva scrivere sui social, soprattutto quando lo faccio attraverso i miei umili mezzi di utente medio della rete. Me lo chiedo ormai da anni, così come lo facevo da blogger e come lo faccio ancora adesso come giornalista e sono arrivato alla conclusione che valga, sopra ogni cosa, l’andante del chi tace acconsente.
Oggi che la chiacchiera da bar si è definitivamente
trasferita alle reti sociali dove, malgrado in molti lo neghino, tutti vanno a
sbirciare e a lanciare pietre, è lì che il furor di popolo imperversa, è lì che
ormai la politica o chi per lei, batte il ferro finché è caldo. Nelle reti
sociali passa la nuova propaganda perché è un mezzo trasversale che raggiunge
tutti, ed è lì che tutti coloro che, nel bene come nel male, vogliano lanciare
un messaggio, vanno, postano e talvolta scappano, nascondendo la manina.
Ecco perché, quando, ben sostenuta dalla vetusta televisione
generalista, l’onda di odio razziale imperversa sulla home di facebook o, ancor
peggio su Instagram, qualcosa andrebbe pur detta.
Il vettore migliore del razzismo latente non può essere che
quello calcistico, un contesto, soprattutto in Italia, che continua a smuovere
coscienze pur rimanendo ancorato al passato, quanto meno di una cinquantina d’anni
rispetto all’attualità. Una bolla
spazio-temporale dove tutto o quasi viene concesso, dove la donna è sempre un
oggetto sessuale (vedasi l’ostentata grazia delle conduttrici televisive), dove
non esiste omosessualità e dove la morale, continua ad essere quella del più
forte e, soprattutto, quella di colui che ha più soldi.
L’immagine, perché di questo si tratta, quella che vorrei mettere in evidenza, non è nuova ed è quella della nazionale francese, più volte oggetto dell’italico scherno. Sarà che ultimamente siamo un po’ scarsini a livello di pallone e che al mondiale non ci andiamo almeno da dodici lunghi anni, e che spesso riserviamo ai cugini d’oltralpe un trattamento tutt’altro che di riguardo ma, indicando la partita dei quarti di finale dei mondiali di calcio, quella giocata tra Francia e Marocco, come un derby tra squadre africane, non si rasenta il razziamo; lo si è già travalicato.
Se una squadra di un qualsiasi sport fosse composta solo da
atleti di carnagione chiara nessuno andrebbe a sindacarne l’etnia (sì etnia!
Perché il concetto di razza non esiste
più in ambito scientifico da un bel po’), potrebbero infatti essere tutti
italiani, spagnoli, inglesi, francesi e così via o magari mescolati fra loro ma,
se a prevalere è la somatica di colore, allora scatta il razzismo, scatta il
distinguo, il luogo comune e la discriminazione e, concedetemelo, anche il livore di chi non partecipa alle
competizioni. Sì, perché, in quel caso, nonostante in certi paesi dal
passato coloniale molte etnie siano parte integrante della loro società, il
colore scuro delle pelle fa ancora specie, crea ancora disagio e sospetto e dà
il via libera al festival del luogo comune!
Quei ragazzotti strapagati non sono più uomini come noi, non
appartengono alla loro nazione ma diventano neri, africani, insomma diversi da
noi, principalmente se non giocano per noi, come se non respirassero la nostra
stessa aria. Questo accade anche dal punto di vista degli stereotipi,
appioppando loro super poteri sessuali o pretendendo che la loro fisiologia sia
più propensa allo sport rispetto a noi normali uomini dalla carnagione chiara
(vedi l’accostamento alla bestialità più che all’umanità), così definendoli
portati per la musica, come se le scienze fossero appannaggio nostro di bianchi
e così via.
Non parliamo poi della religione, automaticamente diventano
tutti musulmani e ovviamente fondamentalisti e potenzialmente terroristi,
soprattutto se escono al di fuori di quella zona franca del calcio
professionistico. Accade forse come nell’antica Roma, quando nell’arena degli
anfiteatri combattevano gladiatori di diverse nazionalità ed etnie, ogni
spettatore parteggiava per l’uno o per l’altro, per il trace, il gallo o il numida
ma, al di fuori degli stadi, erano e
sono feccia, ingombro, fastidio o pericolo.
Bisogna quindi dirlo, una volta per tutte, se hai l’amico
africano, o ti sei fatto la foto a Zanzibar con il bimbo di colore, questo non
fa di te una persona migliore se poi accomuni loro al male assoluto, se
sostieni che a delinquere siano più loro rispetto a noi e riversandogli tutti i
suddetti luoghi comuni. Le generalizzazioni fanno male sempre a tutti,
ovviamente a chi le subisce ma anche a chi le reitera poiché, cercando il capro
espiatorio per i tuoi mali e le tue frustrazioni poi va a finire che dimentichi
di essere razzista.



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