Vagare per le nostre terre ha talvolta l’apparenza di un viaggio in un mondo devastato. E non mi riferisco solo agli abusi edilizi che meriterebbero ben altro spazio e trattati di sociologia in salsa vesuviana. Faccio riferimento invece a molte di quelle antiche vestigia che resistono ancora nei nostri panorami urbani. I profili delle nostre città accolgono infatti, inglobati a mo’ di ameba, vecchi caseggiati, antiche masserie, blasonate dimore nobiliari, fuse nel tessuto cittadino. Modificate e adattate alle necessità non sempre nobili dei nuovi proprietari, perdono quel contatto con un passato che fungeva a monito e ricordo di quel che eravamo.
Sabato scorso passeggiando lungo le pendici del mio Vulcano, assorto in pensieri e chiacchiere estemporanee, raggiungevo la zona dell’osservatorio, decido di entrare, in compagnia di un amico, attraverso il varco spalancato dell’Hotel Eremo. In verità quella struttura m’aveva sempre interessato, si erge questa alta, austera ed essenziale sotto Colle Umberto, il duomo lavico che protegge l’Osservatorio Vesuviano e la limitrofa cappella del Salvatore, antico ex voto degli appestati.
L’eremo riesco a vederlo fin da casa mia, lì giù, ai confini con San Giorgio. Una roccaforte gialla che risplende al tramonto, un monumento alla gloria passata e alla miseria contemporanea. L’hotel fu fatto costruire nel 1902 da John Mason Cook, audace imprenditore inglese che ideò e attuò la linea ferroviaria mista che congiungeva Napoli al Vesuvio. Prima ancora, e forse da questo il nome, v’era una locanda addossata alla chiesetta, dove, un discutibile eremita cucinava omelette e offriva Lacryma Christi ai turisti del Grand Tour.
Oggi, attraversare quel cancello arrugginito dà l’idea di entrare in una di quelle case della cinematografia dell’orrore, dove t’aspetti di trovare chiunque e magari con cattive intenzioni e accetta alla mano. In effetti, andando per quegli ambienti spogli, lerci e imbrattati da un incomprensibile vandalismo, si riscontrano un gran numero di lumini da cimitero, la qual cosa ti fa subito pensare a quei riti satanici che tanto piacciono alla televisione e a chi non sa come occupare il tempo e le emozioni. Scherzando col mio compagno di viaggio immaginiamo di veder spuntare da un momento all’altro, dietro un battente sconnesso, il riso sardonico di un allucinato Jack Nicholson Vesuviano; ai piani alti però, illuminati da un sole tutt’altro che orrido, sembriamo invece immetterci in uno di quei vetusti saloni da ballo cubani, dal coloniale ricordo di antichi splendori.
La violenza di chi non può mitigare altrimenti le sue frustrazioni ha purtroppo fatto a tiro a segno con le finestre, ha scardinato porte, bruciato suppellettili, divelto piastrelle ma la struttura mantiene ancora la sua vetusta dignità, collocata su un panorama unico e affascinante. Mi raccontano che prima della sua chiusura, l’hotel era punto d’incontro di coppie d’amore clandestino o ancor più, mercenario. Eppure oggi svetta lì, sulla collina del Salvatore, con un suo Cristo di gesso ad ammonire severamente il malcostume locale.
Il suo ultimo proprietario sembra sia stato un commendator Mario Paudice, che ha detta di Mario De Gregorio, “il re del Vesuvio”, rifiutò di vendere il complesso ad acquirenti della risma di un Berlusconi, consegnando all’oblio e a ragazzotti in cerca di esoteriche emozioni, quell’antico e nobile edificio. Le ultime notizie ci riportano allo scorso agosto, data in cui si è annunciata la possibile trasformazione del luogo in “un ostello per i giovani e, paritempo, anche sede di ritiri spirituali nazionali e internazionali”.
È certo questo un bene, dargli nuova vita e dignità, in luogo che di sicuro ne merita altrettanta ma sarà realmente vivibile e frequentabile in mezzo a tutti quei ripetitori e trasformatori che lo circondano?
Le foto e i testi sono di Ciro Teodonno, nell'eventuale uso, si prega di menzionare l'autore





