lunedì 10 maggio 2010

τζατζίκι



La Grecia va in crisi, in realtà da anni se ne deprecava l'economia, ma stavolta sembra proprio quella buona. Sull'onda lunga dei disastri finanziari americani, qualcuno incomincia a sostenere che il contagio greco si estenderà a mo’ di fantomatica pandemia, anche ad altri paesi europei dalle deboli economie. E così via: Spagna, Portogallo, Irlanda, addirittura la Gran Bretagna ma stranamente non l'Italia, tutte economie a rischio. Voglio essere malpensante e pormi una domanda da tipaccio poco entusiasta e dal grande scetticismo: e se qualcuno ci stesse speculando sopra?
Non sono un economista e neanche mi piacciono tanto i soldi, per lo meno non li adoro, ma il mutevole orientamento dei mercati al minimo pettegolezzo mi lascia pensare che l’economia non sia poi quella scienza esatta che tanti vogliono scimmiottare. Infatti se una semplice diceria o un errore di comunicazione può far perdere migliaia di euro alle borse, cosa accadrebbe se qualcuno volesse speculare su larga scala? Se questo qualcuno mettesse ad arte in giro la voce dello sfacelo della moneta unica, prima attraverso agenzie di stampa compiacenti e poi diffuse a macchia d’olio dagli acritici mezzi di comunicazione. E se continuasse, appoggiato dai pseudo-santoni delle finanze e sostenesse una catastrofica discesa agli inferi dell’euro con il suo fallimento o lo sdoppiamento di un Europa a due velocità finanziarie, e se lo stesso, contemporaneamente, acquistasse i titoli di stato di quei paesi prodighi e gaudenti, ormai svalutati e a buon mercato, non pensate che ora, col repentino rialzo delle borse, stia guadagnando qualcosa da tutto ciò?
Aiutatemi a capire se sono malpensante o meno.

Riserva del Tirone








martedì 27 aprile 2010

lunedì 26 aprile 2010

martedì 20 aprile 2010

Eyafjallajokull? Eyafjallajokull!



Il famigerato vulcano islandese, dal nome impronunciabile ai più (soprattutto ai professionisti dell’informazione!) sembra aver messo in luce qualcosa di ben più evidente ma altrettanto sottaciuto dai media nazionali ovvero l’imperiosità del profitto su taluni valori, quali in primis la vita umana, che sembra incomincino a passare in secondo piano.
Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre cercato il benessere a tutti i costi, anche a scapito del bene supremo. La guerra, giustificata dalle più svariate scuse, ha fatto prevalere l’interesse economico sulle vite di civili e di soldati.
Dalla mitica guerra di Troia ad esempio o le crociate, scoppiate per il controllo dei traffici commerciali, e non certo per la concupiscenza della bella Elena o per la salvaguardia del Santo Sepolcro, fino alle più recenti guerre mondiali non s’è fatto altro. Così come nelle ultime guerre strategiche di Iraq e Afghanistan, dove si son fatte carte false per trovare il pretesto di dichiarare guerra a qualcuno.
Oggi, anche quando il conflitto bellico viene mascherato sotto i più rassicuranti nomi di polizia internazionale e operazione di pace o imbellettati con nomi da film americani, si continua a mortificare la carne e la coscienza umana.
L’interesse prevale anche quando gli aerei di mezza Europa, e non solo, rimangono a terra per sicurezza.
I mezzi di comunicazione di massa continuano a mostrarci immagini di viaggiatori frustrati per la loro mancata vacanza a “Sharm”, saltata per la nube di ceneri dell’Eyafjallajokull, turisti disperati per il prolungarsi delle loro vacanze negli States, gente che mostra tutta la sua criticità nei confronti della decisione dell’ENAC di non far decollare i loro aereoplani.
So bene che l’aereo ormai lo si usa sempre più rispetto al passato e che l’abbassamento dei costi ne permette un uso sempre maggiore e quindi alla portata di tutti, ma mi chiedo se gli interessi intaccati dal blocco aereo siano realmente quelli dei comuni mortali e non di chi specula con le esportazioni.
Qualcosa di simile era già successo quando qualche anno fa, a fare le bizze fu il più nostrano Etna, che bloccò con le sue ceneri l’aeroporto di Catania. E vai con le proteste, vai con le poco velate allusioni alla futilità degli interventi e giù via con l’accusa di far perdere soldi all’economia legata al flusso aereo; proprio come accade oggi. Ma nessuno dei mediatori o degli interpellati sembra aver voluto tener in conto dei rischi ai quali si sarebbe potuti andare in contro. Eppure la decisione è stata internazionale non soltanto italiana, e questo già dovrebbe essere eclatante per spiegare la necessità del provvedimento. Ma cosa varrebbero qualche centinaio di vite umane rispetto al blocco del commercio internazionale: the show must go on, no?
Il punto che si vuol toccare è dunque quello legato al profitto che prevarica ogni cosa.
Siamo infatti un paese dove in media, ogni giorno, più di un uomo muore sul suo posto di lavoro e purtroppo in tale triste computo non vengono elencati quei poveracci che per lavoro muoiono in viaggio e che vengono considerati “vittime della strada”. Non elenchiamo neanche i migranti che spesso, ignoti agli ispettorati del lavoro, in caso d’incidente, vengono depositati morti, sconosciuti e moribondi lungo le strade di campagna. Tutto questo in onore del profitto.
Lo stesso che permette che negli stadi italiani si celebri la domenicale cerimonia dell’esaltazione della violenza, in nome della futilità di un semplice gioco, ma all’ombra di interessi stratosferici, proprio come le ceneri dell’ Eyafjallajokull.
Vedere poi, i poliziotti, da noi pagati, soccombere alle masnade di teppisti, che sovente li soverchiano in numero e violenza. Vedere quei gallinacci chiamati tifosi picchiare selvaggiamente con le fibbie delle loro cinghie, o appiccare incendi dentro e fuori gli stadi o, ancor peggio, uccidere; rende lecito porsi la domanda, cos’è che giustifica tutto questo?
Lo spiegamento di uomini e mezzi è inoltre notevolmente minore durante le partite di calcio rispetto a quelli delle manifestazioni politiche. Spesso non si lesinano elogi quando i manganelli colpiscono operai in cassa integrazione, disoccupati e cittadini che protestano contro l’apertura delle discariche. Lì si che li si addita come facinorosi e politicamente collusi, mentre allo stadio sono sempre e solo quei “quattro” imbecilli che guastano lo spettacolo ai più. Provate a pensare se qualche disoccupato attaccasse un commissariato, si griderebbe al colpo di stato. Dei tifosi, se così li si vuol chiamare, invece l’hanno fatto, a Roma, qualche anno fa, ma provvedimenti e risultati latitano proprio come memoria e coscienza in Italia.
Ma ogni santa domenica, tanto da non darne più notizia, a meno che non ci scappi il morto, questo è lo scenario attorno i nostri stadi.
Il fior fiore dei giornalisti e senza dimenticare i politici che non disdegnano la curva, declamano la propria fede calcistica come voce fondamentale del loro curriculum vitae. I distinguo poi si sprecano: è lo sport più amato e praticato al mondo, non tutti sono ultras, il calcio dà lavoro, è cultura, etc. etc. etc…
Provate a dirlo a chi ci ha perso un proprio caro allo stadio. Il calcio, ho finito di vederlo così come ce lo si impone il 29 maggio dell’ 1985, all’Heysel. Tutto il resto sono chiacchiere e ipocrisia.

PS. Se foste interessati, questo è il link per la corretta pronuncia del “Gatto che cammina sui tasti del piano”:
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=50f44859af8dbbdd

mercoledì 7 aprile 2010

Padania








"Il più grande pregiudizio che possa esistere è pensare di non avere pregiudizi"