lunedì 30 marzo 2026

L’elogio della lunghezza

C’era una volta uno che sosteneva che i miei post erano troppo lunghi e me lo scrisse con un commento di dieci righi.

Capita sempre più spesso di essere criticato, non tanto per quel che scrivo, non tanto per la qualità, ma per la quantità di ciò che pubblico e, simili obiezioni, le vedo rivolte anche verso altri che utilizzano il web come luogo di comunicazione; che siano giornalisti, blogger o comuni utenti della rete, il risultato non cambia, si finisce tutti sotto gli strali dell’altrui parsimonia linguistica.

Scrivere è comunicare e, talvolta, farlo non vuol dire solo trasmettere informazioni, pensiero, empatia, ma anche gioire di quest’azione, provare piacere nel creare con la parola. Non fraintendetemi, non pretendo di essere uno scrittore, perché non ho altra velleità se non quella istintiva di diffondere il mio pensiero e far sì che questo si interconnetta con quello altrui, ma permettete che provi un minimo di gioia nel farlo, nel creare concetti con le parole?

Ho però il sospetto che le persone che leggono, soprattutto sui social, cerchino più conferme che interlocuzione, oltre ad avere un tempo di concentrazione pari a quello di un pesce rosso. Credo che la gente, ormai, non ami più leggere, e che non ce la faccia proprio più a reggere un ragionamento che vada oltre al bianco e nero, al caldo e al freddo o al bello e al brutto di un discorso o di un concetto senza sfumature. Penso che non riescano neanche ad apprezzare la logica bellezza di una frase che non sia scontata, forse è anche per questo che il vocabolario, di chi prova a scrivere e a parlare oggi, è sempre più esiguo e pullula di parole miserabilmente usuali.

Quando a parlare è, ad esempio, un politico o chi si accinge a scimmiottarlo, si potrebbe fare a gara ad indovinare le loro parole: contezza, mission, implementazione, volano, stakeholders, etc. Queste sono tra quelle più usate, perché evocano più che descrivere, soprattutto se sono in lingua straniera e dal suono ricercato e accattivante. Io credo invece che le parole siano come le foglie e i fiori di una composizione floreale, le scaglie lucenti di un bellissimo animale che cambiano riflettendo la luce a seconda di come le si guarda, a seconda di come le si legge, non sono loro a dare pienezza al concetto ma la loro articolazione, la loro posizione in una frase, lo arricchiscono e lo rendono immagine, ed è questo difficile gioco a farci divertire quando scriviamo, quello di scegliere la parola giusta, anche quando non ti viene.

Vallo a dire a chi, incapace di leggere un giornale, per non parlare di un libro, ma anche il bugiardino di un farmaco, bolla con saccenza il tuo scrivere perché poco idoneo alle reti sociali. In effetti c’è social e social, ce ne sono alcuni dove a parlare è l’immagine o il video, ma ce ne sono altri che permettono di scrivere molto di più, e se anche questo non bastasse, esistono i link agli articoli o ai blog, ma pare che pure questo sia troppo per lo stanco utente medio, in cerca di onanistiche visioni più che logiche deduzioni.

Per fortuna siamo ancora in un paese libero dove ognuno, così come può criticare l’operato di chi ama leggere e scrivere, e magari pure chi colleziona quegli inutili libri, si potrà anche non farlo, lasciando a noi, miserrimi lettori impenitenti (si spera!) la libertà e il piacere di essere prolissi e perdere minuti, se non ore, sulle pagine, digitali o cartacee di un testo. Noi che non andiamo di fretta e che vogliamo perderci in quel gioco sapiente, e allo stesso tempo semplice, delle parole che, complementare con una giusta e creativa punteggiatura, è il connubio tra l’informare, il comunicare e l’emozionare e perché no, anche dell’emozionarsi. Ma è, sopra ogni cosa, libertà di creare il giusto supporto per i propri concetti.


lunedì 23 marzo 2026

Ancora una volta

 


“Etiamsi omnes ego non”

Ancora una volta mi trovo a scrivere di Angelo Prisco e a perorarne la causa, ancora una volta mi trovo a dover rispondere a chi mi dice: ma tu, che non l’hai mai conosciuto, perché ti ostini ancora a batterti per una causa persa in partenza? Io rispondo, tra le tante ragioni, che se le cause fossero tutte già vinte, sarebbe inutile impegnarsi per farlo, e mi trovo in effetti in contesti ricchi di sfondatori di porte aperte e cavalcatori di tigri, e dove non si abbattono più i muri dell’omertà e non li si prova nemmeno più a scavalcare per vedere cosa ci sia dall’altra parte, tanto meno per pura e semplice curiosità.

La causa di Angelo Prisco, per me, non sarà mai una causa persa, e non lo sarà fin quando esisterà un principio da difendere, fin quando ci sarà la natura da tutelare e un insegnamento da dare o da seguire. Io, soprattutto questi due ultimi fondamenti, li vivo a pieno, come padre ed insegnate, ma anche come chi sa apprendere dal mondo che lo circonda. Io, metto in atto ciò in qui credo, anche a scapito di andarci a rimettere, perché non sono in cerca di visibilità ma di giustizia e perché i soldi vanno e vengono, così come la fortuna è altalenante, ma la dignità, quella che ti contraddistingue dalle istintive bestie, quella non te la da e non te la toglie nessuno, devi guadagnartela e basta, e servirà più a te stesso che agli altri per andare avanti nella vita e per credere in quello che fai, nonostante tutto, nonostante tutti.

Angelo è stato per me un esempio ed io spero di esserlo per gli altri che, migliori di me, porteranno avanti il cammino intrapreso. Angelo è stato tradito dalla sua comunità perché questa, in maniera omertosa, ha coperto le colpe di altri per non mostrare le proprie. Angelo è stato tradito anche da chi oggi si rifiuta di voler vedere in lui un martire della legalità e ne offende ancora la memoria perché il ricordo del suo sacrificio non è remunerativo per chi vive di immagine e di vuoti slogan. Ma Angelo vive, e vivrà ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti finché ne manterremo noi vivo il ricordo.

lunedì 16 marzo 2026

Gli automi

 


Spesso mi sono chiesto, davanti ad un camion che fa manovra, a dei lavori in corso o ad una persona in difficoltà, che senso avesse bussare con tanta veemenza il clacson ed esprimere tanta rabbia per uno sgombero immediato della carreggiata, invece di pazientare ed attendere che i malcapitati svolgessero con tranquillità le loro incombenze. In verità mi chiedo ancora perché lo si faccia, se per frustrazione o per aggressività o per semplice ed autoctona cazzimma.

Se c’è un impedimento al normale fluire del traffico, questo non accede perché il mondo ce l’ha con te, ma perché certe cose accadono, e sono molto più frequenti se vivi in un area densamente popolata come può esserlo il Napoletano quindi, se hai deciso di vivere all’ombra del Vesuvio, fattene una ragione e non strombazzare all’impazzata per sfogare il tuo stato di frustrato e rompere gli attributi a chi già ce l’ha sfracassati per conto suo, anche perché, il tuo tempo non è più prezioso di quello degli altri, fattene una ragione.

La cosa che però più mi dà da pensare è quando le persone, in auto, ma anche a piedi, negli ascensori, negli autobus, in tutti gli altri mezzi pubblici, con o senza telefonino, agiscano meccanicamente come degli automi, o come le mandrie di gnu, quelle che si vedono nei documentari della BBC, che corrono all’impazzata, più per istinto che per ragione; il mondo attorno a loro non sembra esistere, tutti seguono il branco, tutti in gruppo in una sola direzione: l’uscita; il luogo di lavoro; la casa o le fauci dei un coccodrillo.

Tutti compatti come nel film Metropolis di Fritz Lang, come nelle megalopoli giapponesi o statunitensi, e chi se ne frega se c’è chi viene nel senso opposto, chi se ne frega della precedenza, chi se frega del diritto altrui e di tutto il resto, è il numero che conta è quello che comanda, è la massa. L’istinto della massa, quello che ti spinge ad andare avanti perché, nel mucchio selvaggio, non esiste più il libero arbitrio ma su di esso si sovrappone una coscienza di massa che agisce all’unisono, nel pensiero come nell’azione, come in uno stormo di storni, per far fronte al gheppio o allo sparviero ma, se il nemico non c’è, contro chi si difende lo stuolo umano, da se stesso o da cosa?

Gli zombi

 

Non so se v’è già capitato di notarlo, ma la cosa sta diventando sempre più comune. Il fenomeno, degno del migliore dei romanzi distopici, è quello della gente che cammina per strada assorbita completamente dal proprio smartphone, automi completamente distaccati dalla realtà. Ora, già in passato, con le cuffie, c’era, e c’è ancora, chi si aliena dal mondo ma, fin quando nel mondo ci vivi o sei costretto a farlo, soprattutto se non vuoi andare sotto una macchina, devi pur sempre darti una regolata. Questo se non vuoi essere vittima di qualsiasi altro evento che ti piombi addosso senza avvertirlo perché immerso nei casi tuoi. E poi, vuoi mettere che a volte è anche bello sentire il mondo che c’hai attorno?

Mi direte: ma con tutti i pazzi che usano il cellulare in auto e senza il vivavoce, mo il problema è di chi lo usa per strada? Ebbene sì, perché, al netto dell’attenzione di chi sta in auto, sarebbe giusto che anche chi va a piedi ne prestasse, quanto meno per salvaguardare, a torto o a ragione, la propria incolumità. Ma la cosa che più mi preoccupa è che l’imprudente utente telefonico non s’accorge neanche di ciò che fa ed entra in una trance dalla quale, solo il clacson o le invettive del conducente, lo tirano fuori, forse!

La cosa più ironica è però quella che è capitata a me, mentre ero in auto, nel bel mezzo della strada, mi ci trovo una donna che, assorta nel suo dispositivo, si fermava letteralmente al centro della carreggiata; a quel punto, tra lo sbalordito e l’intimorito, proprio come si fa con i sonnambuli, attendo che lei se ne accorga, ma niente! Continua navigare nella rete ma, a un certo punto qualcosa la distrae e si volta verso di me, sgrana gli occhi e, gesticolando, mi da ad intendere, meglio del suo labiale, che io ero di troppo. Tenete presente che non avevo né bussato né emesso parola alcuna nei suoi confronti, in pratica, la colpa era la mia.

Idem con patate, qualche giorno dopo, un tipo parcheggia in doppia fila ed esce dalla sua smart già col telefonino in mano e si piazza anch’egli in mezzo alla strada, io sopraggiungo, lo vedo, prevedo e rallento; lui, ipnotizzato, continua indisturbato attraversando la strada come il corridoio di casa sua mentre va in bagno la mattina. Dopo aver dribblato questo personaggio me ne trovo un altro che, dandomi le spalle, attraversa la strada in simbiosi col suo dispositivo, io rallento, lui si volta, più per caso che per sentore del mio arrivo, e si spaventa. Anche stavolta non avevo scaricato la mia ira funesta sul clacson e non avevo detto nulla, lui invece sbraita e mi manda a quel paese, del resto che stava facendo di strano? Perché lo guardavo strabiliato?. Avrò evidentemente la faccia da fesso ma a volte ho l’impressione che costoro, al sopraggiungere dell’auto, si rendano conto della stupidaggine che stavano commettendo ma, per troppa vergogna, preferiscono prendersela con qualcun altro più che con se stessi, e chi meglio di me, tranquillo e silenzioso automobilista?

Una cosa è certa, il prossimo morto vivente che becco, con buona pace del circondario, lo resuscito io, strombazzandogli dietro il mio quequero segnalatore acustico e, se non bastasse, lo manderò pure a raccogliere margherite, ne guadagneremo entrambi in salute.

domenica 8 marzo 2026

8 marzo 2026

 

“Cosa vuol dir sono una donna ormai ... “

Inutile appellarsi al buon senso e alla ragione, o ancor peggio alla religione, il nostro è un paese misogino, ed hai voglia di parlare di sante, di mamme, di madonne ed eroine; la donna, per una larga fetta degli abitanti di questo paese, rimane tale, ovvero un essere inferiore, un qualcuno, e a questo punto potremmo dire anche, un qualcosa, che deve stare al suo posto, possibilmente il proverbiale focolare, in famiglia, con i figli, a servire gli uomini e il marito.

Quindi perché, secondo costoro, queste dovrebbero fare qualcosa di diverso da quanto sopra indicato? Perché andare in territori pericolosi a fare le giornaliste come ad esempio Cecilia Sala? Che lascino fare ai maschi queste cose! Perché lavorare per le ONG in territori belligeranti come fecero Greta e Vanessa? Perché farsi rapire, arrestare, se non di peggio, quando esistono già gli uomini per affrontare le crisi del pianeta? Per non parlare poi di riscatti e d’altri compromessi che l’agire di queste porrà i nostri politici davanti a situazioni quanto meno imbarazzanti, salvo però l’essere uomini, maschi o marò. Nel migliore dei casi, per le succitate ragazze, ci si troverà davanti ad un paternalismo che lascia trasparire un atteggiamento verso le donne, nei fatti, non tanto distante da quella parte del mondo islamico che additiamo come incivile e retrogrado, ma che di fatto mettiamo in atto quotidianamente nella sfera privata, nelle nostre case e delle nostre menti.

L’impressione forte, ecumenica e trasversale è quella del: “se l’è andata a cercare”. In altre parole, così come una ragazza, secondo purtroppo il senso comune, merita le molestie sessuali se veste abiti succinti o passeggia in orari ritenuti non consoni per una donna in determinati contesti, allora lo stesso varrà per quelle donne che decideranno di fare cose da uomini o che, fino ad oggi, erano appannaggio maschile, grammatica inclusa, con le sue stentate declinazioni ad un femminile prive ancora di valore sociale.

Essere maschi, e questo sembrerà un paradosso in questo contesto, è difficile, al di là degli stereotipi, che pure pesano, il cercare di essere razionali e allo stesso tempo dominare i nostri istinti non è cosa da tutti, ma se bestie non siamo, allora il compromesso con la nostra natura dobbiamo pur trovarlo, e non solo per noi stessi, ma per tutta l’altra metà del cielo che se lo merita e per il mondo intero da cui dipende, perché per loro, le donne di tutti luoghi e di tutti i tempi, non è mai stato facile essere tali, neanche oggi dove tutto pare più facile e scontato. Non lo è perché non riusciamo ancora a gestire ciò che è giusto da ciò che sentiamo, quel che proviamo, l’istinto non è più regolato da una morale, più o meno sana e più o meno condivisa, ma è libero di fare ciò che vuole. Oggi esistono solo le fredde leggi a fare da baluardo ai diritti della persona donna, norme lontane da un atteggiamento sociale che giustifica ancora la mascolinità malata di taluni e l’analfabetismo emozionale di altri, entrambi frutto dei “no” mai espressi e per questo ancor più frustranti quando è una donna a negarsi a te, una che dovrebbe pendere solo dalle tue labbra, non perché l’ami ma perché la possiedi come uomo.

Ecco quindi, nonostante tutto, nonostante una normativa talvolta anche all’avanguardia, nonostante un politicamente corretto che parifica la donna all’uomo, esiste un sostrato culturale spesso, denso, ma neanche tanto profondo, che pensa l’esatto contrario, depersonalizzando la donna, incasellandola, non sempre suo malgrado, in contesti ristretti e delimitati a ciò che tradizione e convenienza comandano; cucina, famiglia e diciamocela tutta, oggetto sessuale; e se la si ama, lo si fa come si ama un cane o un qualsiasi altro animale domestico, e pronti a castigarla nel momento in cui questa trasgredisce le regole e sopprimerla quando non serve più, vedasi femminicidio.

lunedì 23 febbraio 2026

venerdì 20 febbraio 2026

Film luce

 


I notiziari di questi ultimi tempi sembrano immettermi in un film Luce, di quelli che durante il ventennio  decantavano con prosopopea i successi dell’italico ingegno e puntavano il dito contro nemici spesso tanto acerrimi quanto immaginari. Oggi invece, l’enfasi dei risultati olimpici contrasta contro l’improvviso e sospetto aumento dei tentativi di rapimento di bambini, ovviamente da parte di stranieri, i soliti rumeni che fanno tanta assonanza con i rom, così come l’arresto di presunti anarchici che tentano di far deragliare i treni.

Intanto l’odio e la violenza aumentano, in Italia come altrove, grazie a questo nuovo governo della paura, riducendo il paese in fazioni contrapposte che non lasciano spazio al dialogo e dove le rispettive posizioni si radicalizzano sempre più e soprattutto dove le riforme, quelle vere, passano inosservate sotto gli occhi degli italiani distratti. L’unica differenza col passato è che ieri c’era un regime che emanava veline dirette ai giornali e agli altri mezzi di informazione e che dettava i tempi e gli argomenti della cultura imperante e che, a un certo punto, la guerra, c’è stata davvero, e il nemico, a torto o ragione, alla fine è arrivato.

Oggi, la guerra, almeno per noi occidentali è invece meno cruenta ma molto più subdola e la stiamo perdendo con il progressivo smantellamento dei diritti acquisiti, quelli che consideravamo intangibili e, nel mentre, ci distraggono con la creazione di nuovi nemici, interni o esterni che siano, o trasferendola altrove questa guerra, là dove occhio non vede e cuore non duole. Temo inoltre che, stavolta, la vulgata non venga solo dall’interno del nostro paese ma sia imposta da altri, al di fuori di esso, e che i nuovi ministri del terrore non facciano altro che cavalcare quest’onda mista di sdegno e rancore, che inquina le nostre menti, ed esacerba le nostre anime.

Ho la forte impressione, ma è ovviamente più di una sensazione, che tutto ciò si insinui attraverso le reti sociali, grazie alla condivisione di algoritmi ad hoc, foraggiando la logica della condivisione acritica e del solipsismo mediatico. Questa modalità di comunicazione coinvolge direttamente e indirettamente anche la stampa tradizionale, ormai assai dipendente anch’essa dal mondo della rete. C’è una sorta di orwelliano grande fratello che dirige in maniera recondita le nostre scelte, anche quelle più intime, che plagia le coscienze, delineando una visione unica ed autoassolutaria di ciò che si fa, così come accadeva con la banalità del male durante i regimi autocratici, autoritari e assolutisti del nostro tutto sommato recente passato.

lunedì 2 febbraio 2026

L'ordine delle forze

 

Gli ultimi eventi della cronaca italiana e internazionale, afferenti alle forze di polizia, ma soprattutto l’opportunismo politico che ha diviso in fazioni contrapposte l’opinione pubblica, necessitano di un momento di riflessione, quanto meno sul concetto di lavoro.

Io rispetto le forze dell’ordine, così come rispetto chiunque svolga con dedizione il proprio mestiere; e non enfatizzo più del dovuto il loro ruolo perché, se servitori dello stato sono loro, allora lo sono anche tutti gli altri che svolgono, con funzione pubblica o meno, con coerenza ed onestà, il proprio lavoro perché, fattore di non poco conto, di lavoro si tratta, e non di eroismo o volontariato.

Che dire a questo punto degli stessi volontari? Che dire di coloro che, nell’anonimato più assoluto, e con scarsissime tutele, svolgono gratuitamente opere e lavori complementari a quelli delle Forze dell’Ordine e di altri apparati dello stato? Perché non si usa anche per loro la stessa enfasi?

Un poliziotto, un Carabiniere, un Finanziere ma anche il Vigile del Fuoco e così via svolgono un mestiere come altri dove, ad un servizio corrisponde una transazione economica e che, se svolto bene, funge comunque da esempio, monito e tutela per la globalità della società civile, così come accade per molti altri mestieri e pubblici uffici.

L’eroismo, la demagogia e la propaganda lasciamoli al passato perché hanno già fatto fin troppi danni; relegare un gruppo ristretto di pubblici ufficiali in uno spazio privilegiato può essere pericoloso, la storia e l’attualità ce lo insegnano.

#poliziedistato #rispettopertutti #pubbliciufficiali #tuttiilavorisonouguali

(Immagine creata con l'IA)

venerdì 30 gennaio 2026

Ciucci, presuntuosi e connessi

Le famiglie, oggi, pretendono che i loro figli vadano avanti nella loro carriera scolastica grazie ad eventuali doti innate e non attraverso l'impegno nello studio. I libri spesso non vengono neanche contemplati nell'investimento per il loro futuro. Ma neanche il computer, che ignorano quasi del tutto.

Solo lo smartphone viene considerato e strapagato dai questi genitori, non coscienti del fatto che la memoria ha una sua importanza, così come la ricerca di fonti esatte e referenziate; contrariamente dall’hic et nunc della connessione in rete che se manca non si va più avanti, il loro mondo si blocca e rimangono incapaci di fare qualsiasi altra operazione. Il telefonino diviene così la baby-sitter da bambini, mezzo di informazione e studio nel corso della loro crescita ed alibi nella loro età adulta.

Senza libri ed altri documenti da spulciare è come se un meccanico aprisse un’officina senza attrezzi o solo con un cacciavite per intraprendere la sua attività oppure sarebbe come andare in montagna solo con il GPS del cellulare e accorgersi che la batteria è scarica o che non c'è ricezione del segnale e, di conseguenza, perdersi perché non si ha la capacità di orientarsi.

La cultura, quella che dovrebbe appunto darti le coordinate per le tue scelte, oggi passa solo per la rete e non attraverso lo studio, la ricerca e il confronto. La strada più facile per l’analfabetismo funzionale e la carriera di ciucci e presuntuosi.

#smartphone #culturadigitale #natividigitali

Immagine creata con l'IA


giovedì 29 gennaio 2026

Il sacchetto selvaggio, ovvero la SS 268 e le altre

 


Quante volte vi sarà capitato di constatare l’immondizia lungo le nostre strade; immagino tante, tante da averci fatto ormai l’abitudine o rassegnarsi a un dato di fatto che solo gli ipocriti negano, ovvero la subcultura e l’inciviltà che regna alle nostre latitudini.

Certo è che l’incivile è colui che lancia il sacchetto di immondizia per strada e lo fa per le ragioni più disparate, e che non trovano nessun fondamento legale e nessuna giustificazione morale, ma lo è, a mio modestissimo parere, anche chi dovrebbe agire contro questo malcostume e non lo fa o non provvede in tempi rapidi, o non si impegna per niente nel reprimere questo schifo.

È chiaro che spesso si tratta, non solo del sacchetto selvaggio, ma anche di veri e propri scarichi industriali, spesso pericolosi, che rimpinguano il sopra e sotto delle nostre strade, da quelle vicinali a quelle statali, senza distinzione e senza rispetto alcuno. Le corsie, le piazzole, i cavalcavia, sono ad uso e consumo di chiunque voglia scaricare, sversare e bruciare rifiuti. Le misure adottate sono spesso degli inutili palliativi, dove si spendono ingenti somme senza risolvere il problema.

Un esempio eclatante è la circonvallazione esterna a Cercola, in provincia di Napoli, che si collega con la SP1, strada piena di rifiuti dove, nel suo tratto provinciale, si è prima installato un sistema di videosorveglianza ma poi, quando si è capito che questo, funzionante o meno che fosse, non costituiva deterrenza alcuna per l’ingombro dei rifiuti nelle sue piazzole, queste sono state chiuse con dei newjersey di cemento. Morale della favola? I sacchetti li hanno comunque buttati all’interno dei grossi blocchi di cemento e gli automobilisti hanno perso definitivamente l’uso di quelle utili e necessarie piazzole. Sovviene a questo punto anche il sospetto di un atto illegale da parte degli stessi enti competenti.

Senza dilungarci ancora una volta sulla teoria dei vetri rotti, quella che imporrebbe, se non altro per opportunità di cassa, alle autorità competenti, di intervenire più spesso nel ripulire lo scempio con maggiore solerzia e non con costosi interventi una tantum, segnaliamo un altro caso emblematico, ovvero quello della SS 268, la Statale del Vesuvio. La strada è un luogo di scarico continuo di rifiuti d’ogni genere, i fornici dei cavalcavia sono spesso ostruiti dai rifiuti, ai quali poi viene dato fuoco, minandone la struttura col calore intenso delle fiamme. Ma a chi compete la pulizia di questi contesti?

Il dato di fatto è che la competenza della pulizia delle strade, delle piazzole di sosta e delle corsie di accelerazione e decelerazione sulle strade statali spetta all'ente proprietario della strada che, per le strade statali è generalmente l’ANAS (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade), in base all'articolo 14 del Codice della Strada, che obbliga i proprietari a garantire gestione e pulizia delle strade e delle loro pertinenze per la sicurezza stradale.

Chi è invece responsabile della pulizia delle strade provinciali? La responsabilità della pulizia, manutenzione e gestione delle strade provinciali spetta solitamente alla Provincia (o alla Città Metropolitana) in quanto ente proprietario della strada, sempre secondo il Codice della Strada. Tuttavia, se la strada attraversa un centro abitato con più di 10.000 abitanti, la competenza può passare al Comune.

Ad ogni modo, le Città Metropolitane, le Province e i Comuni, stanno quasi sempre a guardare e, spesso e volentieri, non agiscono a causa della mancanza di fondi, soprattutto per smaltire i rifiuti speciali e pericolosi ma, anche quando si tratta del semplice e variopinto sacchetto, che non è solo brutto a vedersi ma anche pericoloso per l’ingombro della carreggiata, incomincia il rimpallo delle responsabilità tra i vari enti e il sacchetto rimane là e diviene parte del paesaggio, fin quando le intemperie o gli animali ne faranno scempio, o quando, qualche malaugurato automobilista vi finirà sopra.

Ma i sacchetti non vengono da Marte, non ce l’ha portati un oscuro nemico, né tanto meno nascono dal nulla perché, anche se, come più volte abbiamo scritto, è uso comune stabilire che la colpa sia sempre di qualcun altro, a lanciarlo, con posa olimpica e sdegno sovrano, siamo sempre noi, noi o chi per noi.

lunedì 26 gennaio 2026

Il bambino

 


“E ti prendono in giro se continui a cercarla

Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te”

I bambini dovrebbero fare i bambini e nulla più! I bambini non dovrebbero trasformarsi in fenomeni da baraccone per divertire noi adulti, esposti ad imitare i grandi o a fare cose che neanche questi sanno fare. I Bambini sono quelli che ridono e piangono per una semplice emozione, non sono quelli da Guinness dei primati o dei talent show, quelli, la loro infanzia, forse l’hanno già persa, venduta alla morbosa ed effimera curiosità di un pubblico pagante, se non peggio ancora ad un morboso e patologico piacere. Non devono essere esposti agli umori degli adulti, non devono essere usati come ammiccanti oggetti di pubblico ludibrio, devono essere lasciati liberi di cercare e trovare se stessi, noi dobbiamo essere solo le loro guide e non i loro ammaestratori.

I bambini devono crescere, sognare, devono poter sbagliare, ma non devono correre dietro l’immagine precoce di una società che vuole solo nuovi acquirenti. La fanciullezza è un bene prezioso, è la base della nostra crescita ed è fatta di scoperte, di giochi inventati, di fantasia e non di copioni o immagini preconfezionate e vendute da altri; i sogni sono il nostro bene più prezioso, soprattutto quelli ad occhi aperti, perché ci aiutano ad apprezzare quello che abbiamo intorno a noi ed aprono la strada a ciò che abbiamo dentro di noi. Facciamo sì che la loro mente spazi attraverso il mondo e non in quello limitato e delineato dall’algoritmo di uno smartphone, diamogli il vento, diamogli la pioggia con le sue pozzanghere e terra da calpestare e con cui sporcarsi, alberi su cui arrampicarsi, palloni dietro cui correre e panorami davanti i quali rimanere estasiati a bocca aperta, diamogli la vita e non una baby-sitter digitale.

Non reprimiamo quindi il bambino che c’abbiamo dentro, lasciamolo che ci accompagni lungo la strada della vita e che ci aiuti ad emozionarci e intravvedere, attraverso il nostro pragmatismo di adulti smaliziati, il vero senso della nostra esistenza.

lunedì 5 gennaio 2026

Porco Natale!

 

Il Natale apre una bolla spazio temporale dove tutti, chi più e chi meno, entrano in uno stato di rincoglionimento totale.

C’è chi, con l’alibi della festività, regredisce all’infanzia, plagiato dall’aura disneyana della festa e che, gioco forza, ti riporta al mondo edulcorato dell’infanzia. C’è poi chi, complice la visione hollywoodiana che ormai hanno acquisito queste celebrazioni, si immedesima nelle storie gettandosi in un vortice di eccessi, che vanno dalle feste in discoteca ai bagordi culinari, fino all’estremo dei fuochi d’artificio e dei botti di fine anno che, dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto per quel che riguarda la salute pubblica, toccano l’acme dell’assurdità.

Già in precedenza abbiamo discorso sul dove stia andando a finire il nostro Natale, una assai presunta celebrazione cristiana e ormai assai più presunta festività cattolica, ma la nascita di Gesù Bambino è diventata, a livello globale, un qualcosa che ha realmente poco a che vedere con la liturgia e ancor meno con la morale cattolica. Le festività sono diventate il momento dell’eccesso, un contesto dove tutto è permesso e dove quasi tutto è tollerato, tanto da divenire il suo opposto e da cagionare momenti di forte conflitto sociale ma, visto il riunirsi dei parenti, spesso anche di tipo familiare, scatenando momenti di forte dissidio tenuti a bada e assopiti durante tutto l’anno.

La vendetta di Gesù Bambino

Da docente attendo le vacanze natalizie per riposare un po’ od occuparmi di cose che normalmente tralascio ma spesso, quei quindici giorni, me li faccio a letto con l’influenza, quella che mi becco al tradizionale colloquio con i genitori, prima della pausa natalizia. Nonostante il vaccino che faccio sempre, anche se in forma lieve, me la becco quasi tutti gli anni e chissà che non sia il fio da pagare per essere tanto miscredente. Ad ogni modo, credo che tanti giorni di festa siano anche troppi per noi docenti, così come per i ragazzi che tornano storditi più che mai e disabituati alla routine scolastica; preferirei infatti una più omogenea redistribuzione di questi giorni, per evitar di concentrare tutto il lavoro e tutte le feste in unici periodi con ovvie ricadute nel profitto e con un sovraccarico di lavoro per chi deve valutare. Del resto ciò accade anche in altri ambiti lavorativi che sospendono la loro attività o vanno a scarto ridotto, durante queste festività creando disagi molto simili a quelli del Ferragosto.

I mercanti nel tempio

Che il Natale, e tutte le feste ad esso annesse, siano la celebrazione del consumismo, è cosa ormai nota e conclamata ma, il fatto stesso che sia così scontato, fa ancora più paura e lo fa nella misura in cui, ormai, tutte le celebrazioni, sacre o meno che siano, confluiscono in un qualcosa di economico e che, il solo fatto che queste seguitino ad esistere e a resistere al passare dei tempi, delle mode e della morale, non sia altro che la conseguenza della ragione economica che accompagna questi eventi. E chissà che le stesse esagerazioni a strafare e a spendere di più, non sia invocata proprio da chi spera di lucrare su questi momenti di follia che capitano durante l’anno solare e che hanno il loro culmine proprio nelle festività natalizie.

Natale tutto l’anno

Ecco perché, molti stentano ad abbandonare un Natale che vorrebbero durasse tutto l’anno. Gli esercenti, i commercianti, vorrebbero che le persone spendessero così come si fa per i doni sotto l’albero ma soprattutto, i comuni mortali, quelli che rimangono, nonostante gli eccessi natalizi, con l’amaro in bocca di un qualcosa che sa di irrealizzato. Per i nostri antenati il Natale era un rito di passaggio importante, quello che transitava dalle tenebre alla luce, il solstizio, un momento per esorcizzare le paure ancestrali e le incognite di una vita grama, un momento per fermarsi e ragionare sulla nostra essenza di uomini. Oggi invece lo viviamo invece come una frenesia degli acquisti e delle spese per rendere una festa perfetta e che, visti i presupposti mai lo sarà. Allora tu rincorri un valore che non è il tuo ma di qualcun altro, è un valore indotto e che non soddisferà il tuo desiderio di intimità familiare e di quell’amore fraterno che si vorrebbe celebrare, e neanche un qualcosa da cercare in te stesso e nella tua spiritualità; e non saranno di certo le luminarie fuori al balcone fino a Pasqua a renderti ciò che ti hanno tolto.