sabato 24 ottobre 2026

Il luogo più comune

 

Premetto che sono un semplice docente, non voglio e non farò mai il dirigente scolastico; non sono un collaboratore del preside e nemmeno una Funzione Strumentale, non faccio il sindacalista ma faccio solo il coordinatore di classe del mestiere più bello e difficile del mondo (per chi obiettasse: no! Quello del genitore non è un mestiere!)

Questa premessa è necessaria per fugare dubbi e pregiudizi di fronte a ciò che scriverò di seguito.

Esiste un contesto in questo paese dove confluiscono tutti i luoghi comuni degli italiani. Questo luogo è la scuola. Ciò accade forse perché quest’istituzione, attraverso la quale tutti passano, non produce valori tangibili nel breve periodo. Forse perché, in questo paese, vali per quel che guadagni e non per quel che sei o per quel che fai, e questo a prescindere se il tuo reddito sia frutto o meno di azioni illecite. Ad ogni modo, varrà la pena mettere in chiaro alcune particolarità del contesto scolastico per capire il perché sia tanto soggetto agli umori dei cittadini e delle istituzioni.

La scuola non è una missione, perché è un lavoro, se non ne avessi bisogno, me ne starei comodamente a casa o a fare altro, ma come ogni lavoro ben fatto, svolto con passione e dedizione, acquisisce un valore aggiunto che va oltre la mera remunerazione economica. Temo che la visione romantica dell’assunto, nasconda talvolta la volontà di mantenere i nostri stipendi a livelli sempre più bassi e non adeguati all’inflazione e alla media europea.

La scuola non è rappresentativa a livello sociale e neanche a livello istituzionale poiché è la stessa classe degli insegnanti che ha scelto di non esserlo. Infatti, salvo pochi Don Chisciotte, il comparto scuola è costituito, nella quasi totalità, da persone che scelgono il posto fisso e non il mestiere di docente. Si sceglie la comodità di un’entrata sicura, anche se tra le più basse d’Europa, in cambio di un orario e di un calendario flessibile.

In primis, in un contesto prevalentemente femminile, e in una società ancora incentrata sul ruolo della donna madre e sposa, avere tra le 18 e le 24 ore settimanali di lavoro conviene, alla docente e a tutta la famiglia. Questo non è un ragionamento cinicamente sessista ma è uno sguardo su di una realtà spuria di ogni ideologia. Allo stesso modo, di conseguenza, questo tipo di lavoro, agevola chi, tra i maschietti, svolge una seconda attività, spesso in nero. Costoro portano a casa lo stipendio statale e “arrotondano” con lo studio intestato a qualcun altro e così via, con buona pace della legalità e delle belle parole portate sterilmente avanti nelle aule scolastiche. Tanto siamo in Italia e la parola migliore è quella che sanno tutti ma che non si dice.

Ecco perché, quando il popolo degli insegnanti viene chiamato per dare la sua voce, per far valere i suoi diritti, magari con uno sciopero o un blocco di una qualche attività, nessuno vi partecipa poiché, tutto sommato, lo stato delle cose conviene, in linea di massima a tutti e, pertanto, presso gli organi collegiali, si vede passare ogni cosa, tra il silenzio e la stanchezza di chi si accontenta e gode. Ci si lamenta però nei corridoi del mancato o degno adeguamento del proprio stipendio, ma poi non si fa nulla o quasi per ribadirlo, ci si lamenta del sovraccarico di lavoro ma poi ci si mostra proni davanti all’autorità dei presidi, col timore di perdere, per ritorsione, il proprio status, manco fosse una prebenda e non un diritto acquisito. Ma potremmo evidenziare anche il mancato diritto ad avere edifici scolastici più degni e più sicuri, dove la sicurezza sul lavoro e degli stessi studenti è un qualcosa che vige solo sulla carta; a un diritto alla disconnessione che non esiste per niente, a causa dei social che entrano a qualsiasi ora del giorno e della notte nelle nostre vite, anche per quel che riguarda il lavoro, e non certo per le emergenze ma principalmente per quel che riguarda l’ordinarietà lavorativa e di un malcostume diffuso che viene reso lecito dagli stessi dirigenti.

La scuola non è un baby-sitting, ma le istituzioni si sono ormai prostrate davanti alle istanze sempre più pressanti delle famiglie, trasformando le classi in un luoghi di custodia e svago per i figli, in particolar modo per quel che concerne la Primaria. Mi rendo conto che ormai nelle famiglie italiane ci sono sempre più donne che lavorano (e ciò, di per sé è un bene) e che non possono più occuparsi a tempo pieno dei propri figli quando questi sono a casa, ma l’equivoco sta nel fatto che la scuola è un’agenzia educativa e non un luogo dove parcheggiare i bambini, e questo dovrebbero capirlo innanzitutto le istituzioni, quelle che invece hanno fatto la cosa più facile di questo mondo, hanno deciso di delegare il tutto alla scuola, un’istituzione che, tutto sommato, già c’è, senza per questo pensare ad altre possibili e migliori soluzioni. Non si è quindi progettato nulla di nuovo e si è preferito puntare tutto sulla scuola e a costo zero, come se questa fosse uno sgabuzzino dove stipare tutte le problematiche italiane e per poterle risolvere a suon di carte.

La scuola non può risolvere tutto! Nel caso, ad esempio, della violenza di genere, secondo i più, il baluardo lo deve apporre la scuola, e come deve farlo? Con le armi spuntate di sempre, con l’aggravante di un’autorevolezza e un’autorità del corpo docente ai minimi storici e con mezzi d’azione assai limitati. La famiglia invece cambia ed è incapace di reagire a tali cambiamenti. I ruoli genitoriali degradano sempre più verso un relativismo nel quale non si capisce più chi è padre e chi è figlio, dove una delle figure genitoriali è assente e l’altra pure, dove la sessualità è ancora un tabù ed è ormai demandata ad un’ars amandi telematica, e là dove i sentimenti diventano istinti. Davanti a tutto questo, il mondo dell’istruzione cosa potrebbe fare? In un contesto sociale che predica bene e razzola male, immerso in messaggi ambigui che espongono il corpo femminile come merce di scambio e reitera una mascolinità prevaricante e malata, cosa potrebbe fare la scuola più di quello che già fa o che prova a fare da sempre?

Ho più volte sostenuto che la società sia un grande macchina, i cui ingranaggi, se ben oliati, la fanno ben funzionare. La scuola è uno di questi che, se girano bene, fanno funzionare il tutto ma, se il tutto non va avanti, non va avanti nulla, tanto meno la scuola.

Si è infine preferito, da un po’ tutte le parti, di cavalcare opportunisticamente i tanti e autoassolutori luoghi comuni, diffusi a macchia d’olio dal mondo dell’informazione, notoriamente supino ai dettami politici, e al vincere facile del clickbait sui social, seguendo la logica della mezza verità e della bugia ripetuta cento volte, quella che diventa alla fine una verità incontrovertibile, ovvero quella della pausa estiva più lunga d’Europa (e a questo punto, perché non del mondo intero e della galassia?), e quella dei tre mesi di vacanza all’anno.

Davanti a tutto ciò, noi, come insegnanti, cosa facciamo? Praticamente niente, parliamo al vento davanti a un caffè e demandiamo ad altri ciò che potremmo, e dovremmo fare noi.

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