Premetto che sono un semplice docente, non voglio e non farò mai il dirigente scolastico; non sono un collaboratore del preside e nemmeno una Funzione Strumentale, non faccio il sindacalista ma faccio solo il coordinatore di classe del mestiere più bello e difficile del mondo (per chi obiettasse: no! Quello del genitore non è un mestiere!)
Questa premessa è necessaria per fugare dubbi e pregiudizi
di fronte a ciò che scriverò di seguito.
Esiste un contesto in questo paese dove confluiscono tutti i
luoghi comuni degli italiani. Questo luogo è la scuola. Ciò accade forse perché
quest’istituzione, attraverso la quale tutti passano, non produce valori
tangibili nel breve periodo. Forse perché, in questo paese, vali per quel che
guadagni e non per quel che sei o per quel che fai, e questo a prescindere se
il tuo reddito sia frutto o meno di azioni illecite. Ad ogni modo, varrà la
pena mettere in chiaro alcune particolarità del contesto scolastico per capire
il perché sia tanto soggetto agli umori dei cittadini e delle istituzioni.
La scuola non è una
missione, perché è un lavoro, se non ne avessi bisogno, me ne starei
comodamente a casa o a fare altro, ma come ogni lavoro ben fatto, svolto con
passione e dedizione, acquisisce un valore aggiunto che va oltre la mera
remunerazione economica. Temo che la visione romantica dell’assunto, nasconda
talvolta la volontà di mantenere i nostri stipendi a livelli sempre più bassi e
non adeguati all’inflazione e alla media europea.
La scuola non è
rappresentativa a livello sociale e neanche a livello istituzionale poiché
è la stessa classe degli insegnanti che ha scelto di non esserlo. Infatti,
salvo pochi Don Chisciotte, il comparto scuola è costituito, nella quasi
totalità, da persone che scelgono il posto fisso e non il mestiere di docente.
Si sceglie la comodità di un’entrata sicura, anche se tra le più basse
d’Europa, in cambio di un orario e di un calendario flessibile.
In primis, in un contesto prevalentemente femminile, e in
una società ancora incentrata sul ruolo della donna madre e sposa, avere tra le
18 e le 24 ore settimanali di lavoro conviene, alla docente e a tutta la
famiglia. Questo non è un ragionamento cinicamente sessista ma è uno sguardo su
di una realtà spuria di ogni ideologia. Allo stesso modo, di conseguenza,
questo tipo di lavoro, agevola chi, tra i maschietti, svolge una seconda attività,
spesso in nero. Costoro portano a casa lo stipendio statale e “arrotondano” con
lo studio intestato a qualcun altro e così via, con buona pace della legalità e
delle belle parole portate sterilmente avanti nelle aule scolastiche. Tanto
siamo in Italia e la parola migliore è quella che sanno tutti ma che non si
dice.
Ecco perché, quando il popolo degli insegnanti viene
chiamato per dare la sua voce, per far valere i suoi diritti, magari con uno
sciopero o un blocco di una qualche attività, nessuno vi partecipa poiché,
tutto sommato, lo stato delle cose conviene, in linea di massima a tutti e,
pertanto, presso gli organi collegiali, si vede passare ogni cosa, tra il
silenzio e la stanchezza di chi si accontenta e gode. Ci si lamenta però nei
corridoi del mancato o degno adeguamento del proprio stipendio, ma poi non si
fa nulla o quasi per ribadirlo, ci si lamenta del sovraccarico di lavoro ma poi
ci si mostra proni davanti all’autorità dei presidi, col timore di perdere, per
ritorsione, il proprio status, manco fosse una prebenda e non un diritto
acquisito. Ma potremmo evidenziare anche il mancato diritto ad avere edifici
scolastici più degni e più sicuri, dove la sicurezza sul lavoro e degli stessi
studenti è un qualcosa che vige solo sulla carta; a un diritto alla disconnessione
che non esiste per niente, a causa dei social che entrano a qualsiasi ora del
giorno e della notte nelle nostre vite, anche per quel che riguarda il lavoro,
e non certo per le emergenze ma principalmente per quel che riguarda l’ordinarietà
lavorativa e di un malcostume diffuso che viene reso lecito dagli stessi
dirigenti.
La scuola non è un
baby-sitting, ma le istituzioni si sono ormai prostrate davanti alle
istanze sempre più pressanti delle famiglie, trasformando le classi in un
luoghi di custodia e svago per i figli, in particolar modo per quel che
concerne la Primaria. Mi rendo conto che ormai nelle famiglie italiane ci sono
sempre più donne che lavorano (e ciò, di per sé è un bene) e che non possono
più occuparsi a tempo pieno dei propri figli quando questi sono a casa, ma
l’equivoco sta nel fatto che la scuola è un’agenzia educativa e non un luogo
dove parcheggiare i bambini, e questo dovrebbero capirlo innanzitutto le
istituzioni, quelle che invece hanno fatto la cosa più facile di questo mondo,
hanno deciso di delegare il tutto alla scuola, un’istituzione che, tutto
sommato, già c’è, senza per questo pensare ad altre possibili e migliori
soluzioni. Non si è quindi progettato nulla di nuovo e si è preferito puntare
tutto sulla scuola e a costo zero, come se questa fosse uno sgabuzzino dove
stipare tutte le problematiche italiane e per poterle risolvere a suon di
carte.
La scuola non può
risolvere tutto! Nel caso, ad esempio, della violenza di genere, secondo i
più, il baluardo lo deve apporre la scuola, e come deve farlo? Con le armi
spuntate di sempre, con l’aggravante di un’autorevolezza e un’autorità del
corpo docente ai minimi storici e con mezzi d’azione assai limitati. La
famiglia invece cambia ed è incapace di reagire a tali cambiamenti. I ruoli
genitoriali degradano sempre più verso un relativismo nel quale non si capisce
più chi è padre e chi è figlio, dove una delle figure genitoriali è assente e
l’altra pure, dove la sessualità è ancora un tabù ed è ormai demandata ad
un’ars amandi telematica, e là dove i sentimenti diventano istinti. Davanti a
tutto questo, il mondo dell’istruzione cosa potrebbe fare? In un contesto
sociale che predica bene e razzola male, immerso in messaggi ambigui che espongono
il corpo femminile come merce di scambio e reitera una mascolinità prevaricante
e malata, cosa potrebbe fare la scuola più di quello che già fa o che prova a
fare da sempre?
Ho più volte sostenuto che la società sia un grande
macchina, i cui ingranaggi, se ben oliati, la fanno ben funzionare. La scuola è
uno di questi che, se girano bene, fanno funzionare il tutto ma, se il tutto
non va avanti, non va avanti nulla, tanto meno la scuola.
Si è infine preferito, da un po’ tutte le parti, di cavalcare
opportunisticamente i tanti e autoassolutori luoghi comuni, diffusi a macchia
d’olio dal mondo dell’informazione, notoriamente supino ai dettami politici, e
al vincere facile del clickbait sui
social, seguendo la logica della mezza verità e della bugia ripetuta cento
volte, quella che diventa alla fine una verità incontrovertibile, ovvero quella
della pausa estiva più lunga d’Europa (e a questo punto, perché non del mondo intero e
della galassia?), e quella dei tre mesi di vacanza all’anno.
Davanti a tutto ciò, noi, come insegnanti, cosa facciamo?
Praticamente niente, parliamo al vento davanti a un caffè e demandiamo ad altri
ciò che potremmo, e dovremmo fare noi.
