martedì 24 febbraio 2009

Appannamenti


Come spesso mi capita ascoltando la radio, e sottolineo RadioRai3, mi confronto con momenti di riflessione e approfondimento in gran parte estranei al panorama mediatico nazionale.
Questo non solo come nel caso specifico, meramente speculativo, ma anche per le cosiddette questioni fondamentali del paese.
In verità va sottolineato che in ogni paese che si rispetti, un paese dove la gente è ancora abituata a ragionare, anche le questioni formalmente speculative possono avere fini pratici, se non altro possono esserne il punto di partenza. Le ultime questioni etiche, relative alla cosiddetta eutanasia, ce lo dimostrano.
Ma è imprescindibile notare che i nostri mezzi di comunicazione di massa, più sono alla portata di tutti, più sono immediati e più peccano di pressappochismo. Basti notare l’atteggiamento dei mediatori del messaggio informativo rispetto ai temi di più rilevante attualità. Ieri sera, per esempio, mi soffermavo a leggere quei trafiletti (mi si scusi l’ignoranza) che scorrono sotto la figura del giornalista, e notavo che il prefisso rom presenziava ossessivamente nella striscia mobile. Rom, rumeno, Roma e così via, in un’ossessiva sequela di crimini e misfatti, compiuti dagli slavi o che li vedevano protagonisti, nella capitale come altrove lungo lo Stivale (se vi dicessero che una donna ottantatreenne e cieca è stata violentata ci credereste? Eppure per il solito rumeno non vale neanche in questo caso, se non la presunzione d’innocenza neanche il beneficio del dubbio). Sembra proprio che il nostro paese sia in piena emergenza, dove l’unico vero pericolo, sono queste nuove invasioni “barbariche”. Anch’io, a onor del vero, mi son sentito partecipe, influenzato da cotanta campagna, allorquando, in una delle mie escursioni montane, ho incrociato degli slavi, due uomini e una donna, in un luogo tutt’altro che turistico e in tenute non propriamente alpinistiche. Ho pensato a male, son sincero, e un po’ me ne vergogno.
Ora però mi chiedo, dove sono finite le morti sul lavoro, come è andato a finire il caso Mills e l’annesso Lodo/Alfano? E il nucleare? Ma non c’era stato un referendum a riguardo?
Non vorrei, che un reale problema, quello della gestione dell’immigrazione nel nostro paese, divenisse, montato ad arte, un emergenza. Magari coprendo quelle magagne, che, a lungo andare, potrebbero portare l’Italia verso panorami più complessi e pericolosi.
C’è poi chi deride coloro che paventano rischi per la democrazia. E in effetti credo, che per il fatto stesso io possa nel mio piccolo dire certe cose, il nostro sia ancora uno stato di diritto. Ma il fatto che le grandi dittature del passato, ma anche quelle del presente, vedi Venezuela di Chávez, radichino la loro forza proprio nella democrazia, o in un suo malinteso uso, qualche dubbio mi sembra opportuno porselo.
Il fatto stesso che il giornalismo italiano non possa più usare fonti utili come quelle delle intercettazioni telefoniche, se non rischiando gravi pene e sanzioni, sembra un evento tanto plausibile quanto pericoloso. Ovviamente anche l’obbligo a un uso limitato da parte degli inquirenti delle stesse lascia temere se non il peggio una notevole malafede da parte di chi crea tali provvedimenti.
E’ simpatico notare che le intercettazioni pubblicate dall’Espresso la scorsa primavera, concernenti una palese raccomandazione da parte del nostro presidente del consiglio e per scopi puramente elettorali, non abbiano scalfito minimamente la sua reputazione politica, anzi, lo hanno probabilmente reso più prossimo a quella moltitudine di privilegiati, che hanno visto sancite dall’ufficialità il loro malcostume.
Mi sono prodigato in questa più o meno lunga disquisizione per giungere all’opinione che chi dovrebbe informarci quasi sempre fa il contrario, plagiandoci con il luogo comune.
Ecco perché allego a questa mia esternazione un autorevole parere su un argomento teorico ma spiattellato dai più come Vangelo, come accade per molti argomenti d’attualità e non. Il fior fiore degli intellettuali, e del giornalismo italico hanno sostenuto una tesi, che un semplice ragionamento avrebbe svelato come sciocca e presuntuosa. Ma loro ben sapevano che era quello che noi volevamo ascoltare, perché la penisola potesse esser “più bella e più gloriosa che pria”.

Dalla trasmissione radiofonica RadioRai3 “Faccia a Faccia” del 23/02/2009 (la trascrizione è mia)

[…] (Antonio Paolucci) La catalogazione va avanti lentamente, forse sarà arrivata a un quinto del patrimonio culturale italiano, tra l’altro se lo facessimo riusciremmo a smentire quella stupidaggine che tante volte si dice: “l’Italia possiede, - chi dice - il cinquanta - chi - il sessanta per cento”, è una fesseria, perché primo, noi non abbiamo completato il catalogo, non sappiamo quantitativamente quanti sono i nostri beni, secondo, non conosciamo affatto la consistenza degli altri paesi. - la Cina che ne so (intervistatore) - Quanti sono i beni culturali dell’Algeria, o del Cile. Confrontare con obiettivi statistici quantità incognite è semplicemente una sciocchezza! Non è quello, lo specifico dell’Italia è un’altra cosa, questa si che è veramente dimostrabile, certificabile, cioè il fatto che da noi il museo esce fuori dai suoi confini, occupa ogni piazza, ogni strada, ogni piega del territorio, anche il più degradato, si moltiplica dappertutto, con una densità e una visibilità sconosciuta agli altri paesi della vecchia Europa e questo discende dalla nostra storia, che ora non è qui il luogo per riassumere ma la specificità dell’Italia è il vero nostro carattere distintivo. Come io dico sempre è il museo diffuso.[…]

Antonio Paolucci (Rimini, 1939) è un ex politico e storico dell'arte italiano, ex-ministro e ex-Soprintendente per il Polo Museale a Firenze. Laureato in Storia dell'Arte nel 1964 con Roberto Longhi, inizia la sua carriera al Ministero per i Beni e le Attività Culturali (sebbene allora il nome fosse diverso) sin dal 1969, avvicinandosi al mondo delle soprintendenze. Rivestirà poi dal 1980 il ruolo di soprintendente, prima a Venezia, poi a Verona, Mantova e infine a Firenze, dove è stato Soprintendente speciale per il Polo Museale Fiorentino e Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana sino alla pensione, avvenuta nel 2006. L'anno seguente è stato incaricato dal Ministro Francesco Rutelli di far parte dei quattro membri esperti che affiancano Salvatore Settis nel coordinare i lavori del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici. Dal gennaio 1995 al maggio 1996 ha ricoperto la carica di Ministro per i Beni Culturali durante il governo di Lamberto Dini. Dopo il terremoto che ha colpito l'Umbria e le Marche nel 1997 è stato nominato Commissario straordinario per il restauro della Basilica di San Francesco a Assisi. Scrive e collabora con diverse testate (Paragone, Il bollettino d'arte, Il Giornale dell'Arte, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, La Nazione e Avvenire), ha pubblicato numerose monografie sempre a carattere storico artistico ed ha curato alcune importanti mostre sul Rinascimento in Italia (ad esempio, quella su Marco Palmezzano) e all'estero. A novembre 2007 è stato nominato nuovo direttore dei Musei Vaticani, in sostituzione dell'archeologo Francesco Buranelli, il cui incarico era scaduto nel maggio 2007. Nel Novembre 2008 suscita vivaci polemiche la scelta del Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi di affidare a Mario Resca, ex amministratore delegato di McDonald's, dapprima la consulenza e poi la direzione del progetto di gestione e sviluppo dei musei italiani. In un primo momento, il nome che era stato fatto per lo stesso incarico era quello di Antonio Paolucci, grazie alla sua consolidata e riconosciuta esperienza, anche a livello internazionale.

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