Per molti di noi la scuola non si chiude agli inizi di giugno ma dura tutto l’anno e forse tutta la vita, perché abbiamo la nostra professione nel sangue.
Non sono ancora andato in ferie, e mancano ancora alcuni
adempimenti scolastici prima di farlo ma, nonostante il caldo tremendo di
quest’estate e le sterili e pilotate polemiche che accompagnano questo periodo
di pausa estiva, già mi mancano i miei studenti. Qualche collega penserà che ‘a capa mia nun è bona ma, la mia
professione, non è né un ripiego né un secondo lavoro sicuro, e neanche una
missione, è la mia prima e unica scelta lavorativa.
Io amo il mio mestiere, è una delle mie passioni e se c’è
qualcosa che mi innervosisce non è il lavoro in aula ma la burocrazia che mi
distoglie da quello che potrei meglio fare con i miei studenti, e tutta una
serie di azioni di governi passati e presenti che rendono il nostro lavoro
sempre più difficile e meno efficace a causa delle loro scartoffie e dei loro
alibi per giustificare riforme di un mondo che conoscono poco o niente; né
loro, né coloro che gliele scrivono, troppo impegnati nel far carriera e poco
propensi, pertanto, nello stare in classe.
Ecco perché, neanche prese le ferie, ho deciso di
partecipare attivamente a un campo
scuola perché avevo il bisogno di stare assieme ai giovani e vivere
un’esperienza didattica diversa, un’esperienza di Protezione Civile, di vita vissuta, di comunione di intenti e di
condivisione delle emozioni.
I ragazzi, se sai aprirti a loro, se sai ascoltarli, possono
darti tanto e non solo con l’abbraccio d’addio a fine campo, ma quando ti
ascoltano con fiducia e rispetto, quando condividono con te le loro paure e i
loro dispiaceri per essere aiutati ad esorcizzarli, ma anche quando ti fanno
incavolare per il loro disordine e per il loro non seguire le poche ma basilari
regole del vivere in comune, perché loro possono sbagliare, anzi devono farlo
per crescere, noi adulti, no!
Che dire quindi, il nostro compito è quello di fare i grandi,
che spesso è un ruolo ingrato ma è quello che ci spetta fare, spesso per
colmare anche l’assenza di atre figure incapaci di ascoltare i ragazzi. L’esperienza
di quest’estate è quella di insegnare loro il rispetto delle regole ma anche
l’amore per la natura che li circonda e che spesso non conoscono. Fornire loro
le basi generali per divenire futuri cittadini consapevoli e di imparare a
collaborare tra loro. Il nostro compito è quello di piantare semi che forse un
giorno fioriranno, così come altri hanno fatto con noi.
Grazie a Primaurora,
l’associazione di Protezione Civile a cui appartengo, ho avuto la possibilità
di misurarmi in questa nuova esperienza e grazie a tutti i ragazzi ho trovato
nuove motivazioni e nuove visioni per affacciarmi ancora una volta sul mondo, e
stavolta attraverso i loro occhi. L’età avanza e le energie di una volta
scarseggiano, seguirli e farmi seguire non è stata cosa facile, le loro distrazioni
sono tante, la pressione sociale pure; i luoghi comuni, l’apatia, la scarsa
dimestichezza di molti verso il contesto naturale sono ostacoli notevoli ma,
sopra ogni cosa, la dipendenza dai loro smartphone
sembra insormontabile. Il telefonino è ormai una nuova coperta di Linus, un
imprescindibile strumento per le relazioni sociali, un appiglio del loro io a
ciò che li circonda, un aggancio ad un mondo che stentano ad affrontare se non
attraverso la rete.
Che posso dirvi, io e gli altri miei compagni d’avventura
c’abbiamo provato a farglielo capire che esiste un mondo oltre gli schermi dei
loro cellulari e, per fortuna, le estemporanee partite di calcio, hanno
arginato la dipendenza mediatica e poi fare una battaglia di gavettoni
nell’arsura di questo torrido luglio 2026 non ha avuto prezzo neanche per me,
ragazzo del ’67.

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