lunedì 31 marzo 2025

Trump, Putin e Confucio ovvero Cric, Croc e manico a uncino


Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico

Ferma restando l’altrui libertà di pensiero non posso fare a meno di notare che, nella mia home page di facebook, imperi un pensiero unico dominante, ovvero quello di un’Ucraina unica colpevole della guerra che l’opprime e che la colpa sia solo di quel “pagliaccio Zelenski”, della sua “Ucraina fascista” e di un’ Europa bellicista comandata da Macron e soci.

Orbene, lungi da me speculare sulle ragioni reali di questa guerra, che saranno valutate seriamente, e non a furor di social, nel lungo periodo e da gente competente, ma vorrei specificare che la cosa che più temo al momento è la virale campagna antiucraina che si evidenzia nello scorrere la mia home del social in questione. Non fraintendetemi, la mia non è contro-faziosità ma è semplice e genuino dubbio, sano scetticismo difensivo. Sì, perché, se esistesse una vera e democratica dialettica tra le parti, riscontrerei anche dei post pro Ucraina, in verità molto rari. Forse è frutto dell’algoritmo che seleziona le mie letture? O magari è influenzato dalle mie “amicizie”, in prevalenza schierate e prossime a quelli che una volta erano i miei ideali politici? Mi sa invece che questo birbante dell’algoritmo, come un tempo si faceva con la stampa, la radio e la tv, sia opportunamente pilotato da qualcuno, per infuocare le masse perennemente insoddisfatte e frustrate dell’occidente, per distrarle e per direzionarle altrove e al contempo facendole sentire partecipi di un tutto che è forse niente o quasi.

Forse sarà così, ma mi farebbe comunque piacere vedere, di tanto in tanto, anche qualche post critico su Putin, visto che, tutto sommato è lui che ha invaso l’Ucraina, e invece no! Nonostante il suo regime tutt’altro che democratico, nonostante il fatto che il suo sia un paese belligerante e imperialista, nonostante il suo annientamento di ogni opposizione politica interna, e di tutte le fonti giornalistiche alternative a quelle del suo regime, l’opinione pubblica pare venga forgiata sul presupposto che la colpa non sia la sua, ma sono stati gli altri a stuzzicare il can che dorme.

La cosa più ironica però, è quella che gli stessi che irridono Zelenski e la UE, sono quelli che non vedono le nefandezze di Putin, sono gli stessi che vedono in Trump il fautore della pace universale e che al contempo si battono il petto per il genocidio palestinese. Anche in questo caso, così come giustamente si denuncia quell’orrore, non capisco perché non condannino allo stesso modo quello che accade con gli ucraini, non sono forse fratelli come i russi anche loro? E allo stesso tempo non sono nostri fratelli anche gli israeliani uccisi da Hamas? A me non piace questa visione del mondo con i paraocchi, questa visione che segue le modalità del tifo calcistico, spacciata da finto pacifismo, poiché non lascia spazio né a dubbi né a sfumature, né tanto meno all’onta assoluta del ripensamento. Eppure noto che esiste un modus operandi, che caratterizza più schieramenti politici che, sebbene ormai trasversale, ristagna nella visione qualunquistica sia della destra che della sinistra, soprattutto tra quelle più radicali. I dogmi sono: Putin è tutto sommato un comunista e, comunista, con buona pace di Stalin, Mao e soci, è bello o, dall’altro canto, chi è nemico del mio nemico è mio amico. Israele equivale al nazismo ma Hamas esiste, ammazza anche lui innocenti ma è solo una questione di numeri e non di principio. Poi c’è la UE, c’è la NATO (si noti che siamo gli unici latini che la pronunciano così, all’inglese) e poi c’è Macron, bersaglio di ogni strale gialloverde, rossobruno o nero assoluto che sia. Quell’atavica antipatia verso i cugini ricchi (quelli poveri, gli spagnoli invece li amiamo, li rispettiamo e talvolta li snobbiamo pure) si concretizza oggi nei confronti di una Francia molto più attiva come nazione e come azione e con posizioni meno ambivalenti rispetto alle nostre. Mi sono fatto l’opinione che sia Putin che Trump per quanto prossimi al despotismo, rappresentino ad ogni modo il potere, rappresentano ancora le due nazioni più potenti al mondo e pertanto, con chi potrebbe prendersela l’italiano comune se non con uno più facilmente alla sua portata? Mica un Regno Unito su posizioni tutto sommato simili a quelle francesi? Certo che no, quelli parlano inglese come Trump, meglio prendersela con Macron e la Germania, sono loro che vogliono gli armamenti per risanare un’industria automobilistica in recessione, mica la Stellantis che, pur non essendo più italiana da tempo, continua a ricattare lo stato italiano e sicuramente convertirà, come ha sempre fatto, il comparto auto in quello armi.


Risulta infine evidente che, tra Putin e Trump ci sia un accordo di fatto, grazie al quale, tacitamente, ma neanche più di tanto, gli USA acquisiranno, con le buone o con le cattive la Groenlandia e la Russia manterrà le zone conquistate in Ucraina e terrà lontana la NATO/OTAN dagli altri paesi che giudica ancora suoi satelliti. Sembra però, altrettanto ovvio che, nella loro logica espansionistica, e visto che la Terra è pur sempre rotonda, prima o poi, queste due superpotenze entreranno in collisione e allora le carte si rimescoleranno. Nel frattempo però esistono paesi, su tutti la Cina, che la loro guerra la combattono internamente, ed è una guerra civica, economica e tecnologica, nella ricerca di energie sempre meno costose, una lotta basata sulle leggi di mercato, le stesse che noi occidentali abbiamo voluto imporre al mondo intero e che, grazie alle quali, per le loro intrinseche pecche o per l’uso più spregiudicato che ne fanno le economie emergenti, stiamo ormai soccombendo senza un apparente spargimento di sangue.  

In pratica, dall’etica protestante che prevarica quella cattolica, al confucianesimo che surclassa entrambe.    

#usa #russia #cina #groenlandia #ucraina #ue #trump #putin #zelensky #macron                          

domenica 30 marzo 2025

Fatto in Italia II

 



in de col men seivuan

prisencolinensinainciusol ol rait” [*]

La locuzione “made in Italy” è di per sé un ossimoro poiché contraddice, con l’uso stesso dell’inglese, il principio di italianità che vorrebbe invece esprimere. Non mi soffermerò sull’uso spropositato e spesso inutile degli anglicismi usati nella nostra lingua ma, con questa espressione, non ne guadagna di certo il concetto di eccellenza italiana e neanche la stessa comunicazione poiché, se un nome è sinonimo di qualità, e magari anche di convenienza, può anche essere scritto in aramaico antico ma tu cercherai quel prodotto per le suddette caratteristiche e non per l’inglese. Ora, paradossi a parte, ma azzeccare qua e là vocaboli inglesi, spesso pronunciati male e fuori luogo, indica solo il nostro provincialismo e non la padronanza di quella lingua e neanche la qualità del nostro lavoro. Spesso irridiamo paesi come la Francia per l’uso istituzionale e apparentemente poco elastico della loro lingua ma in realtà questo lo fanno anche gli altri paesi e siamo invece noi fra quei pochi che prediligono l’uso dei barbarismi o la impoveriscono con roboanti parole ad effetto e che spesso non hanno nulla di funzionale se non l’estetica e una dialettica fuorviante. La manifattura italiana una volta era rinomata nel mondo e, a prescindere dall’inglese, si vendeva da sé. Non vorrei che oggi, in assenza di questa tradizione che sta purtroppo svanendo, si badasse più alla forma che alla sostanza poiché, se è pur vero che spesso è l’apparenza quella che conta, è sempre il contenuto quello che si vende, e le scatole vuote non le vuole nessuno, a meno che non si vogliano fare i famigerati pacchi.

#MadeInItaly #FattoInItalia

[*] https://www.newyorker.com/.../sasha.../stop-making-sense

Nessun vocabolo inglese è stato usato a sproposito nella stesura di questo post, né tanto meno ci si è dilungati oltremodo per non ledere l'altrui idiosincrasia verso la lettura.

Immagine fonte web

domenica 23 marzo 2025

Per Angelo Prisco



Perché mi trovo a parlare ancora di Angelo Prisco, e perché farlo a distanza di trent’anni? Non di certo per la cifra tonda del triste anniversario ma per rimarcare che non esistono solo le vittime innocenti della mafia propriamente detta, della camorra, della ‘ndrangheta, e di tutte le altre declinazioni di questo cancro, ma esistono anche altre vittime innocenti delle mafie e, se parlo al plurale è perché il pensiero mafioso, la cultura mafiosa e l’azione mafiosa non appartengono purtroppo a un processo che caratterizza la sola delinquenza organizzata; la mafiosità, in cui le mafie hanno origine, è infatti un qualcosa che esiste tra di noi e che riscontriamo ogni giorno davanti ad ogni piccolo e grande sopruso, e soprattutto quando voltiamo la faccia dall’altra parte. Ecco, quello che voglio sottolineare, dopo trent’anni dal tragico omicidio di un giovane di ventisette anni, a carico di due bracconieri, è perché, nel caso di Angelo Prisco, si è voltata la faccia, dopo la prima emozione del momento, si è detto di tutto su di lui, è stata infangata la sua reputazione immacolata di ragazzo di chiesa e di maresciallo della Guardia di Finanza, tutto pur di non ammettere la mafiosità di quell’atto. Questa logica è diffusa e presente nella nostra cultura, agisce sempre mediante tali meccanismi, uccidendo le persone nel corpo e nel loro ricordo, ed ecco perché dobbiamo invece ricordare, tutti, nessuno escluso. La mafia e la mafiosità sono un fardello che ci tiene in un limbo, in una situazione di arretratezza culturale e che frena ogni nostro intento di normalità. Quando parlo del sacrificio di Angelo prisco, primo difensore della natura vesuviana e prima vittima all’interno di un Parco Nazionale del Vesuvio appena nato, molti mi obiettano che per loro sia impossibile che si possa morire per la contestazione di un reato di caccia di frodo, doveva esserci sotto qualcos’altro; io rispondo a questo complottismo che in un paese dove si muore ancora per un paio di scarpe sporche, allora si può morire anche per qualcosa di più elevato, se a dominare su tutto ciò, c’è la prepotenza delle mafie.

Per non dimenticare:

da fairbanks-142.blogspot.come

da il mediano.it

da il mediano.it

da www.vesuvionews.it

da www.vesuvionews.it

da www.vesuvionews.it

da www.vesuvionews.it

martedì 18 marzo 2025

La scuola immaginaria

 


Vi insegnerò la morale e a recitar le preghiere E ad amar la patria e la bandiera Noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori E discendiamo dagli antichi romani

Che il governo italiano; che i governi italiani, non avessero il polso della situazione in materia di scuola era un dato di fatto, assodato e dimostrato non solo dall’evidenza che ad ogni cambio di esecutivo corrispondessero altrettante riforme che hanno poi prodotto solo sterile burocrazia, ma anche dalla realtà del nostro sistema scolastico rimasta ancorato ad una concezione pre-gentiliana della pedagogia e dove tutto lo scibile umano poteva e doveva essere interpretato attraverso gli studi umanistici. La recente enfasi data quindi allo sport, alla religione, al culto dell’italianità e ad una  sospetta “romanità” della cultura ci riporta ancora più indietro nel tempo, in maniera anacronistica, con ricordi nostalgici (si spera soltanto tali) del ventennio e delle sue aberrazioni.

Con buona pace delle classifiche OCSE-PISA, che ci vedono ancora molto in basso per le materie scientifico-matematiche e, udite udite, anche per la comprensione di un testo (vedasi analfabetismo funzionale), ci ritroviamo ancora oggi con un Valditara qualunque che ritorna a parlare di eurocentrismo e di radici giudaico-cristiane dell’occidente, e lo fa in un mondo che è ormai evoluto in altro, in un qualcosa di più complesso e nel quale, gli unici a non volerlo capire sono proprio loro, i politici, i loro giullari e i menestrelli di corte, quegli stessi cantori del liceo classico che però parlano di “mission”, “stake holders”, “made in Italy” e che non mettono più l’articolo davanti al nome delle aziende.

Le monocolture così come le monoculture, inaridiscono il terreno, lo rendono sterile anche in termini figurati così, in un paese ricco di cultura come il nostro non ci si può basare solo sulla cucina, i prodotti tipici e su di un’arte che è frutto dell’ingegno dei nostri predecessori e non nostro; non possiamo campare sempre e solo di rendita, dobbiamo imparare a produrre altro e per farlo dobbiamo incominciare a pensare in maniera diversa, universale. Altrimenti non saremo altro che l’ombra di noi stessi.

La Bibbia

Più realisti del re, questi politici da strapazzo rilanciano l’insegnamento della bibbia alla primaria, come se la materia della “Religione Cattolica” non esistesse già, in ogni ordine e grado della nostra scuola, e come se, in un paese, che sarebbe in teoria ancora cattolico, i bambini non facessero da sempre catechismo per la prima comunione, e mi fermo qui, perché sulla presunta laicità dello stato italiano si aprirebbero questioni infinite.

La storia

La storia, benché sia tra le discipline più bistrattate della scuola italiana, la si vorrebbe tutta basata sull’occidente! Ma perché, fino ad oggi cosa s’era fatto? Cosa sappiamo delle culture monumentali  millenarie dell’Indo e del bacino dei grandi fiumi in Cina? Per non parlare delle altre culture, quelle amerinde, quelle africane, etc? Ci si limita agli antichi egizi e ai sumeri, giusto perché sono arrivati ad affacciarsi sul Mediterraneo e su quello che definiamo ancora Medio Oriente con un termine tra l’alto più statunitense che nostrano. Come si pretende di avere una visione globale se ci si ostina a studiare solo il passato locale?

L’Iliade e l’Odissea

Anche in questo caso piove sul bagnato, ovvero si punta su un qualcosa che, almeno nella scuola media, la secondaria di primo grado, viene già insegnato da sempre. Va bene ciò che è classico ma va bene anche ciò che non lo è, o quanto meno ciò che non lo è presso la nostra cultura di base. È pur vero che le giovani generazioni ignorano molto del nostro passato (e non solo loro) ma è anche pur vero che esistono dei nuovi classici che sono totalmente ignorati dai programmi italiani. Quanto della letteratura italiana, che non sia Dante e Manzoni, viene perso in base alla cristallizzazione della visione unica? E quanto della letteratura mondiale ci perdiamo, o meglio, quante possibilità di allargare gli orizzonti precludiamo ai nostri giovani proiettati anche verso l’estero e le altre nazioni?

Il latino

E poi il solito latino che aiuterebbe a ragionare di più perché lo ha detto Gramsci! E sti cazzi! Gramsci, in quelle stesse lettere nelle quali parlava del latino come mezzo per ragionare, usava il superlativo asprissimo invece di quello più latinizzante di asperrimo, corretto comunque, ma indicativo di una lingua evoluta e che evolveva nonostante le sue di origini. Che sia ben chiaro, le nostre radici vanno sì conosciute e tutelate ma se gli inglesi e il tedeschi non studiano il goto nella scuola di base ci sarà una ragione, anche perché, Gramsci a parte, non sta scritto da nessuna parte che il latino e il greco insegni a ragionare meglio di ogni altra lingua o di ogni altra disciplina.

Quando incominceremo ad abbandonare questi dogmi, quando incominceremo a guardare avanti invece di guardare indietro e quando parlerà di scuola chi veramente l’ha fatta allora, forse, saremo un paese più moderno e al passo con i tempi.

#scuola #scuolaquestasconosciuta #nostalgicidelventennio #valditara #bibbia #iliade #odissea #storia

Per approfondire:

https://www.corriere.it/scuola/25_marzo_12/valditara-scuola-ac2b5a97-1b8a-4a23-8e77-0d6f4be14xlk.shtml?refresh_ce

https://www.ilmediano.com/la-presunta-supremazia-del-liceo-classico/?fbclid=IwY2xjawI_a9JleHRuA2FlbQIxMQABHcDRP9n4nnPxaMnzW90eWcTC23xVkT5dNfLK5k3NfJ6WgPp6wSdL1d0yOA_aem_dfBN3mN-4ioQBi0ZbC8IEA

Immagine fonte rete internet

Nessun vocabolo inglese è stato usato a sproposito nella stesura di questo post.

Quando lo sciame scema

 


Quando arriva lo “sciame sismico”, quando la terra si fa sentire, tutti hanno giustamente paura, tutti ne parlano, tutti hanno una loro opinione a riguardo, tutti si rendono conto che la città di Napoli e i suoi dintorni sono assai vulnerabili, che la vita stessa, con tutte le sue sicurezze lo è diventata all’improvviso. Tutti scendono in piazza, per paura ma anche per protestare; anche se non si capisce poi contro chi, ma tutti ce l’hanno con qualcuno o qualcosa, forse tutti cercano qualcuno o qualcosa che sostituisca la propria cattiva coscienza non potendosela prendere con una natura che colpe non ne ha, e non gliele si può dare.

Ora, ora che la tensione va scemando per mancanza di promemoria sismici, ora nessuno ne parla più perché, passato il tremore, passa pure la paura, ora bisogna invece parlarne; ora bisogna evitare di tornare in quel torpore fatalistico e scaramantico che ci contraddistingue e, visto l’atteggiamento di molti altri italiani, al di là di ogni stereotipo, pare emblematico almeno per tutta la popolazione di uno Stivale, attanagliato, non solo da vulcani e terremoti, ma anche da un intrinseco dissesto idrogeologico e un’insana attitudine di andarsele a cercare le problematiche.

Che poi, la città di Napoli, con buona parte della sua provincia, rientri completamente all’interno delle due zonizzazioni vulcaniche del Vesuvio e dei Campi Flegrei, pare ancora essere un mistero per molti, ma tanto buffo da far sì che i metropolitani, quasi con scherno, indichino ancora come folli i vesuviani, per vivere alle falde di un vulcano attivo, e negare quasi del tutto l’esistenza di una vulcanicità nella parte occidentale del capoluogo, costruendovi all’inverosimile, fin dentro i crateri di quei luoghi che nessuno ha mai voluto vedere come vulcani.


Pare purtroppo ben chiaro che nessuno dichiarerà mai un’allerta maggiore di quella gialla, anche quando se ne presenteranno le caratteristiche, la crisi bradisismica è ormai in atto da anni e già nell’autunno del 2023 si rifiutò di portare avanti il piano di emergenza allo stadio successivo, ovvero a quello arancione [1]. Il perché è presto detto, evacuare quasi 100.000 persone non è un gioco da ragazzi e comporta rischi che potrebbero essere maggiori della stessa eruzione. Quale politico si assumerebbe una tale responsabilità? Molto più facile promettere cospicui stanziamenti economici per opere che dureranno anni e che congestioneranno ancor più un contesto che non ne può più. Ed ecco che entrano in gioco gli scienziati ai quali viene consegnato il cerino acceso ma, purtroppo per loro (ma anche per noi), non hanno la sfera di cristallo per prevedere una possibile eruzione o l’andamento della sismicità del territorio. Tra l’altro, nello stesso mondo scientifico, esiste anche una disparità di vedute sulla stessa tempistica eruttiva e quindi cosa fare?

Bisogna innanzitutto non essere ambigui, bisogna innanzitutto essere consapevoli che si vive alle pendici, ma anche all’interno di un’area vulcanica, e non bisogna ricordarselo solo quando la terra trema, devi valutare anche la possibilità di andartene a vivere altrove, soprattutto se non riesci a convivere con questa realtà e per un fatto, se non civico, quanto meno razionale. Sì, mi rendo conto che sia più facile a dirlo che a farlo ma l’alternativa non c’è, perché di certo non sarà il piano di evacuazione, già definito da molti irresponsabili come deportazione (come del resto è stata definita anche l’ipotesi di decongestionamento di queste aree) a salvarci tutti. La politica quindi non deve prenderci in giro con i suoi presunti piani che, servono solo per calmare le masse e che già sa essere irrealizzabili, basti vedere cosa non si sta facendo in area vesuviana, ciò che è accaduto ad Ischia e altrove lungo la Penisola; il decongestionamento delle zone rosse vulcaniche, flegrea e vesuviana, per quanto anch’esso di difficile realizzazione, è l’unica soluzione valida davanti a una situazione degenerata da tempo e che continua ad esserlo sempre più.

Purtroppo, così come è accaduto con il COVID, così come accade con tutto quello che non riusciamo a spiegarci o che forse non vogliamo neanche spiegarcelo più di tanto, magari per scoprire molte nostre inadempienze, diventa un qualcosa di immaginifico. Le fumarole, quelle che prima si erano volute vedere come sfiati di discariche dismesse, ora diventano nuovamente l’alito di madre terra e tutti incominciano a sentire nell’aria il mefitico sentore del vulcano, divulgando la paura sulle lenoniche ali della rete. Ma poi, dopo qualche giorno, tutti penseranno ad altro, a come sbarcare il lunario, al Napoli calcio, e a tutta una sere di cose che copriranno o sostituiranno quella paura ancestrale e, quando qualcuno, in tempo di pace, organizzerà un convegno, cercherà di ragionare su qualcosa di diverso dalla paura o la sua negazione, questi ti volteranno le spalle e si toccheranno le parti basse per allontanare apotropaicamente ogni timore e ogni responsabilità, rimandando al futuro ogni decisione od ogni non decisione.

[1] chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.inu.it/wp-content/uploads/sole-campi-flegrei-8-novembre-2023.pdf

Per approfondire:

https://www.facebook.com/cteodonno/posts/pfbid02o5F7gUHkQEGjFJ1EN1N3kCkTn6iJY4LnzcX75C2QNt3zNmChWx82VY9juds6nm7wl

https://www.vesuvionews.it/notizie/rischio-vesuvio-meglio-criminali-che-fessi/

sabato 8 marzo 2025

La negazione del vulcano

 


La negazione del vulcano.

Da vesuviano rimango interdetto davanti allo stupore e alle rimostranze dei puteolani per i disagi dovuti al bradisismo. Per carità, tutto il rispetto per i timori di quei cittadini ma, da persona che ci vive sotto a un vulcano, ho imparato a conviverci, rendendomi anche conto che forse, il pericolo maggiore per la mia esistenza, non è tanto la terra con i suoi sussulti ma l'assurda azione dei miei consimili sul territorio. Del resto il bradisismo, nei Campi Flegrei, non è una novità; negli ultimi decenni, di crisi, anche più gravi come quelle degli anni 70 e 80 del secolo scorso, ce ne sono state, perché quindi non si è corso ai ripari prima? Perché oggi si reagisce come se questo fosse un qualcosa di nuovo e inusitato? Forse prima c'era meno consapevolezza di oggi? Meno conoscenza scientifica e tecnica? Non saprei ma ho la forte impressione che, nonostante tutto, ci sia, da parte dei cittadini delle nostre terre arse e, per certi versi anche da parte anche delle autorità che ci governano, una sorta di negazione del vulcano, la negazione della sua stessa esistenza, questo almeno fin quando la terra non si fa sentire.

La fumarola 

Un esempio interessante di tale negazione potrebbe essere quello della fumarola di San Sebastiano al Vesuvio, chi ci arriva oggi, all'apice di via Panoramica Fellapane, e provasse ad allungare la mano tra i santini e i “pagellini messi là dalla pietas popolare, potrà sentire il calore di Madre Terra e, con le giuste condizioni meteo, la si potrà vedere anche "fumare"; trattasi infatti di vapore acqueo, acqua che penetra in profondità ed evapora al contatto con gli strati ignei che si trovano nelle viscere del complesso vulcanico Somma-Vesuvio.

Che quella di via Panoramica Fellapane sia una Fumarola, esistono attestazioni scientifiche, in primis quella del professor Giuseppe Luongo che me lo confermò in una mia intervista di tanti anni fa [1] e lo scrisse pure in una pubblicazione “Due giorni al Vesuvio” (Ed. Parco Nazionale del Vesuvio, 2025, pagg. 25-26). Anche il geochimico Stefano Caliro in una mia richiesta via e-mail mi rispose, in riferimento alla fumarola, asserendo che non trattavasi di evento scaturito da attività antropica. Perché dico questo, perché esiste un storia molto popolare in questa zona che vorrebbe quella fumarola essere in realtà uno "sfiato" della non molto lontana discarica dell'Ammendola e Formisano. Anche alcuni vulcanologi afferenti all'INGV sostengono questa tesi, in netta contrapposizione con i suddetti scienziati dell'ateneo federiciano. Sta di fatto però che la discarica è stata dismessa già nel 1991 e quindi, ammesso e non concesso, in 34 anni i biogas e gli altri miasmi dei terreni sarebbero più che esauriti mentre la fumarola esiste ancora.

L'impressione è quindi quella della negazione di un fenomeno vulcanico, come appunto quello della fumarola, tra l'altro presente in area vesuviana anche ad altitudini simili a quella di San Sebastiano (400 m.slm. c.ca) come a San Vito di Ercolano. Si ha dunque la forte impressione che si preferisca vedere più la discarica dismessa che il vulcano attivo, sì perché un vulcano, con la sua imprevedibilità, con le sue conseguenze per una possibile eruzione in un'area tra le più densamente popolare d'Europa, fa indubbiamente più paura. E allora, cosa si preferisce fare? Lo si annulla con tutti i suoi promemoria geologici e si continua a costruire come se non ci fosse un domani. Sì, esiste una parte del mondo scientifico che pare contemplare la tesi della discarica e la questione pare essere troppo di lana caprina per metterci una parola definitiva ma l'evidenza dei fatti e la persistenza di una voce contrapposta lascia quantomeno il beneficio del dubbio e il fatto stesso che una parte cospicua della società civile, quella più incline alla speculazione edilizia, sposi questa tesi, è oltremodo significativo.

Ad ogni modo il Vulcano e la discarica stanno sempre là, senza che nessuno abbia fatto qualcosa si serio per affrontare entrambe le problematiche.

“L’ospedale del male”

Un altro esempio di negazione del vulcano è quello dell'Ospedale del mare, costruito ai tempi in cui la sua struttura rientrava stranamente in zona gialla, erano tempi in cui la zonizzazione per il rischio vulcanico seguiva i confini amministrativi e non quelli geologici, con aberrazioni che vanno oltre i limiti della logica e della decenza, come ad esempio la città di Pompei, a 12 km dal cratere, in zona rossa e, l'Ospedale del mare ad 8 km e in zona gialla; oppure l’enclave gialla di Pomigliano D’Arco, circondata dalla zona rossa di Sant’Anastasia. Ovviamente oggi, tale ospedale persiste, come era immaginabile, in zona rossa, le cose sono cambiate, i limiti amministrativi sono stati sostituiti dalla linea Gurioli [2] e l'ospedale, ormai costruito, non lo si abbatte di certo perché sta in zona rossa e probabilmente ce n'era comunque bisogno. Una causa di forza maggiore quindi, che abbatte e seppellisce il buon senso e l'ipocrisia delle passate amministrazioni che, nel nome di quel nosocomio e nel suo stesso logo hanno completamente annullato l'immagine del Vesuvio, molto più presente e iconico di un mare che, se non distante, di certo da lì non lo si vede.

Il Vulcano buono

Un ultimo esempio che mi sovviene è un altro tipo di vulcano, il Vulcano buono di Renzo Piano, quello che accoglie l’omonimo centro commerciale nel nolano; ora mi va più che bene che si elevino luoghi generalmente anonimi come i centri commerciali a esempio di grande architettura ma perché chiamarlo buono, perché contrapporre le sue forme stilizzate a quelle naturali del Vesuvio che si vede in lontananza? E chi dovrebbe essere poi quello cattivo, il nostro Vulcano? Ecco, anche in questo caso c’è la negazione insita in quell’antitetico aggettivo, un buono che non può sussistere là dove esiste il triangolo della morte Acerra-Nola-Marigliano [3] perché vi hanno scaricato tonnellate di rifiuti pericolosi che devono scomparire dall’immaginario collettivo, grazie alla bontà illusoria di un insano consumismo.

Le parole non si mettono a caso perché le parole non hanno solo un significato ma anche una forza, un potere evocativo come quello delle immagini ma spesso, dietro di queste esiste un mondo che sta a noi scoprirlo, oppure restare a guardare.

[1] chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.vesuvionews.it/notizie/wp-content/uploads/2018/12/ciro.pdf

[2] https://www.ilmediano.com/Il-bluff-della-zona-rossa/

[3] https://www.ilmediano.com/Rifiuti-tossici-a-Vulcano-Buono-presentata-interrogazione-parlamentare/#google_vignette

mercoledì 5 marzo 2025

Donne

 


“Negli occhi hanno gli aeroplani Per volare ad alta quota Dove si respira l'aria E la vita non è vuota Le vedi camminare insieme Nella pioggia o sotto il sole Dentro pomeriggi opachi Senza gioia ne dolore”

 Ascolto un annuncio sulla rete radio nazionale, relativo all’8 marzo. Il quel breve resoconto di tutto ciò che dovrebbe essere una donna in contrapposizione a quello che è stato, ed ahimè continua ad esserlo ancora, ci sono elementi che non possono che indurmi a fare alcune riflessioni a riguardo.

Uso l’esempio di un annuncio, su ciò che ancora può essere considerato un mezzo di comunicazione di massa, per ragionare sulla visione della donna su questi canali, in particolar modo su quelli televisivi, e non faccio riferimento solo alla visione sessista delle nostre pubblicità, tanto discriminatoria dall’esser considerato normale vendere un prodotto qualsiasi assieme al corpo femminile o una parte di esso, ma mi riferisco agli stessi programmi dei palinsesti, statali o privati che siano. In particolar modo quelli che, con una certa enfasi parlano alla pancia degli spettatori come quelli “sportivi”, ma anche molti di quelli considerati informativi, dove la professionista, la giornalista, non deve essere semplicemente professionale, ma ancor di più deve essere bella e, ancor meglio se appariscente. La giornalista deve in pratica cacciar fuori tutta la sua mercanzia e non tutta la sua cultura, che poi se supportata da lauree, formazione, esperienza lavorativa, etc. poco conta, è un corollario alle sue forme e meglio ancora se opulente.

Questo è quanto riguarda il mercato del corpo della donna ma che dire della visione ancor più subdola di quella dell’angelo del focolare? Non sembra che nelle pubblicità attuali ci sia una grande differenza tra gli anni 50 ed oggi, anche perché, da allora, anche la nostra società, pare che non si sia mossa più di tanto. Sì, ci capita di vedere immagini di padri in tutù, vestiti da fatina dei denti, in stile statunitense, uomini che incominciano a cambiare pannolini ma chi si occupa della colazione, del pranzo e della cena, ma anche dello spuntino e della merenda? È e sempre lei, la mamma, la donna, e questo, i pubblicitari lo sanno molto bene, anche meglio di noi.

Sia ben chiaro, da maschietto non disdegno il grande mistero della femminilità, il faro che per ognuno di noi costituisce la presenza di una donna nella nostra vita, ma, immaginando che sia specularmente lo stesso per l’altra metà del cielo, non dimentico che lei è, sopra ogni altra cosa, persona. Non corpo, non madre, non moglie, non sorella ma persona, soggetto libero di agire e pensare da sola e senza condizionamenti altrui.

 I femminicidi, la non accettazione che una persona, in quanto tale, non possa liberamente non voler più vivere con il proprio partner maschile, nasce anche da questo tragico fraintendimento, quello del ruolo ma soprattutto quello della proprietà che l’uno vorrebbe esercitare sull’altra, la cosificazione della persona femminile. “Tu mi appartieni” spesso si sente dire, ma al di là del passionale romanticismo che, se detto così per dire, per affascinare la propria ragazza, ci starebbe pure, spesso lascia purtroppo ad intendere un annullamento di questa, un oggetto che appartiene a noi maschi e non appunto verso una persona con tutti i suoi diritti ma soprattutto una persona nella sua essenza, che è ben altra cosa. Riflettiamoci quindi, quanto il mondo che abbiamo attorno a noi influenza questa maniera di pensare e purtroppo di agire. Quanto gli esempi mostrati in televisione, al cinema (per chi ci va ancora) ma soprattutto in quel mare magnum che è la rete, influenzano, oltre al nostro sostrato socio-familiare, le nostre scelte di maschi, la nostra sessualità, i nostri sentimenti.

 Ho la forte impressione che la donna stessa, figlia di millenni di sudditanza culturale, abbia assorbito parte di quello stesso maschilismo che l’opprime e quindi, se il suo corpo viene venduto, questo viene giustificato dal fatto che il corpo femminile sia più bello di quello maschile e che, se sulla sua persona pendono ancora le scelte familiari è perché la donna è madre. In questi due andanti, una sorta di contentino per la negazione della propria personalità, si intravedono ancora quei bastioni del luogo comune che andrebbero superati assieme per un'equa condivisione delle parti e dei ruoli nella famiglia, nella società e nel mondo.

Ecco, anche se pian pianino ci stiamo avvicinando a questa semplice ma recondita questione, credo che il vero ragionamento per l’8 marzo dovrebbe essere questo, per evitare che anche questa, come anche altre celebrazioni, diventino uno sterile evento commerciale, riducendo, oltre che il corpo, anche la dignità di una donna ad un qualcosa di mercificato. #8marzo #donna #paritàdigenere

 Nessun vocabolo inglese è stato usato a sproposito durante la stesura di questo post