I notiziari di questi ultimi tempi sembrano immettermi in un film Luce, di quelli che durante il ventennio decantavano con prosopopea i successi dell’italico ingegno e puntavano il dito contro nemici spesso tanto acerrimi quanto immaginari. Oggi invece, l’enfasi dei risultati olimpici contrasta contro l’improvviso e sospetto aumento dei tentativi di rapimento di bambini, ovviamente da parte di stranieri, i soliti rumeni che fanno tanta assonanza con i rom, così come l’arresto di presunti anarchici che tentano di far deragliare i treni.
Intanto l’odio e la violenza aumentano, in Italia come
altrove, grazie a questo nuovo governo della paura, riducendo il paese in
fazioni contrapposte che non lasciano spazio al dialogo e dove le rispettive
posizioni si radicalizzano sempre più e soprattutto dove le riforme, quelle
vere, passano inosservate sotto gli occhi degli italiani distratti. L’unica
differenza col passato è che ieri c’era un regime che emanava veline dirette ai
giornali e agli altri mezzi di informazione e che dettava i tempi e gli
argomenti della cultura imperante e che, a un certo punto, la guerra, c’è stata
davvero, e il nemico, a torto o ragione, alla fine è arrivato.
Oggi, la guerra, almeno per noi occidentali è invece meno
cruenta ma molto più subdola e la stiamo perdendo con il progressivo
smantellamento dei diritti acquisiti, quelli che consideravamo intangibili e, nel
mentre, ci distraggono con la creazione di nuovi nemici, interni o esterni che
siano, o trasferendola altrove questa guerra, là dove occhio non vede e cuore
non duole. Temo inoltre che, stavolta, la vulgata non venga solo dall’interno
del nostro paese ma sia imposta da altri, al di fuori di esso, e che i nuovi
ministri del terrore non facciano altro che cavalcare quest’onda mista di sdegno
e rancore, che inquina le nostre menti, ed esacerba le nostre anime.
Ho la forte impressione, ma è ovviamente più di una
sensazione, che tutto ciò si insinui attraverso le reti sociali, grazie alla
condivisione di algoritmi ad hoc, foraggiando la logica della condivisione acritica
e del solipsismo mediatico. Questa modalità di comunicazione coinvolge
direttamente e indirettamente anche la stampa tradizionale, ormai assai
dipendente anch’essa dal mondo della rete. C’è una sorta di orwelliano grande
fratello che dirige in maniera recondita le nostre scelte, anche quelle più
intime, che plagia le coscienze, delineando una visione unica ed
autoassolutaria di ciò che si fa, così come accadeva con la banalità del male durante
i regimi autocratici, autoritari e assolutisti del nostro tutto sommato recente
passato.

Nessun commento:
Posta un commento