Il 25 aprile ha messo in luce quello che in molti si ostinavano ancora a non volere vedere, soprattutto a sinistra della compagine politica italiana, ovvero la cristallizzazione delle idee progressiste in una serie di dogmi che ad oggi stentano a permanere entro i ranghi del mondo progressista e, aggiungerei, del buon senso.
Sappiamo bene che, quando si arriva al governo della cosa
pubblica e si amministra il paese o una parte di esso, sia la destra che la
sinistra divengono, gioco forza, democristiane, ma la base, la vera forza
motrice della politica, quella diviene sempre più tifo sragionato e sempre meno
entità critica e costruttiva. Questo mi fa paura, poiché le masse acritiche
sono facilmente governabili e, c’è sempre la possibilità che qualcuno le
indirizzi là dove vuole, e spesso, là dove non dovrebbero mai andare. Se poi si
considera che per fare la guerra si è sempre in due, allora il gioco è fatto, o
meglio, la frittata è fatta! Il ventennio fascista e gli anni di piombo avrebbero
per questo dovuto insegnarci qualcosa.
Una volta, la critica maggiore che si faceva alla sinistra
era quella di avere la presunzione della ragione e il predominio della cultura,
se non altro per essere filiazione di una Resistenza e di partiti che in buona
parte hanno steso quel fondamentale documento che è la nostra Costituzione. In
parte quest’onere/onore c’è stato, e in effetti la classe intellettuale
italiana, se non palesemente schierata a sinistra, anche se poggiata su una
scuola pre-gentiliana, non è parsa certo di destra, ma l’impressione è che
questo blasone, i progressisti italiani, sembra che lo abbiano gradualmente
perso, appiattendosi sotto simboli e nomi, eroi e nemici comuni, perdendo
d’occhio la realtà verso la quale andava l’Italia.
Sembra assurdo che, a più di ottant’anni dalla Liberazione
dal nazifascismo, non si sia fatta ancora la pace con noi stessi, andando a
scovare, da una parte come dall’altra, i famigerati peli nell’uovo e le
pagliuzze negli occhi altrui per portare avanti le proprie tesi, e sempre pur
dimenticando i parecchi scheletri nei nostri armadi.
Se, ad una festa di compleanno, grido: “auguri e figli
maschi!”, in molti mi guarderebbero storto e a ragion veduta, quindi perché
alle celebrazioni del 25 aprile bisogna per forza scendere in piazza con
bandiere che non c’azzeccano nulla con quell’evento? Forse perché ogni occasione
è buona per ribadire la propria posizione politica far propria una festa che
dovrebbe ormai esser condivisa? Certo! Ma è opportuno? Secondo me no!
Scendere in piazza con la bandiera israeliana o con quella
palestinese, con quella ucraina o con quella del Donbass e dell’Iran dello
scià, non c’entra nulla con gli ideali di unificazione e pacificazione rappresentati
dalla festa della Liberazione, perché sono azioni faziose, da un lato lo sono
quelle di una destra (ma anche di una certa sinistra) pro Israele e pro Ucraina,
per ovvie ragioni di opportunismo geopolitico e, talvolta, di vicinanza
culturale; ma, dall’altra parte, perché inneggiare ai palestinesi e al Donbass,
ed anacronisticamente schierarsi in favore di una Russia che Unione Sovietica
più non è?
Molti sosterranno che lo si fa in favore della liberazione
di quei popoli oppressi, ma perché farlo con tanta disparità e senza comunione
d’intenti? Tutto questo, soprattutto se si è coscienti di creare il dissidio,
se non lo scontro; a chi giova? A chi giova se non a chi vuole tutto ciò, a
scapito del sano confronto e della ragione, e in favore di un caos nel quale
poter sguazzare?
Sottolineo che Sono fermamente convinto che Israele abbia e,
stia ancora attuando in Palestina un genocidio in piena regola, e una vera e
propria guerra di invasione. La Russia, allo stesso modo e contro ogni
principio del diritto internazionale e umanitario, sta attuando una guerra di
invasione in Ucraina. Perché quindi la nostra cara sinistra si divide ancora su
queste due questioni? Semplice! Per un principio di numeri e di mera sopravvivenza!
Perché la sinistra, in particolar modo quella radicale (quella dalle quale
provengo) ha ormai perso ogni contatto reale col mondo, soprattutto quello che
avrebbe dovuto essere più prossimo a lei, la sinistra si è talmente
imborghesita da rimanere ancorata al tempo di Stalin e del proletariato, anche
quando il proletariato non esiste più, e pertanto, smarrendo la sua strada
primaria di emancipazione delle masse operaie che ormai tali non sono più. Persegue
i suoi dogmi con i paraocchi, vedendo solo quello che ha o le hanno messo
davanti, e soprattutto quello che è adducibile al suo nemico perenne, gli Stati
Uniti d’America pensando in tal modo di mantenere una sua identità.
D’altro canto, la destra non è che brilli per iniziativa od
originalità, basta vedere quel che hanno fatto fino ad oggi, seguendo pedissequamente
gli ondivaghi umori di un Trump più guerrafondaio che mai e un Netanyahu che
gli fa da cane da presa, lasciando sotto al tappeto, le vecchie problematiche
di sempre, ma soprattutto hanno continuato ad esaltare, anche se in maniera
soffusa e in maniera speculare ai fantasmi della sinistra, il culto del duce e
del ventennio, come panacea di tutti i loro mali, senza per questo considerare che,
così come fanno trasversalmente i neoborbonici, leghisti e nostalgici d’ogni
risma, in quei regimi sarebbero essi stessi stati vittime dell’assolutismo,
privati della libertà d’opinione e d’azione di cui oggi invece godono grazie a
ciò che contestano. Quella democrazia imperfetta che si regge sulla sacrosanta dialettica
delle parti e, mi duole e mi rassicura allo stesso tempo dirlo, grazie ad un
benessere economico comune, quello che, fin quando reggerà, manterrà la pace in
questo paese come altrove in occidente.

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