lunedì 16 novembre 2009
martedì 3 novembre 2009
luce
«Torno ai lavatoi, porto i panni nella cesta, nel buio delle scale qualcuno spia il passaggio. Li sento pure nello scuro gli occhi degli altri, perché quando guardano toccano, fanno un poco di corrente d’aria che passa sotto la porta. Mi viene il pensiero che è Maria. Il palazzo è vecchio, per le scale di sera passano gli spiriti. Senza il corpo hanno nostalgia solo delle mani e si buttano addosso alle persone solo per desiderio di toccare. Con tutta la rincorsa che ci mettono a me arriva uno sfioramento. Ora che è estate si strusciano in faccia, mi asciugano il sudore. Nei palazzi vecchi gli spiriti si trovano bene. Quando qualcuno però dice che li ha visti è bugia, gli spiriti si possono solo toccare, quando vogliono loro.»
Erri De Luca da Montedidio
Eroi per casa
“Eroe: Chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità, fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti” dallo Zingarelli 2004, pag. 643
A freddo, lontano dal clamore e l’emotività di certi momenti dove a muoversi è più il cuore che la ragione, vorrei soffermarmi su un qualcosa che ha attanagliato non poco la mia coscienza, di uomo e di cittadino. Ho cercato di analizzare bene il mio pensiero, ripulendolo da ogni preconcetto. Ho spronato la mia voglia di capire il significato degli eventi, provando, qualora fosse possibile, a immedesimarmi anche in chi aveva perso i propri cari in maniera tanto barbara e cruenta. Ma in tutta sincerità non riesco ancora ad comprendere la retorica prodotta in occasione della morte dei soldati italiani delle nostre missioni all’estero.
Mi rendo conto che in uno stato, di qualsiasi tipologia socio-politica si tratti, ci sia il bisogno di punti di riferimento ben saldi, che nel migliore dei casi ne consolidano l’unità nazionale. Quindi sopratutto quando si verificano eventi tanto luttuosi come gli attacchi da parte di mafia e terrorismo o come quelli accaduti nei recenti eventi parabellici in oriente, è opportuno schierarsi in maniera compatta per far fronte alla complessa situazione. Rimango però perplesso allorquando lo stesso stato non sembra riuscire ad affrontare altre emergenze pur rilevanti come quella delle morti sul lavoro, che, contrariamente a talebani e soci, che in Italia non c’hanno mai messo piede, risultano offrire un necrologio di tipo bellico e inesorabilmente quotidiano. Tale accostamento, ventilato in sordina, lo scorso settembre, nei giorni dell’enfasi patriottica, paragonava la triste sorte dei giovani meridionali morti a Kabul con quella dei conterranei periti qui da noi, sul loro posto di lavoro.
Credo sia opportuno evidenziare due aspetti fondamentali della questione, il primo è quello legato al fatto che se i soldati italiani si trovano su quei fronti lo è stato perché qualcuno ve li ha mandati, e quel qualcuno (entità in vero alquanto trasversale) deve giustificarne la presenza, così come la loro morte in quelle destinazioni sperdute, così lontane dalla nostra cultura e dalla nostra quotidianità. Si noti inoltre che l’esercito italiano in giro per il mondo, ufficialmente per motivi di salvaguardia della pace (definita asetticamente e ipocritamente peacekeeping), non è appunto lì per proteggere il territorio italiano. Si combatte e si uccide non in nome del Popolo Italiano e della Costituzione che ci rappresenta e tutela, ma in virtù di accordi internazionali, che sembrerebbero imporre al nostro paese la presenza in quei luoghi tanto distanti da noi e forse dai nostri interessi. È opinabile quindi che l’apoteosi patriottica dello scorso settembre servisse a coprire, con la spessa coltre dell’emotività, l’anomalia tutta italiana delle cosiddette missioni di pace, che pace non portano, né agli altri né a noi.
Il secondo aspetto è quello della ragione per la quale questi ragazzi, in buona parte del sud, decidono d’arruolarsi nell’esercito e volontariamente decidono di partire per missioni tanto rischiose e inutili.
Il mestiere del soldato è da sempre vincolato al pericolo e quindi chi s’arruola, teoricamente, sa a cosa va incontro, ma è anche vero che il benessere del dopoguerra, salvo che in sporadiche occasioni, ci aveva abituati ad un esercito più dispensatore di posti di lavoro che effettivamente operativo sul campo. I ragazzacci di buona famiglia venivano mandati a completare i loro barcollanti studi sotto le armi e lì se ne forgiava il carattere ribelle e gli si garantiva una tranquilla carriera dallo stipendio sicuro e dagli scarsi rischi. Strada simile seguivano le classi meno abbienti ambendo al posto fisso nell’esercito o nell’Arma, ingrossandone le fila in cambio del salario e dell’elevazione sociale.
Il mutato scacchiere internazionale ha però voluto che anche l’Italia versasse il suo contributo di vite umane alla causa dell’ordine mondiale o di chissà quale altra ragione occulta. Va comunque notato che chi va volontariamente in missione (ma non sarebbero da escludere comunque eventuali pressioni interne, in un mondo che, si ricordi, solo da poco ha fatto i conti col suo “nonnismo” e con altre simili aberrazioni) lo fa anche per le indennità di rischio che rimpinguano il salario non propriamente florido del soldato (in genere le indennità ammontano al doppio dello stipendio normale, raggiungendo un compenso di circa 5.000 € mensili. Si veda comunque a tal riguardo la Legge 13 marzo 2008, n. 45 art. 4), fermo restando, che nessuno stipendio gratificherebbe il rischio tanto grande di ammazzare e farsi ammazzare. Infatti le fumose “regole d’ingaggio” che fino a qualche mese fa c’imponevano a limitarci ad azioni di legittima difesa ora sembra che siano cambiate o che si sia sul punto di farlo, sta di fatto che i nostri soldati sono stati più volte impegnati in vere e proprie battaglie negli ultimi tempi. Quindi l’immagine delle scuole e degli ospedali che pur fanno parte dell’operato italiano, dovranno fare i conti con le vittime, anche civili, degli scontri che si sono susseguiti quest’estate in Afghanistan, tra le nostre truppe e quelle dei talebani.
Mi rendo conto che questa mia opinione susciterà non poche critiche, tale è il dogma dell’intangibilità delle forze armate (mi son sempre chiesto perché davanti a tanta apologia per chi perde la vita in servizio, non corrisponda un inversamente proporzionale trattamento per chi infanga invece la divisa che altri portano con onore), mi chiedo comunque perché non meritino altrettanta celebrazione e ufficialità le vittime del lavoro.
Il lavoro che, in un modo o nell’altro, fa grande questo paese e visto anche che la nostra è una Repubblica fondata ancora su questo sacrosanto principio e non sulla ripudiata guerra.
Perché questo non è accaduto come invece è stato fatto col presentatore televisivo Mike Bongiorno, forse perché, contrariamente al re del quiz e alle missioni militari, il lavoro è un qualcosa di fisiologico per un paese e che quindi anche le vittime, tragico a dirsi, lo divengono automaticamente. Mentre, le bare col tricolore che rientrano in patria in diretta televisiva, risultano molto più cospicue nell’economia spicciola della propaganda, dei governi attuali e di quelli passati.
Ma un esecutivo che si rispetti, che non si nasconde dietro parole stantie come patria, onore e gloria, ingaggia battaglie ben più dure e realistiche di quelle che, lontanamente mediatiche, si svolgono ai quattro capi del mondo, affronta strategie in grado di risolvere i veri grandi problemi del Paese e non quelli della provincialistica visione del ruolo dell’Italia nel mondo.
Si risolvono prima i problemi a casa e poi s’affronta tutto il resto.
L’Italia dei primi del novecento vantava le sue prime colonie, e intanto, mentre Roma coltivava assurdi sogni di gloria, i suoi figli emigravano nelle Americhe perché a casa morivano di fame. Oggi allo stesso modo mentre disoccupazione e delinquenza organizzata spopolano lungo la Penisola, qualcun altro sogna un ruolo di prestigio internazionale per l’ennesima vittoria monca, per una nuova Versailles da ascrivere al novero della nazione.
Si resta comunque sconcertati davanti allo spot, dal sapore tutto hollywoodiano, allestito per la festa delle forze armate del 4 novembre. Meraviglia l’edulcorata immagine che s’offre al Paese, in aperto contrasto con la raccapricciante realtà di un fronte tanto lontano quanto inutile, almeno per noi persone comuni.
Noi persone comuni che però abbiamo bisogno di eroi, di santi, martiri e geni, per poter credere che esista un mondo migliore di quello in cui viviamo, e che esista qualcuno migliore anche di noi, capace di elevarsi dalle meschinità quotidiane e che, magari, allo stesso tempo, giustifichi anche le nostre di miserie, che rappresenti l’archetipo di ciò che bisognerebbe essere e che mai saremo e che quindi è giusto non emulare perché troppo lontano dalla realtà.
lunedì 26 ottobre 2009
martedì 20 ottobre 2009
lunedì 12 ottobre 2009
mercoledì 7 ottobre 2009
Burqa e dintorni
“Si vede che era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica; il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune” Alessandro Manzoni, I promessi sposi capitolo XXXII
La lega non è nient’altro che la cartina tornasole del nostro paese, il partito del carroccio non fa che mettere apertamente in evidenza tutto quello che molti altri, a destra come a sinistra, e perché no, anche al centro, sottacciono o fanno finta di non vedere.
L’esplicita tendenza da parte di quel di Pontida a sconvolgere le regole scritte e le norme consolidate di questo nostro assopito paese, va, se non condiviso riconosciuto come sincero atto di realtà politica.
I due opposti schieramenti infatti ci hanno abituato da tempo a rimedi pro forma e dalla limitata durata cronologica, o addirittura legati alle forti emozioni del momento, come è accaduto per i provvedimenti in materia di codice della strada o relativi all’ecologia.
Allo stesso tempo, troppo legati all’immanente presenza della chiesa e dei suoi dettami, non riescono a porre in essere tutto quello che realmente avrebbero voluto realizzare dei loro programmi elettorali, ammesso che li si volesse realmente attuare e non soltanto sventolarne il vessillo.
La lega invece sembra tastare bene un terreno che oltre all’esserle congeniale e farlo suo, sembra proprio appartenergli visceralmente. Insomma la lega è il popolo, almeno per larghe righe quello che il popolo è, crede e teme.
Per questo, quelle che sembrano delle semplici sparate alla Bossi, non sono altro che il riflesso di una diffusa opinione pubblica, espressione di quel senso comune di manzoniana memoria che spesso e volentieri si sostituisce all’ormai non più ovvio buon senso, che tanto ci aveva, a torto o ragione, contraddistinto nel mondo. Probabilmente è anche legato a questo il suo grande successo elettorale e quindi non solo ascrivibile agli improbabili moti irredentisti o alle sue celtiche aspirazioni.
Da questo si giunge all’ultima trovata leghista, quella di una proposta di legge contro il burka (non ci è dato comprendere al momento se il termine in questione sia genericamente rivolto a tutti i tipi di velo o allo specifico indumento integrale). Cavalcando così il senso d’incomprensione generale scaturito anche dalla contrapposizione culturale, e prendendo spunto da una legge già esistente, la Reale del 22 maggio 1975 in materia di “tutela dell'ordine pubblico e identificabilità delle persone” (che regola l'uso del casco e di altri elementi potenzialmente atti a non rendere riconoscibili i cittadini e tra l’altro sottoposta ad una consultazione referendaria nel 1978 con esito negativo), si infonde quest’ennesima paura da nuovo millennio.
Lo scontato e reiterato diniego al razzismo da parte degli interessati incomincia a essere, ora più che mai, oltre che ipocrita, irritante, visto che se è giusto che la gente protegga la sua salute con un casco è da ritenere altrettanto giusto che chi ritenga, in piena libertà, d’andare in giro in burka possa farlo tranquillamente, rispettando il suo credo religioso. Altrimenti che dire degli occhialoni a moscone tanto di moda oggi, le folte barbe incolte e le fluenti chiome davanti agli occhi, li mandiamo tutti in prigione perché non riconoscibili?
È evidente dunque, che ancora una volta la lega ha scoperchiato una realtà nascosta e assai dura da metterne in evidenza, l’Italia non è più quell’ospitale paese pronto ad accogliere e tollerare tutto e tutti. Il nostro chiuderci in noi stessi oppressi dalle nostre tante paure e difesi dalle nostre esigue e inconsistenti difese mediatiche, mal tolleriamo la presenza di quelle misteriose macchie scure che s’aggirano tra i nostri mercatini rionali o che incontriamo alle fermate dei bus. Automaticamente, loro, assieme a rom e cinesi divengono il catalizzatore di tutte le nostre paure, perché sconosciute. ma attaccarli non sarà la soluzione alle nostre angosce.
Infine, in piena alleanza d’intenti c’è ancora chi, soprattutto a sinistra, sostiene che il tradizionale indumento sia denigrante per le donne che lo vestono, un simbolo estremo di sottomissione all’imposizione maschile.
Vero! E sentiamo, fuorviando qualsiasi dubbio, la necessità di ribadirlo, e sperare che nessun credo debba, per essere praticato, mortificare il corpo e l’anima del suo seguace, ma allo stesso tempo rimane fondamentale la libertà di scelta del singolo individuo.
Sembra quasi il biblico discorso della trave e la pagliuzza, che dire allora della situazione delle nostre donne che altrettanto “liberamente” mortificano i loro corpi e le loro menti per accedere a quel che normalmente le spetterebbe?
Donne, che per realizzare le proprie aspirazioni devono dare in cambio il proprio corpo, o subire molestie insostenibili per chiunque, e questo solo perché femmine.
Perché non fare allora una legge contro la chirurgia plastica a nostro avviso ancora più estrema di un pur mutabile burka.
Un provocazione, in vero, ma allora dov’è finita la libertà personale, di vestire o svestire liberamente il proprio corpo, seguire liberamente la propria religione, vivere a proprio piacimento il proprio corpo?
La foto è di James Nachtwey fotografata su National Geographic Italia - ottobre 2009
La lega non è nient’altro che la cartina tornasole del nostro paese, il partito del carroccio non fa che mettere apertamente in evidenza tutto quello che molti altri, a destra come a sinistra, e perché no, anche al centro, sottacciono o fanno finta di non vedere.
L’esplicita tendenza da parte di quel di Pontida a sconvolgere le regole scritte e le norme consolidate di questo nostro assopito paese, va, se non condiviso riconosciuto come sincero atto di realtà politica.
I due opposti schieramenti infatti ci hanno abituato da tempo a rimedi pro forma e dalla limitata durata cronologica, o addirittura legati alle forti emozioni del momento, come è accaduto per i provvedimenti in materia di codice della strada o relativi all’ecologia.
Allo stesso tempo, troppo legati all’immanente presenza della chiesa e dei suoi dettami, non riescono a porre in essere tutto quello che realmente avrebbero voluto realizzare dei loro programmi elettorali, ammesso che li si volesse realmente attuare e non soltanto sventolarne il vessillo.
La lega invece sembra tastare bene un terreno che oltre all’esserle congeniale e farlo suo, sembra proprio appartenergli visceralmente. Insomma la lega è il popolo, almeno per larghe righe quello che il popolo è, crede e teme.
Per questo, quelle che sembrano delle semplici sparate alla Bossi, non sono altro che il riflesso di una diffusa opinione pubblica, espressione di quel senso comune di manzoniana memoria che spesso e volentieri si sostituisce all’ormai non più ovvio buon senso, che tanto ci aveva, a torto o ragione, contraddistinto nel mondo. Probabilmente è anche legato a questo il suo grande successo elettorale e quindi non solo ascrivibile agli improbabili moti irredentisti o alle sue celtiche aspirazioni.
Da questo si giunge all’ultima trovata leghista, quella di una proposta di legge contro il burka (non ci è dato comprendere al momento se il termine in questione sia genericamente rivolto a tutti i tipi di velo o allo specifico indumento integrale). Cavalcando così il senso d’incomprensione generale scaturito anche dalla contrapposizione culturale, e prendendo spunto da una legge già esistente, la Reale del 22 maggio 1975 in materia di “tutela dell'ordine pubblico e identificabilità delle persone” (che regola l'uso del casco e di altri elementi potenzialmente atti a non rendere riconoscibili i cittadini e tra l’altro sottoposta ad una consultazione referendaria nel 1978 con esito negativo), si infonde quest’ennesima paura da nuovo millennio.
Lo scontato e reiterato diniego al razzismo da parte degli interessati incomincia a essere, ora più che mai, oltre che ipocrita, irritante, visto che se è giusto che la gente protegga la sua salute con un casco è da ritenere altrettanto giusto che chi ritenga, in piena libertà, d’andare in giro in burka possa farlo tranquillamente, rispettando il suo credo religioso. Altrimenti che dire degli occhialoni a moscone tanto di moda oggi, le folte barbe incolte e le fluenti chiome davanti agli occhi, li mandiamo tutti in prigione perché non riconoscibili?
È evidente dunque, che ancora una volta la lega ha scoperchiato una realtà nascosta e assai dura da metterne in evidenza, l’Italia non è più quell’ospitale paese pronto ad accogliere e tollerare tutto e tutti. Il nostro chiuderci in noi stessi oppressi dalle nostre tante paure e difesi dalle nostre esigue e inconsistenti difese mediatiche, mal tolleriamo la presenza di quelle misteriose macchie scure che s’aggirano tra i nostri mercatini rionali o che incontriamo alle fermate dei bus. Automaticamente, loro, assieme a rom e cinesi divengono il catalizzatore di tutte le nostre paure, perché sconosciute. ma attaccarli non sarà la soluzione alle nostre angosce.
Infine, in piena alleanza d’intenti c’è ancora chi, soprattutto a sinistra, sostiene che il tradizionale indumento sia denigrante per le donne che lo vestono, un simbolo estremo di sottomissione all’imposizione maschile.
Vero! E sentiamo, fuorviando qualsiasi dubbio, la necessità di ribadirlo, e sperare che nessun credo debba, per essere praticato, mortificare il corpo e l’anima del suo seguace, ma allo stesso tempo rimane fondamentale la libertà di scelta del singolo individuo.
Sembra quasi il biblico discorso della trave e la pagliuzza, che dire allora della situazione delle nostre donne che altrettanto “liberamente” mortificano i loro corpi e le loro menti per accedere a quel che normalmente le spetterebbe?
Donne, che per realizzare le proprie aspirazioni devono dare in cambio il proprio corpo, o subire molestie insostenibili per chiunque, e questo solo perché femmine.
Perché non fare allora una legge contro la chirurgia plastica a nostro avviso ancora più estrema di un pur mutabile burka.
Un provocazione, in vero, ma allora dov’è finita la libertà personale, di vestire o svestire liberamente il proprio corpo, seguire liberamente la propria religione, vivere a proprio piacimento il proprio corpo?
La foto è di James Nachtwey fotografata su National Geographic Italia - ottobre 2009
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