domenica 12 aprile 2026
mercoledì 1 aprile 2026
Vertice a Napoli tra Trump e Netanyahu
Il “vertice della pastiera” si terrà a Napoli a Pasqua, ecco le prime indiscrezioni.
Clamoroso, il presidente degli USA Donald Trump e quello israeliano Benjamin Netanyahu decidono di sancire una tregua con l’Iran per il
periodo pasquale. I due leader hanno
fissato un incontro strategico da tenersi a Napoli durante la Settimana Santa
ma non sono trapelate, per ovvi motivi di sicurezza, le date precise del
vertice. Di sicuro sappiamo che i due si incontreranno presso la pizzeria Di
Matteo per chiarire i contenuti dell’accordo da proporre al governo iraniano.
Immediate sono scattatele misure di sicurezza da parte della
prefettura di Napoli ma anche dal governo stesso che a stanziato uomini e mezzi
per garantire l’ordine pubblico nel centro storico di Napoli. “Questo
incontro a Napoli è un onore per tutto il popolo italiano” Queste le prime parole della premier Giorgia Meloni che assicura: “faremo
tutto il possibile affinché il summit si svolga in piena sicurezza e pertanto
abbiamo incentivato la produzione di pizze, pastiere, casatielli e tuortani.”
Interpellato il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi sulle misure per contenere il traffico festivo e la grande affluenza dei turisti per le vacanze pasquali, questi ha risposto: “la pace val bene una pizza, meglio se una pizza chiena con contorno di fave, capocollo e ricotta salata!” Il governatore Roberto Fico, dal canto suo, apre un contenzioso con l’ex presidente della Regione Vincenzo De Luca, su quale vino offrire ai prestigiosi ospiti. Il primo auspica la scelta di una falanghina dei Campi Flegrei, il secondo, forse spinto dal suo sodale Mario Casillo, spinge per un Lacryma Christi del Vesuvio, bianco o rosso è indifferente, purché sia vulcanico e plachi con la sua forza viscerale le smanie belliche dei due agguerriti alleati.
Ad ogni modo, visto l’alto contenuto proteico dei pasti che
accompagneranno gli incontri dei due statisti, si spera che questi sostino un
po’ di più nel capoluogo partenopeo e che, allietati dalla canzone napoletana
abbandonino i loro progetti di guerra e che invitino anche gli ayatollah, se
non a bere vino o mangiare casatielli, quanto meno ad assaggiare la pastiera
che, per quell’occasione, avrà 14 strisce di pastafrolla per sancire
l’importanza dell’evento. A tal proposito, il ministro dell'Agricoltura, della
Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco
Lollobrigida ha incentivato gli avicoltori locali e delle regioni limitrofe
a stimolare una maggiore produzione di uova per l’importante evento “ … e che
non si usino quelle provenienti dalla Cina!” queste le sue testuali parole.
Si temono comunque non solo manifestazioni da parte degli antagonisti ma anche le ingerenze esterne da parte dei seguaci della tikt oker e influencer Rita De Crescenzo la quale ha pubblicato un post su Instagram sostenendo di non essere stata invitata al vertice perché donna e napoletana e quindi vittima di discriminazione “io zono una tonna no zono una zanta e quinti pe’ questo no mi hanno ‘vitata”. Si di temono ripercussioni e incursioni del personaggio e per tale ragione il traffico sarà limitato ai soli residenti e nessun pullman da e per Roccaraso, sarà ammesso entro il perimetro cittadino.
Non ci resta che sperare che i due capi di stato, storditi
dall’ospitalità partenopea e appesantiti dal lauto banchetto, si facciano una
lunga pennichella e, solo dopo un buon caffè al Gambrinus, si rendano conto che
nel mondo esista qualcos’altro e di gran lunga migliore della guerra.
Peace and love … e ‘a pastiera!
Ovviamente è un Pesce
d’aprile, consentitemi questa leggerezza perché tanto non fa male a
nessuno, contrariamente alle azioni di chi governa o di chi vorrebbe governare
il mondo. A volte basterebbe un po’ di ironia per risolvere questioni solo
apparentemente irrisolvibili, ma chissà perché si sceglie sempre la strada più
difficile, mi sa che c’è gente che si diverte così.
lunedì 30 marzo 2026
L’elogio della lunghezza
C’era una volta uno che sosteneva che i miei post erano troppo lunghi e me lo scrisse con un commento di dieci righi.
Capita sempre più spesso di essere criticato, non tanto per
quel che scrivo, non tanto per la qualità, ma per la quantità di ciò che
pubblico e, simili obiezioni, le vedo rivolte anche verso altri che utilizzano
il web come luogo di comunicazione; che siano giornalisti, blogger o comuni utenti della rete, il risultato non cambia, si
finisce tutti sotto gli strali dell’altrui parsimonia linguistica.
Scrivere è comunicare e, talvolta, farlo non vuol dire solo
trasmettere informazioni, pensiero, empatia, ma anche gioire di quest’azione,
provare piacere nel creare con la parola. Non fraintendetemi, non pretendo di
essere uno scrittore, perché non ho altra velleità se non quella istintiva di
diffondere il mio pensiero e far sì che questo si interconnetta con quello altrui,
ma permettete che provi un minimo di gioia nel farlo, nel creare concetti con
le parole?
Ho però il sospetto che le persone che leggono, soprattutto sui social, cerchino più conferme che interlocuzione, oltre ad avere un tempo di concentrazione pari a quello di un pesce rosso. Credo che la gente, ormai, non ami più leggere, e che non ce la faccia proprio più a reggere un ragionamento che vada oltre al bianco e nero, al caldo e al freddo o al bello e al brutto di un discorso o di un concetto senza sfumature. Penso che non riescano neanche ad apprezzare la logica bellezza di una frase che non sia scontata, forse è anche per questo che il vocabolario, di chi prova a scrivere e a parlare oggi, è sempre più esiguo e pullula di parole miserabilmente usuali.
Quando a parlare è, ad esempio, un politico o chi si accinge
a scimmiottarlo, si potrebbe fare a gara ad indovinare le loro parole:
contezza, mission, implementazione,
volano, stakeholders, etc. Queste sono
tra quelle più usate, perché evocano più che descrivere, soprattutto se sono in
lingua straniera e dal suono ricercato e accattivante. Io credo invece che le
parole siano come le foglie e i fiori di una composizione floreale, le scaglie
lucenti di un bellissimo animale che cambiano riflettendo la luce a seconda di
come le si guarda, a seconda di come le si legge, non sono loro a dare pienezza
al concetto ma la loro articolazione, la loro posizione in una frase, lo
arricchiscono e lo rendono immagine, ed è questo difficile gioco a farci
divertire quando scriviamo, quello di scegliere la parola giusta, anche quando
non ti viene.
Vallo a dire a chi, incapace di leggere un giornale, per non
parlare di un libro, ma anche il bugiardino di un farmaco, bolla con saccenza
il tuo scrivere perché poco idoneo alle reti sociali. In effetti c’è social e social, ce ne sono alcuni dove a parlare è l’immagine o il video,
ma ce ne sono altri che permettono di scrivere molto di più, e se anche questo non
bastasse, esistono i link agli
articoli o ai blog, ma pare che pure questo sia troppo per lo stanco utente
medio, in cerca di onanistiche visioni più che logiche deduzioni.
Per fortuna siamo ancora in un paese libero dove ognuno,
così come può criticare l’operato di chi ama leggere e scrivere, e magari pure
chi colleziona quegli inutili libri, si potrà anche non farlo, lasciando a noi,
miserrimi lettori impenitenti (si spera!) la libertà e il piacere di essere
prolissi e perdere minuti, se non ore, sulle pagine, digitali o cartacee di un
testo. Noi che non andiamo di fretta e che vogliamo perderci in quel gioco
sapiente, e allo stesso tempo semplice, delle parole che, complementare con una
giusta e creativa punteggiatura, è il connubio tra l’informare, il comunicare e
l’emozionare e perché no, anche dell’emozionarsi. Ma è, sopra ogni cosa,
libertà di creare il giusto supporto per i propri concetti.
lunedì 23 marzo 2026
Ancora una volta
“Etiamsi omnes ego non”
Ancora una volta mi trovo a scrivere di Angelo Prisco e a
perorarne la causa, ancora una volta mi trovo a dover rispondere a chi mi dice:
ma tu, che non l’hai mai conosciuto, perché ti ostini ancora a batterti per una
causa persa in partenza? Io rispondo, tra le tante ragioni, che se le cause
fossero tutte già vinte, sarebbe inutile impegnarsi per farlo, e mi trovo in
effetti in contesti ricchi di sfondatori di porte aperte e cavalcatori di
tigri, e dove non si abbattono più i muri dell’omertà e non li si prova nemmeno
più a scavalcare per vedere cosa ci sia dall’altra parte, tanto meno per pura e
semplice curiosità.
La causa di Angelo Prisco, per me, non sarà mai una causa persa,
e non lo sarà fin quando esisterà un principio da difendere, fin quando ci sarà
la natura da tutelare e un insegnamento da dare o da seguire. Io, soprattutto
questi due ultimi fondamenti, li vivo a pieno, come padre ed insegnate, ma
anche come chi sa apprendere dal mondo che lo circonda. Io, metto in atto ciò
in qui credo, anche a scapito di andarci a rimettere, perché non sono in cerca
di visibilità ma di giustizia e perché i soldi vanno e vengono, così come la
fortuna è altalenante, ma la dignità, quella che ti contraddistingue dalle
istintive bestie, quella non te la da e non te la toglie nessuno, devi
guadagnartela e basta, e servirà più a te stesso che agli altri per andare
avanti nella vita e per credere in quello che fai, nonostante tutto, nonostante
tutti.
Angelo è stato per me un esempio ed io spero di esserlo per
gli altri che, migliori di me, porteranno avanti il cammino intrapreso. Angelo
è stato tradito dalla sua comunità perché questa, in maniera omertosa, ha
coperto le colpe di altri per non mostrare le proprie. Angelo è stato tradito
anche da chi oggi si rifiuta di voler vedere in lui un martire della legalità e
ne offende ancora la memoria perché il ricordo del suo sacrificio non è remunerativo
per chi vive di immagine e di vuoti slogan. Ma Angelo vive, e vivrà ancora nei
nostri cuori e nelle nostre menti finché ne manterremo noi vivo il ricordo.
lunedì 16 marzo 2026
Gli automi
Spesso mi sono chiesto, davanti ad un camion che fa manovra, a dei lavori in corso o ad una persona in difficoltà, che senso avesse bussare con tanta veemenza il clacson ed esprimere tanta rabbia per uno sgombero immediato della carreggiata, invece di pazientare ed attendere che i malcapitati svolgessero con tranquillità le loro incombenze. In verità mi chiedo ancora perché lo si faccia, se per frustrazione o per aggressività o per semplice ed autoctona cazzimma.
Se c’è un impedimento al normale fluire del traffico, questo
non accede perché il mondo ce l’ha con te, ma perché certe cose accadono, e
sono molto più frequenti se vivi in un area densamente popolata come può
esserlo il Napoletano quindi, se hai deciso di vivere all’ombra del Vesuvio, fattene
una ragione e non strombazzare all’impazzata per sfogare il tuo stato di
frustrato e rompere gli attributi a chi già ce l’ha sfracassati per conto suo,
anche perché, il tuo tempo non è più prezioso di quello degli altri, fattene
una ragione.
La cosa che però più mi dà da pensare è quando le persone,
in auto, ma anche a piedi, negli ascensori, negli autobus, in tutti gli altri
mezzi pubblici, con o senza telefonino, agiscano meccanicamente come degli automi,
o come le mandrie di gnu, quelle che si vedono nei documentari della BBC, che
corrono all’impazzata, più per istinto che per ragione; il mondo attorno a loro
non sembra esistere, tutti seguono il branco, tutti in gruppo in una sola
direzione: l’uscita; il luogo di lavoro; la casa o le fauci dei un coccodrillo.
Tutti compatti come nel film Metropolis di Fritz Lang, come
nelle megalopoli giapponesi o statunitensi, e chi se ne frega se c’è chi viene
nel senso opposto, chi se ne frega della precedenza, chi se frega del diritto
altrui e di tutto il resto, è il numero che conta è quello che comanda, è la
massa. L’istinto della massa, quello che ti spinge ad andare avanti perché, nel
mucchio selvaggio, non esiste più il libero arbitrio ma su di esso si
sovrappone una coscienza di massa che agisce all’unisono, nel pensiero come
nell’azione, come in uno stormo di storni, per far fronte al gheppio o allo
sparviero ma, se il nemico non c’è, contro chi si difende lo stuolo umano, da
se stesso o da cosa?
Gli zombi
Non so se v’è già capitato di notarlo, ma la cosa sta
diventando sempre più comune. Il fenomeno, degno del migliore dei romanzi
distopici, è quello della gente che cammina per strada assorbita completamente
dal proprio smartphone, automi completamente
distaccati dalla realtà. Ora, già in passato, con le cuffie, c’era, e c’è
ancora, chi si aliena dal mondo ma, fin quando nel mondo ci vivi o sei
costretto a farlo, soprattutto se non vuoi andare sotto una macchina, devi pur
sempre darti una regolata. Questo se non vuoi essere vittima di qualsiasi altro
evento che ti piombi addosso senza avvertirlo perché immerso nei casi tuoi. E
poi, vuoi mettere che a volte è anche bello sentire il mondo che c’hai attorno?
Mi direte: ma con tutti i pazzi che usano il cellulare in
auto e senza il vivavoce, mo il
problema è di chi lo usa per strada? Ebbene sì, perché, al netto
dell’attenzione di chi sta in auto, sarebbe giusto che anche chi va a piedi ne
prestasse, quanto meno per salvaguardare, a torto o a ragione, la propria
incolumità. Ma la cosa che più mi preoccupa è che l’imprudente utente
telefonico non s’accorge neanche di ciò che fa ed entra in una trance dalla quale, solo il clacson o le
invettive del conducente, lo tirano fuori, forse!
La cosa più ironica è però quella che è capitata a me,
mentre ero in auto, nel bel mezzo della strada, mi ci trovo una donna che,
assorta nel suo dispositivo, si fermava letteralmente al centro della
carreggiata; a quel punto, tra lo sbalordito e l’intimorito, proprio come si fa
con i sonnambuli, attendo che lei se ne accorga, ma niente! Continua navigare
nella rete ma, a un certo punto qualcosa la distrae e si volta verso di me,
sgrana gli occhi e, gesticolando, mi da ad intendere, meglio del suo labiale,
che io ero di troppo. Tenete presente che non avevo né bussato né emesso parola
alcuna nei suoi confronti, in pratica, la colpa era la mia.
Idem con patate, qualche giorno dopo, un tipo parcheggia in
doppia fila ed esce dalla sua smart già col telefonino in mano e si piazza
anch’egli in mezzo alla strada, io sopraggiungo, lo vedo, prevedo e rallento;
lui, ipnotizzato, continua indisturbato attraversando la strada come il
corridoio di casa sua mentre va in bagno la mattina. Dopo aver dribblato questo
personaggio me ne trovo un altro che, dandomi le spalle, attraversa la strada
in simbiosi col suo dispositivo, io rallento, lui si volta, più per caso che
per sentore del mio arrivo, e si spaventa. Anche stavolta non avevo scaricato
la mia ira funesta sul clacson e non avevo detto nulla, lui invece sbraita e mi
manda a quel paese, del resto che stava facendo di strano? Perché lo guardavo
strabiliato?. Avrò evidentemente la faccia da fesso ma a volte ho l’impressione
che costoro, al sopraggiungere dell’auto, si rendano conto della stupidaggine
che stavano commettendo ma, per troppa vergogna, preferiscono prendersela con
qualcun altro più che con se stessi, e chi meglio di me, tranquillo e
silenzioso automobilista?
Una cosa è certa, il prossimo morto vivente che becco, con
buona pace del circondario, lo resuscito io, strombazzandogli dietro il mio quequero segnalatore acustico e, se non
bastasse, lo manderò pure a raccogliere margherite, ne guadagneremo entrambi in
salute.
domenica 8 marzo 2026
8 marzo 2026
“Cosa vuol dir sono una donna ormai ... “
Inutile appellarsi al buon senso e alla ragione, o ancor
peggio alla religione, il nostro è un paese misogino, ed hai voglia di parlare
di sante, di mamme, di madonne ed eroine; la donna, per una larga fetta degli
abitanti di questo paese, rimane tale, ovvero un essere inferiore, un qualcuno,
e a questo punto potremmo dire anche, un qualcosa, che deve stare al suo posto,
possibilmente il proverbiale focolare, in famiglia, con i figli, a servire gli
uomini e il marito.
Quindi perché, secondo costoro, queste dovrebbero fare
qualcosa di diverso da quanto sopra indicato? Perché andare in territori pericolosi
a fare le giornaliste come ad esempio Cecilia
Sala? Che lascino fare ai maschi queste cose! Perché lavorare per le ONG in
territori belligeranti come fecero Greta e Vanessa? Perché farsi
rapire, arrestare, se non di peggio, quando esistono già gli uomini per
affrontare le crisi del pianeta? Per non parlare poi di riscatti e d’altri
compromessi che l’agire di queste porrà i nostri politici davanti a situazioni
quanto meno imbarazzanti, salvo però l’essere uomini, maschi o marò. Nel
migliore dei casi, per le succitate ragazze, ci si troverà davanti ad un
paternalismo che lascia trasparire un atteggiamento verso le donne, nei fatti,
non tanto distante da quella parte del mondo islamico che additiamo come
incivile e retrogrado, ma che di fatto mettiamo in atto quotidianamente nella
sfera privata, nelle nostre case e delle nostre menti.
L’impressione forte, ecumenica e trasversale è quella del:
“se l’è andata a cercare”. In altre parole, così come una ragazza, secondo
purtroppo il senso comune, merita le molestie sessuali se veste abiti succinti
o passeggia in orari ritenuti non consoni per una donna in determinati contesti,
allora lo stesso varrà per quelle donne che decideranno di fare cose da uomini
o che, fino ad oggi, erano appannaggio maschile, grammatica inclusa, con le sue
stentate declinazioni ad un femminile prive ancora di valore sociale.
Essere maschi, e questo sembrerà un paradosso in questo
contesto, è difficile, al di là degli stereotipi, che pure pesano, il cercare
di essere razionali e allo stesso tempo dominare i nostri istinti non è cosa da
tutti, ma se bestie non siamo, allora il compromesso con la nostra natura
dobbiamo pur trovarlo, e non solo per noi stessi, ma per tutta l’altra metà del
cielo che se lo merita e per il mondo intero da cui dipende, perché per loro, le
donne di tutti luoghi e di tutti i tempi, non è mai stato facile essere tali,
neanche oggi dove tutto pare più facile e scontato. Non lo è perché non
riusciamo ancora a gestire ciò che è giusto da ciò che sentiamo, quel che proviamo,
l’istinto non è più regolato da una morale, più o meno sana e più o meno
condivisa, ma è libero di fare ciò che vuole. Oggi esistono solo le fredde
leggi a fare da baluardo ai diritti della persona donna, norme lontane da un
atteggiamento sociale che giustifica ancora la mascolinità malata di taluni e
l’analfabetismo emozionale di altri, entrambi frutto dei “no” mai espressi e
per questo ancor più frustranti quando è una donna a negarsi a te, una che
dovrebbe pendere solo dalle tue labbra, non perché l’ami ma perché la possiedi
come uomo.
Ecco quindi, nonostante tutto, nonostante una normativa talvolta
anche all’avanguardia, nonostante un politicamente corretto che parifica la
donna all’uomo, esiste un sostrato culturale spesso, denso, ma neanche tanto
profondo, che pensa l’esatto contrario, depersonalizzando la donna,
incasellandola, non sempre suo malgrado, in contesti ristretti e delimitati a
ciò che tradizione e convenienza comandano; cucina, famiglia e diciamocela
tutta, oggetto sessuale; e se la si ama, lo si fa come si ama un cane o un
qualsiasi altro animale domestico, e pronti a castigarla nel momento in cui
questa trasgredisce le regole e sopprimerla quando non serve più, vedasi femminicidio.








